Roberto Graziano Moro lavora con il mondo dell’underground da sempre. Non come osservatore, non come documentarista che arriva dall’esterno con delle curiosità da soddisfare, ma come qualcuno che in quei mondi c’è cresciuto, ci si riconosce, e da lì costruisce il suo linguaggio visivo. Rust, la rubrica fotografica che ha avviato a febbraio 2024 con Perimetro è la conseguenza naturale di tutto questo. Un progetto che esisteva già, nella testa e nell’identità di Moro, prima ancora di avere un nome.

Rust documenta l’underground italiano e internazionale: scene musicali, sottoculture di nicchia, comunità che operano ai margini non per esclusione ma per scelta. Il nome non è casuale. La ruggine prolifera lontano dall’attenzione, si diffonde anche se indesiderata, e una volta aggrappata a qualcosa non può essere rimossa. La scena underground funziona esattamente così.


In un anno il progetto ha prodotto venti immagini che costituiscono il nucleo di questa prima fase — fotografie di band, brand e persone che costruiscono modelli alternativi di cultura e di business, resistendo all’omologazione. Non è reportage nel senso classico: è documentazione con la familiarità di chi condivide un ethos prima ancora di alzare la macchina fotografica.



C’è anche una posizione politica esplicita al centro di Rust. Sempre più spesso l’underground viene trattato come una riserva di caccia: le sue immagini, i suoi suoni, i suoi codici estratti e trasformati in prodotti “cool” da riversare nelle stesse logiche consumistiche a cui la scena si oppone. Moro chiama questo processo con una parola precisa: bracconaggio. Rust nasce anche come contromisura; la visibilità che offre a queste realtà non ha lo scopo di renderle appetibili al mercato, ma di documentarne il valore in modo fedele. L’underground non è un’estetica da appropriarsi: è un’etica. E un’etica non si vende.

“L’underground è appartenenza, non apparenza. Non si entra grazie a un logo o a un’etichetta, ma condividendo un’etica e affrontando tutte le sfide che questo comporta.”
Il primo ciclo si chiude con l’ultima puntata di questa fase iniziale. Rust si trasformerà in un magazine autoriale svincolato dalla cadenza mensile, con più spazio per storie profonde, senza inseguire ciò che è vendibile. A celebrare il primo anno, Moro e il suo team stanno organizzando un evento espositivo: immagini e contenuti video raccolti durante il percorso, un momento pubblico per condividere ciò che è stato costruito. Insomma, Rust racconta chi vive a margine, ma non è mai stato marginale. E continuerà a farlo.



