Saype arriva a Torino con “Beyond Walls – Oltre i muri”

Saype arriva a Torino con “Beyond Walls – Oltre i muri”

Giulia Guido · 3 anni fa · Art

Due mani che si uniscono in una catena che abbatte i muri, sia fisici che mentali. É questa l’immagine che nel giugno del 2019 apparve, in tutta la sua maestosità, ai piedi della Tour Eiffel ed è la stessa immagine che da pochi giorni si può ammirare a Torino. 
Si tratta del lavoro di Saype, land artist franco-svizzero che un anno e mezzo fa ha dato vita al progetto Beyond Walls – Oltre i muri

Parigi, Andorra, Ginevra, Berlino, Ouagadougou, Yamoussoukro e ora Torino. 
Grazie a Gruppo Lavazza, al Comune di Torino e ai Musei Reali di Torino, Saype arriva per la prima volta in Italia per la settima tappa di Beyond Walls, precisamente  nella bellissima atmosfera offerta dal Parco Archeologico della Porta Palatina di Torino, dove il land artist ha continuato “la più grande catena umana della storia”.

Come tutte le sue opere, anche quella torinese è stata realizzata nel più totale rispetto della natura, con una tecnica che la porterà a svanire in circa 90 giorni. Nonostante ciò, l’augurio è che la catena umana, fatta di valori e intenti comuni, riesca a resistere nel tempo. 

In occasione della presentazione dell’opera siamo andati a Torino dove, oltre a visitare la personale dell’artista presso le sale centrali della Galleria Sabauda dei Musei Reali aperta fino al 21 gennaio 2021, abbiamo avuto l’occasione di fare qualche domanda a Saype. Leggi la nostra intervista qui sotto! 

Raccontaci un po’ di te. Come ti sei avvicinato all’arte e qual è stato il tuo percorso?
Sono nato nell’Est della Francia, in un piccolo paesino e ho iniziato la mia avventura con i graffiti quando avevo circa 14 anni. Mi sono chiesto subito quale fosse il senso della mia azione e, più in generale, quello dell’arte e mi sono subito risposto che, per me, la funzione primaria dell’arte è quella di catturare l’attenzione delle persone. Nelle città, dove siamo talmente inquinati, anche da un punto di vista visivo, ho avuto l’impressione di non riuscire più a catturarla l’attenzione della gente. 
Poi, circa nel 2012, stavo leggendo molta letteratura buddista, mi sono avvicinato al tema dell’ecologia e, allo stesso tempo, in Europa sono arrivati i droni. Così, ho cercato di fare un mix tra la mia esperienza di writer, ciò che stavo imparando dalle letture e la potenzialità dei droni. Questa scelta mi ha dato tantissime possibilità, avrei potuto offrire un accesso facile alla cultura e all’arte. 
Ci tengo ad aggiungere che sono stato infermiere per 7 anni e credo che quest’esperienza  abbia influito sulla mia arte, in cui non manca mai un carattere sociale e umano. 

Che tipo di pittura utilizzi per le tue opere e come hai messo a punto questa tecnica? 
Una delle prime cose che ho capito che avrei dovuto fare era quella di sviluppare un tipo di pittura più eco-compatibile possibile: ci è voluto quasi un anno a fare ciò, un anno passato a fare esperimenti nel giardino di casa, dipingendo piccole aree, cercando di creare una vernice che avesse il minor impatto possibile sull’ambiente. 

Una volta messa a punto ho cominciato a realizzare le mie prime opere, era il 2015. 

Come è nata l’idea di Beyond Walls e, secondo te, quali sono i muri che la nostra società dovrebbe abbattere?
Devo ammettere che cerco sempre di avere un approccio molto modesto. Certamente con la mia arte cerco di ispirare le persone, parlando di giustizia ed equità, ma non voglio fare discorsi morali, non voglio mettermi in cattedra perché non sono uno storico, un sociologo o un politologo. Quello che cerco di fare è di dare degli impulsi, di mettere un focus su ciò che mi sembra giusto. 
Credo che l’arte, essendo un linguaggio universale, possa davvero smuovere le cose e fare la differenza. 
Sai, io faccio parte di un’associazione apolitica che si chiama SOS Méditerranée e si occupa del salvataggio dei migranti in mare. È un’associazione formata da persone che mettono a rischio davvero la propria vita, a volte rimanendo in nave dei mesi per salvare le persone.

