Esistono storie di fallimenti che raccontano successi. Vero, ma è altrettanto vero che, come affermò il sociologo canadese Marshall McLuhan, “nulla retrocede come il successo”.
Nel 1996 due ragazzi americani, abbandonarono il loro paese per trasferirsi in Giappone, due espatriati che lasciarono quella che veniva, e viene ancora, definita la terra delle opportunità, con il sogno di fare ciò che non erano riusciti a realizzare nel loro paese. Ma sopratutto perché, captarono la wave che stava per arrivare, il paese del Sol Levante sarebbe diventato una parte fondamentale, se non il fulcro, della street culture nel senso più ampio del termine, e che quindi, sarebbe stata una grossa opportunità creare un ponte culturale tra il loro paese d’origine e appunto il Giappone.

Lucas Badtke-Berkov e Adam Glickman, fondarono la rivista Tokion nel 1996.
Nata come una zine che raccontava l’esplosione culturale giapponese degli anni ’90, si trasformò velocemente in una rivista patinata per la generazione di giovani giapponesi completamente immersa nella cultura pop. I temi trattati si concentravano sull’arte, la moda, la musica e il cinema e grazie a figure come Nigo, Hiroshi Fujiwara e Shinichiro Nakamura (Sk8thing), Tokyo stava emergendo anche come centro creativo della cultura streetwear che, a breve, avrebbe conquistato il mondo.

Due anni dopo la sua fondazione, il ponte di cui sopra venne completato, Tokion aprì un suo ufficio a Los Angeles, per poi trasferire la sede americana a New York nel 2000. Questo ampliamento però, non portò benefici al magazine, che si “divise” in due entità a sé stanti: Tokion U.S. spostò l’attenzione dai contenuti che prendevano spunto da ciò che accadeva in Giappone, verso l’estetica della street culture newyorkese, per poi diventare una rivista quasi interamente dedicata dedicata all’arte più globale, con interviste a personaggi del calibro di Lou Reed, Richard Prince, James Brown, Francesco Clemente, Roger Corman, Ed Ruscha e Jeff Koons, continuando però a dare spazio ad artisti emergenti come Harmony Korine, Miranda July, Cory Arcangel e Simone Shubuck.

Lucas Badtke-Berkov rimase in Giappone a gestire il team originale muovendosi sempre di più verso temi “soft” come ad esempio viaggi, mentre Adam apportò quei cambiamenti alla linea editoriale fino a quando si arrivò a parlare di un vero e proprio scioglimento formale, in sostanza erano diventati due magazine diversi.
Nel 2002 però, Badtke-Berkov, cedette le sue quote della rivista a Glickman che continuò a pubblicare le due edizioni (giapponese e americana) fino a quando nel 2005, quella giapponese fu venduta alla Infas Publishing Company e l’anno dopo anche quella americana cambiò proprietà, finendo in mano all’editore indipendente Larry Resenblum.

La definitiva chiusura arrivò nel 2009 quando, tutto ciò che era rimasto di un sogno, di un’avventura, di una semplice rivista, che prima di moltissimi altri aveva compreso quanto la street culture legata alla moda, all’arte, al cinema e alla musica fosse centrale, fu venduto per pignoramento a Donald Hellinger, presidente della Nylon Holding, Inc., che ribattezzò la rivista, Factory, distribuita esclusivamente negli Stai Uniti.

Un fatto che spiega perfettamente quanto, Tokion, rappresentasse quel collegamento culturale tra Giappone e Stati Uniti, è la collaborazione tra il magazine e Supreme nel 2001.
Le due realtà fondarono la loro partnership sulla base delle loro fondamenta estremante simili: nel 1998 Tokion sbarcò negli States proprio mentre Supreme apriva i suoi store in Giappone, figure come Lou Reed e Harmony Korine, hanno rappresentato per entrambe una grossa fonte di ispirazione.
Il frutto della collabo fu una box logo completamente diversa da qualsiasi altra che il brand fondato da James Jebbia abbia mai realizzato: fa a meno del tradizionale font Futura Bold e lo sostituisce con un’immagine del grattacielo che ospitava gli uffici di Tokion a New York nel 2000, una sorta di rappresentazione fisica del magazine, con il co-branding, “Supreme vs Tokion”, ben visibile ma estremamente pulito e discreto. Sulla manica sinistra invece, i due loghi sono l’uno sopra l’altro.

Pare che la quantità di T-shirt prodotte sia di circa 100 pezzi, il che fa di questa maglietta uno dei pezzi più rari mai prodotti da Supreme e che spiega anche la cifra, altissima, per potersela portare a casa (oltre 5000 dollari).
Questa tee rappresenta la perfetta fusione di due entità culturalmente molto influenti nel loro contesto e che condividevano cultura, sogni e ideali.
