Photography Il sole tramonta sulla Yakuza
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Il sole tramonta sulla Yakuza

Intervista al fotografo Theo Cottle che nel suo progetto Yakuza documenta i bagni rituali dei membri della mafia giapponese
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Giorgia Massari
theo cottle

Dietro al concetto di mafia, soprattutto in Italia, si nascondono pregiudizi e fascinazioni. Con il fotografo Theo Cottle abbiamo approfondito la vita dei membri della Yakuza, la mafia giapponese. Il progetto di Cottle inizia come una serie di scatti analogici per diventare poi un libro, tutto raccolto sotto il titolo 893 Yakuza: The Setting Sun. Ciò che emerge subito, anche leggendo il titolo, è il concetto di tramonto. Qualcosa che sta scomparendo. In effetti, ciò che evidenzia il progetto è l’invecchiamento della Yakuza, qui documentata durante i loro tipici bagni rituali. Ma come è riuscito Cottle a scattarli e soprattutto in un ambiente così intimo come un onsen giapponese che prevede nudità? Lo abbiamo intervistato per scoprire qualche aneddoto e qualche tecnicismo dietro questo progetto, realizzato in pochi giorni a Tokyo.

theo cottle

Come sei stato introdotto a questo circolo e hai ottenuto il permesso di scattare foto?

Ho fatto buone amicizie in Giappone che mi hanno aperto alcune porte e mi hanno permesso di farlo, senza questi rapporti non avrei potuto realizzare il lavoro. Ci è voluto molto tempo e pazienza poiché c’erano diverse persone con cui dovevo comunicare. Un altro aspetto rilevante è stata la sincerità delle mie intenzioni. Alla fine le cose si sono allineate e sono riuscito a realizzare questo progetto solo pochi giorni prima che il mio tempo a Tokyo finisse.

È stato difficile interagire con i membri della Yakuza? Com’è stato il processo di ripresa?

Tutti i membri della Yakuza che ho fotografato sono stati davvero rispettosi nei miei confronti, lavoravo servendomi di un traduttore, c’è stata una buona energia. C’era molta pianificazione a causa del tempo limitato, quindi dovevo lavorare velocemente su ogni ritratto. Ho progettato alcuni degli scatti che volevo realizzare ancora prima di interagire, ciò mi ha permesso di essere molto preciso durante il processo.

Dal punto di vista tecnico, quali pellicole hai usato? Come hai gestito il processo di editing?

Ho scattato su pellicola e ho usato Kodak Tmax per il bianco e nero, mentre Portra 400 per il colore. In realtà, è stato quello che ho trovato lì in Giappone. Gli scatti sono tutti in formato 645 su una fotocamera che ho preso a Tokyo. Le immagini nel libro sono tutte stampe in camera oscura, questo processo è stato una parte fondamentale nella costruzione della mia estetica.

Cosa cercavi veramente quando hai deciso di intraprendere questo progetto? In un’intervista con NOWNESS, hai menzionato che è emerso un aspetto vulnerabile in un ambiente in cui non ce lo si aspetterebbe. Come lo hai percepito? Qual è il tuo scatto preferito?

Spesso abbiamo dei preconcetti sui membri delle gang, che provengono dai film e dalla cultura popolare, ma la realtà può essere molto diversa. La mia intenzione era quella di esplorare un altro lato di queste persone attraverso uno stato di vulnerabilità apparente. C’era più di quanto mi aspettassi. Lo scatto che guarda in basso nella vasca verde è un’immagine che penso riassuma il progetto e le mie intenzioni nel migliore dei modi.

Questo sulla Yakuza è solo uno dei tuoi tanti progetti di ricerca insieme a quelli commerciali. Come riesci a bilanciare questi due aspetti?

C’è una distinzione tra il lavoro meramente commerciale e i miei lavori personali, ma cerco di combinare questi due aspetti dove possibile. Venendo da un background documentaristico, cerco di iniettare un senso di realismo nei progetti su cui lavoro. I progetti personali informano in gran parte la mia pratica e aiutano i miei progetti commerciali.

Molti dei tuoi progetti sono realizzati in analogico. Hai qualche consiglio sul processo in camera oscura?

Penso che sia importante essere pazienti con questo tipo di processo. È molto gratificante e bello usare un mezzo che è in gran parte dimenticato. Va nella direzione opposta in un mondo in cui tutto è passato così rapidamente al digitale.

Courtesy Theo Cottle

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Scritto da Giorgia Massari

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