Ecco, ciò che ho detto prima, ovvero che l’arte può effettivamente smuovere qualcosa, è stato dimostrato nel 2018, quando ho realizzato a Ginevra un opera per l’associazione e la risonanza è stata talmente ampia che la confederazione svizzera, ovvero lo Stato, ha voluto donare un padiglione all’associazione.

In pratica SOS Méditerranée ha avuto l’egida dello Stato.  
E così, anche Beyond Walls è qualcosa che deve smuovere gli animi delle persone e questo progetto in particolare porta un messaggio di ottimismo: in un mondo come quello di oggi, in cui spesso viene dimenticata la storia, il passato, solo rimanendo unità l’umanità potrà essere in grado di superare le sfide che si troverà davanti. 
Solo creando questa catena umana possiamo far fronte alle sfide del futuro.

Com’è stato lavorare a Torino e collaborare con Lavazza?
Conoscevo molto bene Lavazza perché ho cominciato a lavorare con loro nel 2018, per il Calendario 2019. Quello che mi è piaciuto è stato vedere come Francesca Lavazza sia assolutamente innamorata dell’arte. Inoltre, anche il modo in cui si è sviluppata la collaborazione è stato incredibile ho avuto una libertà quasi totale, sia per il Calendario 2019 sia per questo progetto. Quando ho presentato l’idea Francesca ha accettato subito, senza cambiare niente. 
Cosa potrebbe chiedere di più un artista?!

In quali altri luoghi, d’Italia o del mondo, ti piacerebbe creare un’opera?
Di posti ce ne sono tantissimi, ad esempio mi piacerebbe New York. Ora andremo ad Istanbul e poi dovremmo andare anche a Il Cairo. Ma quello che mi interessa maggiormente è la storia dei luoghi e riuscire a creare dei legami.

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L’adolescenza di Martina Sarritzu è l’adolescenza di tutti

L’adolescenza di Martina Sarritzu è l’adolescenza di tutti

Giorgia Massari · 4 giorni fa · Art

Le compagne di classe la chiamavano l’iperbolica, sempre troppo sensazionalista o esageratamente drammatica secondo loro. Martina Sarritzu (Cesena, 1992) ha fatto del suo soprannome liceale una professione. Le sue illustrazioni grottesche e tragicomiche guardano proprio a quegli anni dell’adolescenza, per indagare le complesse emozioni che caratterizzano un periodo altrettanto complicato. Il tempo sembra dilatato se si ripensa a quegli anni, un cambiamento continuo da affrontare, un susseguirsi di stranezze, pressioni sociali da gestire, in cui tutto – dalla peluria all’acne – sembra essere un problema irrisolvibile. Con le sue graphic novel Sarritzu delinea un immaginario tanto reale quanto sconveniente, ogni dettaglio è enfatizzato, sviscerato e posto davanti allo spettatore, che facilmente si riconosce negli scenari da lei proposti. «Conviene innamorarsi del brutto», ha detto Martina in un’intervista su Artribune, «Ho iniziato a trovare affascinante e divertente tutto ciò che era sgraziato e ridicolo intorno a me. Raccontandolo poi, potevo renderlo fastoso e leggendario».

Martina Sarritzu, Emmò che dovrei fare mò?

La sfera sessuale è al centro della sua ricerca. Il corpo umano, l’elemento kitsch, così come l’esaltazione del particolare “imperfetto” emergono con prepotenza, per i più pudici, ma con un’estrema naturalezza da riuscire ad abbattere, almeno per il momento dell’osservazione, ogni tabù. Le illustrazioni di Martina Sarritzu vertono a una decostruzione degli stereotipi sessuali, di genere e, più in generale, volontariamente o non, innescano un meccanismo di normalizzazione tale per cui chi guarda tira come un sospiro di sollievo. L’identificazione collettiva e la condivisione di disagi dapprima solo personali sono in grado di distendere e alleviare traumi adolescenziali potenzialmente ancora irrisolti. Tutto è enfatizzato dai colori saturi, tipici dei cartoni animati che guardavano i Millennials. Oltre al mondo animato sono anche le mode e i trend di quegli anni a ispirare Martina Sarritzu. Brand come Onyx, Fornarina e Guru arricchiscono il suo immaginario, creando forti rimandi a un periodo ormai andato ma che riemerge come un sogno lucido.

