Photography Non sappiamo più cosa fare con le immagini? 
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Non sappiamo più cosa fare con le immagini? 

Scattiamo tutto e inevitabilmente è cambiato il valore della fotografia.
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Collater.al Contributors

C’era una volta la prima fotografia. Era il 1826 e ci vollero circa otto ore di esposizione per impressionare su una lastra di bitume la veduta dalla finestra di Joseph Nicéphore Niépce. Otto ore per un’immagine sola, sfocata, quasi illeggibile. Duecento anni dopo, nello stesso tempo che serve per leggere questa frase, nel mondo sono state scattate decine di migliaia di fotografie.

“Veduta della finestra a Le Gras” di Joseph Nicéphore Niépce

Produrre immagini è diventato, nel senso più letterale del termine, quasi irrilevante. Un gesto automatico, scontato, che non richiede né preparazione né intenzione. Scattiamo per comunicare, per ricordare, per riempire il silenzio di un momento che non sappiamo come abitare altrimenti. E poi archiviamo. Migliaia di foto accumulate, mai davvero guardate, che dormono nei telefoni in attesa di un’attenzione che non arriverà mai.

Dare solamente la colpa agli smartphone, ai social, all’algoritmo, sarebbe troppo semplicistico, comodo (e anche un po’ pigro). Ma la verità è che il problema è più sottile e più interessante di così. La crisi che stiamo attraversando non è una crisi della produzione, è una crisi della relazione. Abbiamo la possibilità, che un tempo mancava, di produrre fotografie a bassissimo costo, sia in termini di tempo, ma anche di denaro e di energia, e la sfruttiamo per produrne talmente tante che rischiano di diventare indistinguibili l’una dall’altra. Se fino a qualche decina di anni fa bisognava fare una scelta e selezionare le fotografie da stampare, e quindi da tenere, oggi quella scelta non siamo più chiamati a prenderla, dando vita a gallerie di immagini infinite, straripanti di contenuti che finiscono per raccontare davvero poco. 

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Fotografare è diventato un gesto quotidiano, generando una sovrapproduzione di immagini, in cui una singola fotografia finisce per perdere tutto il suo significato. E sia chiaro, non perché sia brutta o irrilevante, ma perché non c’è spazio cognitivo per riceverla davvero.

In questa saturazione di immagini, non è un caso che negli ultimi anni stia crescendo in modo costante l’interesse per la fotografia analogica. Le pellicole vendono di più, le camere usa e getta tornano nelle tasche dei ventenni, i laboratori di sviluppo riaprono lentamente. Si potrebbe liquidare il fenomeno come nostalgia, come estetica vintage applicata a qualcosa che non si conosce davvero. E in parte è così.

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Ma c’è anche qualcosa di più profondo. La fotografia analogica reintroduce un elemento che il digitale ha quasi eliminato: il valore. Non economico, ma cognitivo. Quando hai trentasei pose su un rullino, scegli. Aspetti il momento. Ci pensi. E quando finalmente tieni in mano la fotografia stampata, crei un rapporto diverso con quell’immagine, perché hai investito qualcosa per ottenerla.

È un modo per uscire dal flusso. Per rallentare la produzione abbastanza da permettere alla relazione di formarsi (o riformarsi). 

Forse la crisi che ci troviamo di fronte non si risolve producendo meno, ma tornando a farci delle domande e a prendere delle decisioni. Perché vogliamo fotografare qualcosa? Cosa vogliamo raccontare? Quale immagine vale la pena conservare?

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Scritto da Collater.al Contributors

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