Art Phil Hansen e l’arte come processo
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Phil Hansen e l’arte come processo

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Chiara Sabella
Phil Hansen | Collater.al

Quando ci troviamo davanti a un’opera fuori dal comune, spesso immaginiamo un mondo in cui l’artista crea fuori da ogni schema. Ironicamente, nell’universo creativo accade spesso che le idee più geniali nascano invece da limitazioni. Ce lo dimostra la carriera artistica di Phil Hansen che, ancora prima di iniziare, subisce una battuta d’arresto a causa di un tremore alle mani che gli impedisce il tratto fermo. La tecnica puntinista diventa sempre più faticosa e per Phil Hansen ha inizio un circolo vizioso che lo porta ad aggravare la situazione e abbandonare per anni il suo sogno. 
“Embrace the shake”. Cambia con queste parole la vita dell’artista, che smette di guardare oltre per iniziare a vedere attraverso le sue capacità. Ha inizio per l’artista una nuova stagione di ricerca, senza imposizioni, la mano viene lasciata libera sul foglio e l’espressività che ne deriva si fa più intima e originale. La tecnica diventa pura frammentazione dell’immagine, una scala e dei materiali più grandi aggirano il tremore e Phil Hansen sviluppa quello che oggi è il suo stile, per un approccio creativo a 360°.

Nelle opere viene impiegato tutto il corpo, i piedi sulla tela sostituiscono il pennello e Bruce Lee viene ritratto a colpi di karate. Svincolando l’arte da qualsiasi supporto, le opere diventano libere, come le strutture in 3D in cui una fiamma ossidrica ci svela il soggetto, o i quadri che l’artista disegna sul suo petto. Sperimentazione ed emotività sono le parole chiave di un lavoro che oltrepassa il concetto di artista, coinvolgendo il pubblico nell’opera, e poi quello di arte stessa, come nel progetto Good bye Art. Per un anno Phil Hansen si impegna a pensare, creare e distruggere 23 opere per raggiungere la pura libertà espressiva. “Mentre distruggevo ogni progetto imparavo a lasciar perdere i risultati, i fallimenti, le imperfezioni”, con questo approccio l’artista impiega materiali temporanei come vino congelato, hamburger, gessetti, fiammiferi e candele da bruciare, per produrre un’arte che trova nella sua esistenza limitata la sua ragione d’essere.
Record e performance uniche, come il ritratto da brivido di Edgar Allan Poe, vengono oggi seguite da follower affezionati, a dimostrazione che “dobbiamo avere delle limitazioni per poterle superare”. È questa la nuova filosofia del creativo che vede l’arte come un processo in corso, svincolato da aspettative e risultati.  

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Scritto da Chiara Sabella
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