Martina Sarritzu, Bisteccona
Sabato pomeriggio fisse da Emy
Carnaby Club
Sundee Feelings 2
Amabilmente discorrono

Courtesy & copyright Martina Sarritzu

L’adolescenza di Martina Sarritzu è l’adolescenza di tutti
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Come arte e design rispondono all’inquinamento

Come arte e design rispondono all’inquinamento

Giorgia Massari · 5 giorni fa · Art, Design

«Mi preoccupo, ma non me ne occupo», con una citazione del suo barbiere, Ferdinando Cotugno termina l’articolo su Rivista Studio a tema inquinamento dell’aria, riassumendo in modo schietto e sincero l’atteggiamento dei più nei confronti del problema. La pessima qualità dell’aria è un tema caldo già dall’inizio del nuovo anno ma è negli ultimi giorni, soprattutto a Milano e in tutta la Pianura Padana, a diventare protagonista. I dati mostrati sono allarmanti, sui social tutti sembrano condividere le infografiche. Quel colore viola intenso ci preoccupa, soprattutto se guardiamo al resto d’Europa, colorata di verde e blu, persino nelle grandi metropoli come Londra e Parigi la situazione sembra essere stabile. Ciò non significa che il resto d’Europa – o del mondo – si comporti meglio rispetto a noi, il motivo di questa sostanziale differenza è la conformazione geografica, ma questo non toglie che la situazione è grave e va affrontata. L’ansia diffusa sui social sottolinea un allarmismo dal basso che non sembra essere recepito dai piani alti. L’inquinamento dell’aria, lo smog, le polveri sottili – così come il cambiamento climatico in senso lato -, non sono di certo un tema nuovo. È un problema decennale che nascondiamo sotto lo zerbino, chi per rassegnazione chi per indifferenza, da tirare fuori solo quando diventa un trend, forse perché ce lo sbattono davanti agli occhi?

In questo senso, l’infografica assume un ruolo determinante. Un’immagine visiva può far scattare in noi un meccanismo di consapevolezza del problema, da invisibile e impercettibile a tangibile ed evidente. Se l’aspetto visivo è in quest’ottica fondamentale, chi meglio dell’arte può contribuire a diffonderlo? Oltre ai grafici che stanno circolando sui social, anche l’arte prova a inserirsi in questo contesto, ma non con poche difficoltà. Cercando sul web non è facile imbattersi in progetti davvero significativi, o meglio, che comunichino in modo efficace il problema ambientale. Qualche anno fa, lo scrittore, giornalista e antropologo indiano Amitav Ghosh pubblicava La grande cecità. Il cambiamento climatico e l’impensabile, interrogandosi sulle ragioni per cui gli artisti contemporanei trovassero difficile affrontare il tema delle catastrofi naturali. Una prima risposta la abbiamo avuta dalla recente mostra Everybody talks about the weather, nella sede veneziana di Fondazione Prada. Il curatore Dieter Roelstraete sostiene che il mondo dell’arte sembri prestare scarsa attenzione alla tematica, dunque tutti parlano del tempo tranne che il mondo dell’arte. O almeno, non come dovrebbe. In quest’ottica Roelstraete insiste sulla collaborazione tra scienza e arte, sfruttando la forza estetica del sapere scientifico e il protagonismo dell’arte contemporanea. La potenza dei meta dati e delle infografiche ritorna. «Questa mostra è preziosa perché potrebbe essere una delle prime di una nuova generazione capace di non fermarsi all’arte ma di “usarla” come occasione per lavorare su quella disattenzione socio-politica della società odierna che appare come il sintomo della nuova sindrome Don’t Look Up», facendo riferimento al film di Adam McKay del 2021, Nicola Davide Angerame su Artribune commenta lo sforzo comune dell’arte e della scienza nel delineare una forma di qualcosa che non la ha, ma non per questo può essere ignorata. Dunque, ora che il problema ha una forma potrà essere affrontato o, come in Don’t look up, lasceremo che il meteorite colpisca la Terra fino a distruggerla?

