L’essenza della street photography: tutti i demoni di Boogie

In un panorama artistico come quello della street photography che appare sempre più saturo e banalizzato, c’è ancora chi – per fortuna – ha qualcosa da raccontare.

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20 Maggio 2019

È il caso di Vladimir Milivojevich, meglio conosciuto come Boogie, street photographer nato a Belgrado nel 1969 e trasferitosi a New York City nel ’98.
Nei suoi primi lavori ha raccontato la guerra civile che ha devastato il suo paese negli anni ’90, determinando il suo approccio alla fotografia e la fascinazione per i soggetti più tetri e grotteschi.
Ha pubblicato numerose monografie, immortalando la brutalità delle realtà metropolitane di tutto il mondo, da Mosca a Belgrado, da Kingston a Tbilisi, da Tokyo a Caracas.

In una video-intervista per Huck, Boogie ha riassunto l’essenza della street photography:

-“Good shots are everywhere. You don’t really choose your projects. 
You don’t really find them. They find you. A Single good shot? Anyone can do that.  It’s completely different thing to tell a story”


I suoi soggetti sono gli abitanti delle periferie: membri di gang, comunità di tossico dipendenti, skinheads, manifestanti e ribelli. Boogie riesce a immortalarli in tutta la loro potenza espressiva, come demoni che emergono dagli angoli più remoti delle città. 
Sono scatti che sembrano urlare, ancor più che raccontare, quei mondi nascosti sotto la superficie.

-”A Single good shot? Anyone can do that. 
It’s completely different thing to tell a story”-


Ma nei suoi scatti non ci sono solo violenza e ribellione.
C’è un fortissimo senso di appartenenza che contrasta profondamente con l’isolamento che queste micro-comunità sperimentano, volontario o meno. C’è l’orgoglio nel mostrare i segni di riconoscimento e i propri tatuaggi. 
C’è talvolta la bellezza, c’è il senso di riscatto: in un abbraccio rubato tra muri fatiscenti, sui corpi imperlati di sudore dei giovani pugili in Thailandia e nei loro sguardi determinati, su quei corpi segnati da cicatrici, nei colori sgargianti degli abiti che spiccano su quelle periferie sfuocate.

La forza narrativa – presente per altro anche nei progetti commerciali – è senz’altro legata alla capacità di Boogie di farsi accettare da quelle comunità. D’altra parte, come si legge nella sua biografia: he lives in Brooklyn and all over the world.

Tra i suoi progetti:

Kingston, Jamaica, 2011
“Il posto più pazzo in cui sia mai stato”.
Boogie è stato a Kingston più volte, definendola strana e terribilmente aggressiva eppure bellissima. Ha ritratto tutti i suoi abitanti, dalla gente comune ai membri delle gang.

Skinheads – Belgrade, Serbia, 2003-2005 racconta lato oscuro della Serbia più conservatrice: i gruppi di Skinheads, che mostrano fieri i loro tatuaggi e inneggiano ai regimi di estrema destra e alla superiorità della razza bianca.

In Belgrade Belongs to me, 2009, Boogie traccia un ritratto della sua città natale, un mondo caotico e contradditorio.
It’s All Good è la prima monografia di Boogie, pubblicata nel 2006 e riedita nel 2016 (It’s All Good Anniversary). Attraverso gli scatti dei progetti Drugs e Gangs, Boogie racconta la vita quotidiana nei quartieri più duri di NY, Bushwick, Bedford-Stuyvesant e Queensbridge, immortalando le iniziazioni delle gang, il culto delle armi e della violenza, i tatuaggi, i corpi segnati dalle siringhe, gli occhi persi dei tossicodipendenti.

Moscow, 2019
Si tratta della più recente pubblicazione di Boogie, da cui emergono tutta la forza e la brutalità di un paese che si ritrova nei volti segnati dalle rughe, nelle architetture massicce, nei corpi muscolosi dei pugili. “The first time I visited Moscow, I felt like I had found my tribe. A big, powerful, lost tribe.”

Testo di: Francesca Lotti

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