Che l’animazione stesse vivendo un momento d’oro nel mondo dei videoclip musicali, lo avevamo già capito dall’ultimo video di A$AP Rocky con la collaborazione di Tim Burton. Ma a farci tornare su questo punto è l’ultimo lavoro di Thundercat, che conferma questa tendenza senza mezzi termini. In She Knows Too Much, il bassista e producer di Los Angeles che tornerà il 5 marzo per il suo unico live italiano all’Alcatraz di Milano, costruisce un viaggio visivo frammentato in sei sezioni, ciascuna affidata a team di animatori diversi, con estetiche autonome ma legate da una tensione comune: quella di spingere l’animazione ai limiti del linguaggio emotivo.
La prima sezione, diretta e animata da Joshua Clauss con asset 3D aggiuntivi di Connor Ross, apre con un’estetica vibrante e plastica, dove il character design sembra muoversi tra ironia e inquietudine. Qui l’animazione è fluida ma volutamente instabile, distorta – come se l’immagine potesse collassare da un momento all’altro.


La seconda sezione cambia completamente registro. Crux Studio e Mathematic costruiscono un mondo più narrativo, sotto la direzione di Frederick Venet. Con l’animazione di Cecil Tawale e Titouan Crasson, i background di Valentine Rault e Philémon Jung, e il clean up di Kristina Degtyar, Loon Gallardo, Darya Butova e Roxane Doti, la scena si stratifica. Il risultato ci trasporta in una dimensione completamente diversa rispetto alla prima, quasi cinematografica, con una cura maniacale per i dettagli e colori che ci ricordano suggestioni notturne e pop, contraddistinte da un ritmo ben preciso nei movimenti dei protagonisti.

La terza sezione, firmata ancora da Mathematic, punta invece sull’identità del personaggio e sul ritorno alla plasticità. Barnabé Cantin cura character design e animazione, con asset 3D aggiuntivi di Remy Maatouk, Juliette Battier e Paulin Girard. Qui il segno è più sintetico ma potentissimo: pochi elementi, grande impatto.

Con la quarta sezione Turçin Soylu riporta tutto verso una dimensione più grafica e astratta, quasi illustrativa. Ines Fragueiro e Yutong Zhang amplificano il movimento con animazioni aggiuntive che sembrano espandere l’immagine oltre i confini del frame.


La quinta parte, guidata da Lola Lefèvre con il colour animation di Zofia Klamka, è una festa cromatica. Qui il colore non riempie: pulsa, vibra, racconta. L’animazione prende così una piega diversa, inaspettata ma d’impatto.


Infine, Tom Jeanbourquin e Valentin Gaubert chiudono il video con una sezione che sembra sintetizzare tutte le precedenti. C’è, ancora una volta la plasticità dello stopmotion, ma anche maturità compositiva evidente. Emozioni che sembrano uscire, letteralmente, dallo schermo.

Quello che ci riporta all’inizio, e che ci ha colpito di questo progetto, è la sua struttura modulare. Sei capitoli, sei visioni, che nel giro di 3 minuti e 34 secondi ci restituiscono tutte le emozioni del brano, catturandone l’essenza. E questo sembra essere un tipo di approccio sempre più comune: l’animazione come terreno collettivo, laboratorio condiviso, spazio di sperimentazione e riconoscimento.
Non è un caso che sempre più artisti mainstream stiano scegliendo linguaggi simili. I Twenty One Pilots hanno appena pubblicato un video in stop motion, dimostrando quanto la manualità e l’artigianalità visiva siano tornate centrali nel pop contemporaneo. Allo stesso modo, come dicevamo all’inizio, A$AP Rocky ha collaborato con Tim Burton in un progetto animato 2D, dimostrando che il confine tra cinema d’autore e videoclip è ormai molto labile.
Con questo progetto, l’animazione si riconferma come il linguaggio più libero a disposizione della musica. Non richiede realismo, non deve rendere conto a regole prestabilite, e soprattutto può cambiare stile ogni trenta secondi. E per artisti come Thundercat, che hanno sempre giocato con identità, ironia e trasformazione, è il mezzo perfetto.
