Le Olimpiadi non sono solo sport, ma anche narrazione che spesso passa attraverso scelte grafiche. Un sistema di segni fatto di loghi, mascotte, poster, pattern e merchandising che racconta come un Paese vuole essere visto dal mondo. Ripercorrere le identity più iconiche delle Olimpiadi invernali significa guardare da vicino l’evoluzione del graphic design, del branding istituzionale e del rapporto tra cultura pop e grandi eventi sportivi che sono anche globali. Un excursus che oggi torna incuriosirci su questo tema tanto affascinante quanto attuale, con l’inizio di Milano Cortina 2026 alle porte.


Dalle soluzioni quasi artigianali degli anni Cinquanta alle sperimentazioni digitali dei Duemila, le Olimpiadi invernali hanno spesso anticipato tendenze, riflettendo mutamenti sociali, politici ed estetici. Alcune edizioni, più di altre, sono riuscite a costruire un immaginario ancora oggi riconoscibile. E come prima tappa di questo excursus abbiamo scelto proprio Cortina.



Cortina 1956
Le Olimpiadi di Cortina del 1956 rappresentano un momento fondativo: prime Olimpiadi invernali ospitate in Italia e primo grande evento sportivo trasmesso in televisione in Europa. L’identity riflette un’epoca in cui il concetto di branding era ancora lontano. Ma il logo, con l’iconica stella alpina e gli anelli olimpici, dialogava già con una grafica elegante, influenzata dal modernismo europeo e dal gusto illustrativo del dopoguerra. I poster ufficiali puntavano su una rappresentazione idealizzata della montagna, quasi cinematografica, mentre il merchandising resta minimale, pensato più come ricordo che come prodotto di massa. Un’estetica sobria, istituzionale, che oggi appare lontanissima, ma incredibilmente coerente. Ma ora passiamo agli anni ’70.

Sapporo 1972
Con Sapporo 1972 le Olimpiadi invernali entrano definitivamente nell’era del design moderno, anche grazie alla direzione creativa del graphic designer giapponese Yusaku Kamekura. Prima edizione asiatica dei Giochi, segna un punto di svolta grazie a un sistema visivo rigoroso, essenziale, fortemente influenzato dal graphic design giapponese. Il logo, un sole rosso astratto sopra gli anelli olimpici, è un manifesto di sintesi visiva, mentre i pittogrammi diventano un linguaggio universale, ancora oggi studiato. Qui l’identity non è solo decorazione, ma sistema: modulare, replicabile, pensato per funzionare su poster, segnaletica, stampa e merchandising. Un approccio che anticipa di decenni il concetto contemporaneo di brand identity.

Lake Placid 1980
Le Olimpiadi di Lake Placid nel 1980 raccontano l’America a cavallo tra anni Settanta e Ottanta: patriottica, pop, fortemente comunicativa. Il logo gioca con forme geometriche e colori accesi, mentre la mascotte Roni, il procione, incarna una svolta decisiva verso la cultura pop e il merchandising di massa.

È qui che la mascotte smette di essere un semplice simbolo e diventa personaggio, prodotto, icona riproducibile. Poster, pin, patch e gadget costruiscono un immaginario immediato, accessibile, pensato per circolare ben oltre l’evento sportivo. Un’identity meno raffinata rispetto ad altre, ma estremamente efficace.

Albertville 1992
Albertville 1992 è probabilmente una delle edizioni più controverse dal punto di vista sportivo, ma visivamente rappresenta un momento interessante. Il logo, quasi calligrafico, rompe con la rigidità modernista del passato e introduce una dimensione più emotiva e artistica.

La mascotte Magique, con la sua stella antropomorfa, riflette gli anni Novanta: colori saturi, forme morbide, un’estetica che guarda al design digitale nascente. L’identity è meno sistemica, più frammentata, ma racconta bene una fase di transizione, in cui le Olimpiadi iniziano a confrontarsi con un pubblico globale sempre più giovane.

Torino 2006
Con Torino 2006 l’identity torna a essere progetto complesso e stratificato. Il logo, il cristallo di ghiaccio che si trasforma in Mole Antonelliana, è un esempio riuscitissimo di simbolismo territoriale reinterpretato in chiave contemporanea.

Le mascotte Neve e Gliz introducono una dimensione quasi cartoon, ma il sistema grafico complessivo è solido, coerente, capace di dialogare con architettura, urbanistica e comunicazione digitale. È una delle prime Olimpiadi invernali a pensare davvero l’identity come ecosistema, anticipando dinamiche oggi date per scontate.

Guardando a queste edizioni, è evidente come le Olimpiadi invernali siano state, forse al pari di quelle estive, un laboratorio visivo privilegiato. Milano Cortina 2026 eredita un secolo di sperimentazioni, successi e contraddizioni e quest’anno, la sfida non è solo creare un’immagine riconoscibile, ma costruire un immaginario capace di resistere al tempo, come hanno fatto, ognuna a modo suo, le identity storiche che abbiamo ripercorso oggi.
