La rivoluzione si fa all’uncinetto

La rivoluzione si fa all’uncinetto

Anna Frattini · 2 mesi fa · Style

Ho iniziato a lavorare all’uncinetto nell’estate del 2020 e da quel momento sono entrata in un mondo a parte. Uno spazio nuovo, fatto di creatività e regole da seguire. In molti la chiamano crochet therapy ma c’è chi di questa passione ne ha fatto un vero e proprio lavoro. Proprio per questo abbiamo parlato con quattro donne, la forza dietro a tre brand diversissimi fra loro ma accomunati dalla tecnica con cui realizzano capi e accessori unici. Questa tecnica, quella dell’uncinetto, si intreccia anche a temi apparentemente lontani come il dopamine dressing o la sostenibilità.

Da Laura e Ludovica De Luca – le giovanissime sorelle dietro al successo di Trippat – fino a Made For A Woman, il brand sosteniblie e socialmente responsabile nato da un’idea di Eileen Akbaraly. Ma c’è anche Rat Hat, una realtà familiare pensata durante il primo lockdown da Alice Sofia Navarin. L’ascesa dell’uncinetto sembra inarrestabile e la ragione, probabilmente, sta nel fascino immortale di realizzare qualcosa con le proprie mani, da zero. Profili come @skumpstitch ci dimostrano che condividere contenuti a tema crochet non sia solo più un semplice trend passeggero ma un vero e proprio stile di vita, rispolverato definitivamente durante il primo lockdown nell’ormai lontano 2020.

 
 
 
 
 
Visualizza questo post su Instagram
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

Un post condiviso da amy (@skumpstitch)

Uno dei segnali più evidenti di questa rinascita è la diffusione di laboratori di crochet. È successo anche all’Università di Milano-Bicocca dove un gruppo di studenti ha introdotto un workshop di uncinetto (e maglia) aperto a tutti, anche a chi non ha esperienza. Nel corso degli ultimi anni sono emerse personalità come quelle di Ella Emhoff, modella e knitwear designer newyorkese dallo stile iconico che a dire il vero si occupa più che altro di lavori a maglia collaborando con vari brand e non solo. Abbiamo visto anche Tom Daley sferruzzare alle Olimpiadi di Tokyo nel 2021 e ancor prima siamo rimasti rapiti dai mittens di Bernie Sanders immortalato in un’immagine diventata meme su scala internazionale. Insomma, ci troviamo davanti a un vero e proprio fenomeno entrato a gamba tesa nella pop culture

Rat Hat, Trippat e la forza del dopamine dressing

Guardando i profili di Rat Hat e Trippat, due brand italiani piccoli ma coloratissimi, è impossibile non notare la quantità di colori – anche neon – accostati insieme. Un’esplosione che attira subito e che risulta perfettamente in linea con il concetto di dopamine dressing, l’attitudine di indossare capi colorati che migliorano l’umore.

Non solo colore ma anche responsabilità sociale. Parlando con Alice Sofia Navarin, founder di Rat Hat, si tratta di una vera e propria missione che parte dalla sua esperienza nel mondo della moda come modella. «[…] ho fatto delle considerazioni riguardo alla produzione tessile e agli sprechi che avvengono normalmente in questo settore e penso sia stato un processo naturale quindi fare delle scelte responsabili, ho cercato di essere coerente con l’idea di partenza e non spostare la produzione fuori dal contesto in cui ero partita, la mia famiglia e la mia città» ci spiega Navarin.

Come nel caso di Rat Hat anche la storia di Trippat parte nel 2020. L’anno zero della rinascita dell’uncinetto. Le giovanissime Laura e Ludovica De Luca, confinate nello loro Trippat Room, si sono ritrovate a voler imparare le basi dell’uncinetto con l’aiuto della loro nonna. Da quel momento è nata una vera e propria stella, «un ponte tra diverse generazioni che crea nuovi legami e sinergie» come si legge nel comunicato stampa che accompagna la presentazione del brand. Anche il nome affonda le radici nelle loro origini mixandosi con elementi appartenenti alla Gen Z. Lo stesso Trippat nasce dalla trasformazione di trippy hats “alla napoletana maniera”.

Laura e Ludovice DeLuca, le founder di Trippat

Ci siamo anche chiesti come ci sia arrivato Trippat a diventare così virale, ma secondo le founder « la svolta c’è stata entrando in contatto con Jovanotti e continuando a rendersi conto della portata del nostro progetto ogni volta che personaggi come Madonna, Marracash e Tokischa si interessano a noi». Nonostante tutto, non riescono a definirlo come un vero e proprio lavoro e l’approccio che mantengono è quello che si ha per una passione; «finché sarà così potremo essere sicure che i nostri capi abbiano valore» continuano Laura e Ludovica.

