Design Playfool: quando il design prova a imitare la vita
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Playfool: quando il design prova a imitare la vita

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Arianna Maria Leva

Prima di essere una questione tecnica, il design può diventare un modo per mettere in discussione il nostro rapporto con il mondo. È da questa prospettiva che lavora Playfool, studio fondato da Daniel Coppen e Saki Maruyama, la cui ricerca si muove tra design, arte e tecnologia. Attraverso oggetti e installazioni interattive, lo studio utilizza il gioco come strumento per esplorare nuove possibilità e interrogare le abitudini che diamo per scontate.

Tra i progetti che meglio raccontano questo approccio c’è a (re)imitation of life, sviluppato insieme a Domenica Landin nell’ambito del programma More Than AI Sandbox di Watershed. Al centro del lavoro si trova una tartaruga robotica che ospita un Large Language Model (LLM), un modello linguistico di grandi dimensioni, integrato con un sistema di sensori che le permette di interagire con l’ambiente.

L’idea è semplice quanto insolita: invece di progettare un’intelligenza artificiale che imiti il comportamento umano, Playfool prova a immaginare una macchina capace di osservare il mondo da una prospettiva non umana. La tartaruga non è quindi un robot pensato per svolgere un compito specifico, ma un esperimento che mette al centro la relazione tra corpo, percezione e intelligenza.

Il progetto si ispira anche alle tortoises sviluppate dal cibernetico William Grey Walter negli anni Quaranta, piccole macchine autonome capaci di reagire agli stimoli ambientali. Riprendendo questa ricerca, Playfool sposta la riflessione nel presente, interrogandosi su cosa significhi attribuire intelligenza a un sistema artificiale.

In un momento in cui l’intelligenza artificiale viene progettata soprattutto per replicare capacità umane, a (re)imitation of life propone una direzione diversa. Il corpo della tartaruga diventa uno strumento per esplorare un’altra forma di interazione con la realtà, lontana da schermi e comandi convenzionali. Più che cercare di rendere le macchine sempre più simili a noi, il progetto invita a immaginare cosa potrebbe accadere se provassimo a guardare il mondo attraverso una prospettiva completamente diversa. Una piccola tartaruga artificiale, in questo senso, diventa un modo per ripensare non soltanto la tecnologia, ma anche il significato stesso di intelligenza.

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Scritto da Arianna Maria Leva

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