Photography Dovremmo tutti nascondere i nostri ricordi nelle scatole da scarpe?
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Dovremmo tutti nascondere i nostri ricordi nelle scatole da scarpe?

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Giorgia Massari
Ramak Fazel Milan Unit | Collater.al

Il fotografo Ramak Fazel (1965), nato in Iran e cresciuto negli Stati Uniti, arriva a Milano nel 1994. Attratto dalle voci che la definivano “una città difficile da vivere”, sceglie il capoluogo lombardo come sua nuova casa. Arriva in Stazione Centrale con un solo borsone e fin da subito inizia a lavorare su Milan Unit. Un progetto che si concluderà nel 2009, anno in cui Fazel lascerà la città per tornare negli States. «Avevo il desiderio di chiudere qualunque cosa fosse successa a Milano in un contenitore» ci dice Fazel via Zoom mentre ci racconta di come sia riuscito a nascondere questa “scatola” per tutto questo tempo. Oggi l’opera emerge dalla sua dimensione privata e inaccessibile per essere esposta al pubblico, pur mantenendo intatta la sua aura di mistero. È stato proprio questo aspetto che ci ha incuriosito durante l’ultima edizione di Artissima, quando Viasaterna l’ha presentato in un booth monografico. Un archivio verde fluo fatto di faldoni, scatole e raccoglitori che racchiudono gli anni milanesi di Ramak Fazel.

Ramak Fazel Milan Unit | Collater.al

Cosa raccoglie Milan Unit?

Milan Unit non vuole avere una dimensione autobiografica ma piuttosto vuole documentare un periodo. «Non volevo che fosse un racconto della vita di Ramak», ci spiega il fotografo. «Milan Unit è un racconto di un periodo specifico, a cavallo tra due epoche. Allo stesso tempo, è anche un omaggio a Milano, che con me è stata molto generosa». Fazel infatti viene subito accolto a braccia aperte dalla città, che stava vivendo un periodo di sperimentazione artistica. Il fotografo è assorbito dalla scena culturale milanese, frequenta i locali e i giri giusti. Tra gli altri stringe amicizia con designer del calibro di Ettore Sottsass e Enzo Mari, dei quali sono presenti alcuni scatti. Oltre ai ritratti, Ramak Fazel ha una fascinazione per la street photography. L’archivio è denso di scatti urbani – in strada, sui mezzi pubblici, nei bar – tutti rigorosamente realizzati con la stessa metodologia e con la stessa luce cinematografica. In questi scatti, che Ramak Fazel sceglie di mostrarci e di condividere, è evidente la ricerca di un linguaggio unificato, nel quale l’unica variante concessa è il soggetto. 

Ramak Fazel Milan Unit | Collater.al
Ramak Fazel, Experiments in Chrome from Milan Unit, 1994-2009 © Ramak Fazel, Courtesy Viasaterna Gallery

Di formazione sono ingegnere e quindi tutto l’apparato meccanico della fotografia mi interessava molto. Utilizzare le luci nello studio e poi portarle fuori era molto stimolante per me. Volevo che tutte le foto fossero uguali, con la stessa luce, con la stessa macchina fotografica e pellicola. A variare era solo il soggetto, non la tecnica. Questo è stato un po’ una modalità di lavoro di quegli anni, che si è rivelata nel tempo e nella pratica. 

Perché il verde fluo?

Milan Unit non è solo un archivio fotografico, «è un incrocio tra la fotografia e la vita, racchiude varie cose, come bigliettini e fatture, oscurati in cartelle e sottocartelle», ci racconta. Tutto raccolto in un contenitore che si è rivelato nel tempo, assemblato dallo stesso Ramak e colorato di verde fluo. Un colore che contribuisce a creare un ulteriore strato di mistero. «La scelta del colore è stata dettata dal desiderio di avere una cromia difficilmente riproducibile. Come le foto che sono nascoste, anche il colore volevo che fosse inaccessibile».

Ramak Fazel Milan Unit | Collater.al
Ramak Fazel, Sketches from Milan Unit, 2017, cm 60,5 x 50,5, stampa inkjet su carta Canson © Ramak Fazel, courtesy Viasaterna-1

Una dimensione privata nell’epoca della condivisione

Milan Unit è sempre stato privato. Tanto che, quando Fazel lascia Milano, decide di murare l’archivio nel suo studio, destinato all’affitto. Letteralmente sepolto, Milan Unit ci appare come una scatola delle scarpe che raccoglie le nostre memorie più intime. E, come ogni cosa privata che si rispetti, scegliamo di condividerla solo con chi vogliamo. Con questo concetto di hiding emerge un aspetto nostalgico, insolito per la nostra epoca, abituata invece all’oversharing. Ancor più atipico se lo pensiamo in relazione alla fotografia, che si presuppone sia al servizio e in rappresentanza di qualcosa. In questo senso Ramak Fazel va in controtendenza. Lui stesso ci racconta che ha dovuto “resistere” alle varie richieste di condivisione del suo archivio. Da fondazioni che richiedevano gli scatti dei designer ad amici, ai quali mostrava l’archivio solo fisicamente e mai online.

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Ramak Fazel, Experiments in Chrome from Milan Unit , 1994-2009 © Ramak Fazel, Courtesy Viasaterna Gallery

«Milan Unit può essere più vicino a delle fotografie in una shoe box più che a un Archivio Getty» afferma Ramak, divertito dal nostro parallelismo. «Lo scopo di Milan Unit non è la condivisione. Non deve essere un archivio funzionale ne tanto meno digitalizzato, non dev’essere accessibile a tutti con facilità», continua «è qualcosa che devi toccare con mano, guardare nelle buste, cercare tra i faldoni. Devi faticare per esplorarlo. Non dev’essere una cosa che con un click puoi consultare digitalmente». Ecco che in un’epoca della condivisione, con Milan Unit Ramak Fazel ha la capacità di riportarci a considerare la sfera privata e materiale, suggerendoci di averne cura. Quasi creando una sorta di nostalgia che ci spinge a “rimuovere le nostre memorie dal cloud e riportarle alla realtà”.

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Ramak Fazel,Experiments in Chrome from Milan Unit, 1994-2009 © Ramak Fazel, Courtesy Viasaterna Gallery
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Ramak Fazel, Experiments in Chrome from Milan Unit, 1994-2009 © Ramak Fazel, Courtesy Viasaterna Gallery
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Ramak Fazel, Experiments in Chrome from Milan Unit, 1994-2009, © Ramak Fazel, Courtesy Viasaterna Gallery
Ramak Fazel Milan Unit | Collater.al
Ramak Fazel Milan Unit | Collater.al
Ramak Fazel Milan Unit | Collater.al
Ramak Fazel, Experiments in Chrome from Milan Unit, 1994-2009, © Ramak Fazel, Courtesy Viasaterna Gallery

Courtesy Ramak Fazel & Viasaterna Gallery

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Scritto da Giorgia Massari
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