Il 21 ottobre 2025 segna quarant’anni esatti dall’uscita del primo Ritorno al futuro, e dieci dal giorno in cui Marty McFly e Doc Brown avrebbero dovuto atterrare nel “futuro”. Un futuro che oggi è ormai passato, ma che continua a sembrarci più attuale e affascinante che mai.

Il mondo immaginato da Robert Zemeckis nel 1985 era un concentrato di speranza tecnologica e ironia pop: hoverboard che fluttuano sull’asfalto, scarpe che si allacciano da sole, giacche autorigeneranti, videochiamate e maxischermi pubblicitari in 3D.

Alcune di quelle invenzioni si sono materializzate davvero (ad esempio l’edizione speciale delle Nike Mag e i successivi esperimenti delle tecnologie di Nike HyperAdapt e Adapt), altre invece restano simboli di un sogno futurista rimasto sospeso. Così come alcune intuizioni si sono rivelate premonizioni spaventose: ad esempio il Biff Tannen del secondo episodio, il suo stile appariscente e la sua personalità esagerata, fu ispirato da Donald Trump, come ha poi confermato lo sceneggiatore Bob Gale.
Il vero paradosso è che Ritorno al futuro aveva previsto quasi tutto, tranne la cosa che ha cambiato per sempre la nostra percezione del tempo: internet. Niente smartphone, niente social, niente intelligenza artificiale. L’idea di connettere ogni oggetto e ogni persona in tempo reale era troppo invisibile, troppo impalpabile per una fantasia visiva come quella del film di Zemeckis.

Eppure, nel 2025, l’universo di Ritorno al futuro continua a essere una lente perfetta per leggere il presente. L’auto volante oggi esiste, ma è un prototipo per ricchi; l’energia pulita di Doc Brown resta un’utopia, anche se i rifiuti oggi li trasformiamo davvero in qualcosa di utile; e l’idea di viaggiare nel tempo è diventata metafora quotidiana, tra realtà aumentata, metaversi e archivi digitali che conservano ogni versione di noi.

Quarant’anni dopo, Marty e Doc troverebbero un mondo in cui il futuro non si immagina più: si aggiorna come aggiorniamo i software che ci accompagnano nella vita di tutti i giorni. E forse è proprio questa la previsione più sorprendente , che un film nato negli anni ’80, tra sintetizzatori e skateboard, sarebbe riuscito a restare un punto di riferimento, una sorta di macchina del tempo che funziona davvero.
Ritorno al futuro ci ricorda anche che la nostalgia non è solo un sentimento, ma una tecnologia culturale: la usiamo per elaborare ciò che non comprendiamo del presente. Non a caso oggi viviamo in un mondo in cui gli anni ’80 tornano continuamente, in serie TV, videogiochi, moda, non per rifugiarsi nel passato, ma per costruire nuovi futuri a partire da immagini familiari. È una nostalgia che agisce, non che paralizza.
Eppure, se nel film bastava cambiare un gesto per cambiare la linea temporale, nel nostro tempo sembra che le scelte individuali contino meno. Il futuro non è più nelle mani di un inventore eccentrico come Doc Brown, ma di algoritmi che prevedono, suggeriscono, orientano. Chi detiene oggi la responsabilità del tempo? Il programmatore, la piattaforma, l’intelligenza artificiale? È un paradosso affascinante: abbiamo più strumenti che mai per proiettare il futuro, ma meno controllo sulla sua direzione.
Anche perché il futuro, oggi, non si immagina: si vende. È un prodotto industriale, impacchettato in keynote, trailer e campagne di crowdfunding. Negli anni di Zemeckis il futuro era un orizzonte; nel 2025 è un preordine con consegna stimata. E forse è proprio per questo che il mondo di Marty e Doc continua a funzionare: perché ci restituisce un futuro imperfetto, artigianale, ancora aperto all’imprevisto.