Verosimilmente, quest’ultima domanda non può avere una risposta univoca. Senza dubbio sono in molti a essersi attivati. Se da un lato l’arte – con uno sguardo scientifico e documentaristico – tenta di farsi portavoce di un messaggio, dall’altro sono l’architettura e il design a provare a rispondere in modo concreto al problema. In questo terzo paragrafo vogliamo essere possibilisti, riportando alcuni esempi significativi che fanno sperare in un futuro più sostenibile. Se pensiamo che più del 10% delle emissioni di anidride carbonica sono prodotte dal settore edile, rimanendo in territorio milanese è impossibile non citare il Bosco Verticale e prenderlo come esempio di un progresso ancora in corso. «Ormai sappiamo che le città giocano un ruolo importante nel plasmare il futuro del nostro Pianeta, essendo responsabili del 75% delle emissioni di CO2. E nelle città dobbiamo agire.» ci ha spiegato l’architetto del Bosco Verticale Stefano Boeri in un’intervista dell’anno scorso durante la Milano Design Week. «Le grandi città hanno l’opportunità di diventare parte integrante della soluzione al cambiamento climatico e alle problematiche ambientali che stanno influenzano la nostra vita di tutti i giorni, integrando la natura, salvaguardando quella esistente e aumentando il numero di foreste». Quello che Boeri suggerisce è una pratica che negli ultimi anni sta prendendo piede nella progettazione, ovvero quella di trarre ispirazione dalla natura per trovare materiali alternativi. In passato abbiamo già parlato del micelio, uno dei biomateriali più adatti a sostituire la fibra di vetro e il calcestruzzo, quest’ultimi tra i materiali più inquinanti. In quest’ottica è interessante citare il documentario di Netflix Verso il futuro, che nell’episodio 10 (I grattecieli) ipotizza uno scenario futuro in cui i grattacieli saranno completamente costruiti con materiali vivi che si inseriranno nel metabolismo della Terra, aumentando così la produzione di ossigeno e riducendo al massimo gli sprechi.

Gardens By The Bay, Singapore

Se in Verso il futuro viene citato sia il Bosco Verticale di Milano sia i Gardens by the Bay di Singapore, è il terzo episodio di Abstract – sempre su Netflix – a chiarirci ancora di più le idee. La protagonista dell’episodio è Neri Oxman, una designer israelo-americana ed ex professoressa nota per combinare arte, design, biologia, informatica e ingegneria dei materiali. Oxman lavora con un team multidisciplinare al MIT Media Lab, con una vision ben delineata: immaginare un futuro di completa sinergia tra la Natura e l’umanità. Il suo obiettivo è infatti quello di «creare materiali nuovi per la natura, con essa e derivati da essa», come per esempio il Silk Pavilion. Si tratta di una struttura metallica sulla quale dei robot – da lei progettati – hanno tessuto una rete di seta, completata dalla presenza di più di seimila bachi da seta che agiscono come “stampanti 3D biologiche” ricoprendo interamente la struttura iniziata dai robot fino a completarla.

Sono molti gli esempi che potremmo riportare dal campo della progettazione, ma anche la street art – nel suo piccolo – porta un contributo per contrastare l’inquinamento. Pensiamo alla vernice antismog utilizzata da alcuni, in grado di assorbire le polveri sottili presenti nell’aria. Uno dei più grandi d’Europa è a Roma, nel quartiere Ostiense, realizzato da Iena Cruz e assorbe la stessa quantità di smog di un bosco di trenta alberi. A Milano vi riportiamo un vecchio murales del 2019 di Camilla Falsini in Corso Garibaldi.

Indifferenza e attivismo. Due facce della stessa medaglia che caratterizzano l’atteggiamento socio-politico a un problema più che rilevante per la nostra sopravvivenza. Arte, architettura, design provano a inserirsi in una corrente ambientalista e offrono soluzioni alternative, ma basteranno a salvarci? Non ci resta altro che provare a ricordarcene sempre, non solo quando il nostro algoritmo lo decide. In questa scia critica verso noi stessi, chiudiamo questa riflessione con un cortometraggio dell’illustratore britannico Steve Cutts, che con un linguaggio crudo e diretto esplora la distruzione dell’ambiente per mano dell’uomo, forse spingendoci ad agire.

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Wekino diventa portavoce del K-Design

