E se il valore di un materiale non dipendesse soltanto da ciò che possiamo ricavarne, ma anche da quello che siamo abituati a non vedere? È da questa domanda che si può leggere il lavoro di Studio ThusThat, realtà di design e ricerca con sede ad Amsterdam che esplora le possibilità di materiali poco convenzionali, concentrandosi in particolare sui residui dell’industria mineraria e metallurgica. Il suo approccio parte da ciò che rimane ai margini dei processi produttivi per immaginare nuove applicazioni, mettendo in relazione sperimentazione scientifica, progettazione e cultura materiale.
Fondato dai designer Kevin Rouff e Paco Böckelmann, lo studio lavora tra discipline diverse, collaborando con aziende, istituzioni accademiche e professionisti del settore industriale. L’obiettivo non è semplicemente recuperare materiali destinati allo scarto, ma comprenderne le caratteristiche, esplorarne le potenzialità e modificare la percezione che abbiamo di essi. Due progetti, Crust e This Is Copper, raccontano bene questa ricerca, mostrando come dietro un oggetto possa esserci una storia produttiva molto più complessa di quanto la sua forma lasci intuire.


Crust: l’alluminio mostra il suo lato meno conosciuto
L’alluminio è un materiale che associamo spesso a superfici lisce, leggere e uniformi. Eppure, prima di assumere l’aspetto che conosciamo, attraversa processi industriali complessi, durante i quali la sua superficie può presentare caratteristiche molto diverse. È proprio in una di queste fasi che nasce Crust, una collezione di arredi che comprende tavoli, mensole e specchi realizzati a partire da sottili lastre ricavate dalla lavorazione di grandi blocchi di alluminio.
Nelle prime fasi della produzione, l’alluminio fuso viene colato in enormi blocchi, che possono superare le 26 tonnellate. Prima di essere trasferiti agli stabilimenti successivi, i lati vengono tagliati, lasciando delle lastre irregolari, caratterizzate da una superficie ondulata e organica. Sono queste porzioni, chiamate crusts, a diventare il punto di partenza del progetto. Studio ThusThat sceglie di non nascondere le tracce della lavorazione industriale, ma di renderle parte integrante del linguaggio estetico degli oggetti. I bordi frastagliati, le superfici imperfette e le forme irregolari contrastano con l’idea di un alluminio perfettamente rifinito, restituendo al materiale una presenza più grezza e quasi scultorea.

L’aspetto interessante, però, riguarda il modo in cui la collezione viene progettata. Ogni elemento è ricavato da un’unica lastra e i tagli sono studiati affinché anche le porzioni rimanenti possano essere utilizzate per realizzare altri oggetti. La forma di un pezzo contribuisce così a determinare quella del successivo, fino a comporre un sistema in cui ogni parte trova una possibile destinazione. Gli arredi sono inoltre progettati per essere assemblati, smontati, trasportati in piano e riciclati.
In Crust, quindi, il recupero non interviene soltanto alla fine del processo produttivo: diventa un principio che guida il progetto fin dall’inizio. La necessità di limitare gli scarti influenza direttamente le forme, trasformando un vincolo in una risorsa creativa. Il risultato dimostra che progettare in modo più attento non significa necessariamente rinunciare alla ricerca estetica; al contrario, può portare a soluzioni che difficilmente nascerebbero seguendo le logiche convenzionali della produzione.



This Is Copper: ripensare ciò che rimane dopo l’estrazione
Con This Is Copper, la ricerca si sposta dall’alluminio al rame e affronta una questione ancora più ampia: quanto del materiale che utilizziamo quotidianamente rimane invisibile, insieme alle conseguenze della sua produzione?
Il rame è essenziale per numerosi sistemi che sostengono la vita contemporanea, dall’elettrificazione alle comunicazioni, fino alle infrastrutture per la transizione energetica. Tuttavia, la sua storia non coincide soltanto con il metallo che arriva nei prodotti finiti. L’estrazione e la lavorazione generano anche residui, tra cui le scorie prodotte durante la fusione, che si accumulano in grandi depositi e rappresentano una sfida per la gestione industriale.
È su questo materiale, dall’aspetto scuro e simile a una roccia vulcanica, che si concentra il progetto di Studio ThusThat. Sviluppato in collaborazione con ricercatori della KU Leuven e commissionato dall’azienda di riciclo del rame Metallo Group, This Is Copper indaga le possibilità di utilizzare le scorie come legante per materiali da costruzione a ridotte emissioni di CO₂ rispetto al cemento tradizionale a base di Portland.

La ricerca si traduce in una serie di oggetti e arredi sperimentali, tra cui sedute, tavolini e lampade, attraverso i quali lo studio mette alla prova le proprietà del materiale. Alcuni elementi esplorano le possibilità di modellazione e colata, altri lavorano sulla consistenza delle superfici e sul rapporto tra le scorie e il rame. In particolare, l’accostamento tra il composto scuro e gli elementi in rame lavorato crea un contrasto che rende visibili le diverse componenti della produzione metallurgica. Questi oggetti non sono soltanto il risultato di una sperimentazione formale: servono anche a mostrare ciò che potrebbe accadere se un residuo industriale venisse considerato una risorsa per nuovi processi produttivi.
La ricerca è ancora orientata allo sviluppo di applicazioni e materiali alternativi; non significa, quindi, che tutte le scorie possano essere riutilizzate automaticamente o senza trattamenti e verifiche specifiche. Il loro impiego richiede infatti di considerare composizione, contaminanti, prestazioni e condizioni di sicurezza.



Il design come modo di cambiare prospettiva
Crust e This Is Copper condividono una stessa intuizione, ma la sviluppano attraverso due strategie differenti. Nel primo caso, la progettazione sfrutta le caratteristiche fisiche di un residuo e organizza i tagli per utilizzare l’intera lastra. Nel secondo, il lavoro si concentra sulle proprietà di un sottoprodotto industriale e sulla possibilità di trasformarlo in un materiale utile per l’edilizia e il design.
In entrambi, la materia non è un semplice mezzo per ottenere una forma, ma è il punto da cui prende avvio l’intero processo creativo. Le irregolarità dell’alluminio e la consistenza delle scorie di rame non vengono corrette per adattarsi a un’estetica prestabilita, ma diventano elementi che definiscono il risultato finale.
Questa prospettiva porta anche a una riflessione più ampia sul significato di sostenibilità. Spesso la associamo alla scelta di un materiale riciclato o alla riduzione degli sprechi in una fase specifica della produzione. Il lavoro di Studio ThusThat suggerisce invece di guardare all’intera catena: da dove proviene la materia, quanta energia richiede la sua lavorazione, quali residui genera e quali possibilità rimangono una volta terminato il suo impiego iniziale. Non basta, dunque, trasformare uno scarto in un oggetto per risolvere il problema da cui ha origine. Ma un progetto può contribuire a rendere visibile ciò che normalmente resta nascosto e dimostrare che alcune risorse considerate prive di valore meritano di essere studiate prima di essere abbandonate.