Wekino diventa portavoce del K-Design

Giorgia Massari · 6 giorni fa · Design

Si è appena conclusa la Stockholm Furniture & Light Fair, la fiera svedese dedicata al design. Senza sorprenderci troppo, abbiamo notato la nuova veste di Wekino, il brand coreano con sede a Seoul, che entra a tutti gli effetti nella scena internazionale del design, facendosi portavoce del cosiddetto K-Design. Come ormai è noto a tutti, la cultura coreana negli ultimi anni è un trend a tutti gli effetti, dalla musica al cinema, ma anche l’estetica e la skin care. È arrivato anche il turno del design. Wekino lo fa in modo intelligente, oltre al rebranding avvia una collaborazione con Note Design Studio con sede a Stoccolma. L’intenzione è quella di allineare il design coreano alla scena internazionale, diventandone un punto di riferimento. Per la nuova collezione, Wekino ha selezionato sei piccoli studi di design emergenti con l’intenzione di commissionare loro nuovi lavori che possano far coesistere la freschezza di cui necessitano e la tradizione. Il progetto si chiama Wekino With, i designer sono tutti rigorosamente coreani e la parola chiave è juxtoposition. Un binomio equilibrato tra artigianato e ipermodernismo. Scopriamo qui di seguito i sei studi selezionati e i prodotti che hanno realizzato per la collaborazione.

Studio Pesi e la sedia Stout


Studio Word e il tappeto Oddly

 
 
 
 
 
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Studio-Chacha e lo specchio Chroma


Studio Kunsik e il tavolo Salong


Kuo Duo e i due pezzi Reel Hanger e Book Worm


Kwangho Lee e la collezione di scaffali Pirouette

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Alla scoperta di Casa Malaparte a Capri

Alla scoperta di Casa Malaparte a Capri

Anna Frattini · 2 settimane fa · Design

Jacquemus continua nel suo intento di catturare l’attenzione in termini di location. Prima la sfilata da Fondazione Maeght – la galleria situata a Saint-Paul-de-Vence, vicino a Nizza – poi l’annuncio di un nuovo show a Casa Malaparte. Il tutto, in previsione della presentazione della collezione Resort fissata per il 10 giugno a Capri. In attesa di questo appuntamento, ecco tutto quello che sappiamo sulla villa, sulla sua storia e qualche curiosità in più.

 
 
 
 
 
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La storia di Casa Malaparte

Quella che andrà in scena il prossimo 10 giugno sarà una vera e propria celebrazione della vita, in occasione dei 15 anni dalla nascita del brand francese. La location, Casa Malaparte, è un luogo divisivo, per anni al centro di dibattiti sulla sua architettura brutalista e sulla sua posizione, che ha aperto un dibattito sulla questione ambientale. Anche Jean-Luc Godard la scelse per mettere in scena Il disprezzo, un film dove ritroviamo Brigitte Bardot, icona del cinema immortale.

La storia di Casa Malaparte inizia nel 1937, a Capo Masullo. È Adalberto Libera, architetto modernista, a pensarne la grintosa architettura raccontata anche in un saggio illustrato a opera di Cherubino Gambardella. Lo scrittore Curzio Malaparte, orbitando spesso nei pressi di Capri, decise quindi di costruire un luogo tutto suo grazie all’aiuto di Libera, nello stesso giro di amicizie dello scrittore. L’intenzione era quella di realizzare «un autoritratto abitativo ed estetico» come scrive sul suo diario, così riportato da Francesca Faccani su Vogue. Il risultato non è altro che un edificio arroccato su una scogliera, a strapiombo sul mare.

 
 
 
 
 
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Fra cinema e pubblicità

Ma come ha fatto Curzio Malaparte a ottenere il permesso di costruire proprio lì, a Capo Masullo, al tempo un luogo raggiungibile solo a piedi? E come è entrata nell’immaginario comune? Alla prima domanda possiamo rispondere che lo scrittore, forte della sua amicizia con il Ministro degli Esteri del tempo – Galeazzo Ciano – ottenne così i permessi per costruirla. Per rispondere alla seconda domanda, invece, dobbiamo guardare anche alla cinematografia. Non solo al film sopracitato, Il disprezzo, ma anche a La pelle, un film di Liliana Cavani basato sul romanzo del proprietario originale di Malaparte. Ci sono anche pubblicità come quella di Yves Saint Laurent del 2018 – con Kate Moss e Jamie Bochert – che ci hanno permesso di dare uno sguardo alla villa, ormai chiusa al pubblico da molti anni.

Che Jacquemus – ancora indipendente e lontano dalle dinamiche dei grandi conglomerati del lusso – sembra aver sempre meno da raccontare lo ha detto anche Cecilia Andrea Caruso, nella sua newsletter. Quello che è certo, però, è che Simone Porte Jacquemus – abilissimo comunicatore – spesso e volentieri ci porta in luoghi affascinanti poco o nulla esplorati dal mondo della moda. Ci chiediamo ora, quanto potremmo vedere di questo luogo così misterioso e iconico. Non ci resta che aspettare il 10 giugno.

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