La missione di Made For A Woman, il brand di Eileen Akbaraly

Abbiamo scelto di raccontare anche un’altra storia, diversissima da quella di Rat Hat e di Trippat, ma dal respiro internazionale e interamente focalizzata nel controvertire le regole del sistema moda per come lo conosciamo. Un progetto di gran lunga più strutturato ma sicuramente interessante, Made For A Woman è un brand con una missione ben precisa: «creare e implementare un modello di business sostenibile, scalabile e innovativo basato sull’uguaglianza di genere, per dimostrare che una narrazione autentica e la trasparenza sono valori fondamentali per avere successo nel mondo della moda». Un obbiettivo ambizioso che la founder, Eileen Akbaraly si è fin da subito prefissata arrivando a collaborare con brand del calibro di Swatch e Chloè. Quella Akbaraly è una storia particolare – cresciuta in Madagascar e di origini italiane e indiane – che le ha permesso di aprire gli occhi sul tema della responsabilità sociale ma non solo.

uncinetto
Gli artigiani di Made For A Woman al lavoro per la realizzazione dei pezzi in collaborazione con Chloé

«Sono grata di poter unire la mia creatività attraverso il design di moda a questa missione. Detto ciò, credo fermamente che un marchio di moda sostenibile rappresenti qualcosa di “più grande”. Ogni anno, l’industria della moda emette 2,1 miliardi di tonnellate di gas serra. Spingere l’intera industria della moda verso un futuro più sostenibile ed etico non è una opzione, ma una necessità. La nostra speranza è che il nostro modello di business venga implementato in tutto il mondo e che continuiamo a mettere a disposizione la nostra maestria artigianale anche ad altri marchi di lusso che sono dedicati a rendere i propri affari più sostenibili» ci spiega Akbaraly.

Quella di Made For A Woman è una strategia che si concentra nel creare una catena del valore sicura, socialmente e ambientalmente sostenibile, al centro del modello di business che li contraddistingue. La strategia sociale sostenibile del brand si basa su una valutazione approfondita delle necessità degli artigiani che lavorano nell’atelier di Made For A Woman e si concentra su quattro pilastri principali, seguendo i principi inclusi negli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile creati dalle Nazioni Unite.

uncinetto

Insomma, parlare di crochet non vuol dire parlare solo di un passatempo ma anche di responsabilità sociale e sostenibilità. Le storie di Alice Sofia Navarin, Laura e Ludovica De Luca insieme a quella di Eileen Akbaraly ci portano su una strada nuova, lontana dalle dinamiche esasperate delle Fashion Week e della produzione compulsiva.

La rivoluzione si fa all’uncinetto
Style
La rivoluzione si fa all’uncinetto
La rivoluzione si fa all’uncinetto
1 · 11
2 · 11
3 · 11
4 · 11
5 · 11
6 · 11
7 · 11
8 · 11
9 · 11
10 · 11
11 · 11
MOTOREFISICO e RBSN insieme per una live performance

MOTOREFISICO e RBSN insieme per una live performance

Giulia Guido · 20 ore fa · Design

MOTOREFISICO, il duo composto da Lorenzo Pagliara e Gianmaria Zonfrillo – due architetti e designer romani – ha realizzato “Fog Of War”, un’installazione pensata per il live di “Spiritural Leader”, un brano di RBSN. Il risultato è una vera e propria esperienza immersiva dove a separare musicisti e spettatori c’era solo l’opera d’arte. “Spiritual Leader” è un brano di RBSN ispirato al dub poet Linton Kwesi Johnson e contenuto in “Stranger Days”, il suo primo album pubblicato con l’etichetta americana Ropeadope.

Chi è RBSN

RBSN, nome d’arte di Alessandro Rebesani, è un musicista fortemente influenzato da suggestioni internazionali che vanta un sound personalissimo e originale. Il suo stile combina jazz, musica elettronica, psych/soul e pop. Nel corso della sua formazione collabora con l’etichetta Tight Lines e con Sofar London ma una delle partnership più interessante è sicuramente quella con Tate Modern. Nel 2022 è il primo artista italiano nonché il più giovane a essere messo sotto contratto dall’etichetta newyorchese Ropeadope, che dà alle stampe il suo primo disco “Stranger Days”, apprezzato dagli addetti ai lavori e non solo. Oggi fa parte di ODD Clique, collettivo ed etichetta musicale nata a Roma per celebrare e diffondere ovunque la sua ricca scena musicale caratterizzata da un respiro internazionale.

Design e musica

La sintonia – palpabile durante la performance – è dovuta dal rapporto sinergico fra Lorenzo Pagliara e RBSN che collaborano dal 2018 su perfomarce AV. La sonorizzazione dei vari mapping in concomitanza alla performance è sicuramente uno dei punti di forza di questo happening.

MOTOREFISICO e RBSN insieme per una live performance
Design
MOTOREFISICO e RBSN insieme per una live performance
MOTOREFISICO e RBSN insieme per una live performance
1 · 1
Come arte e design rispondono all’inquinamento

Come arte e design rispondono all’inquinamento

Giorgia Massari · 2 giorni fa · Art, Design

«Mi preoccupo, ma non me ne occupo», con una citazione del suo barbiere, Ferdinando Cotugno termina l’articolo su Rivista Studio a tema inquinamento dell’aria, riassumendo in modo schietto e sincero l’atteggiamento dei più nei confronti del problema. La pessima qualità dell’aria è un tema caldo già dall’inizio del nuovo anno ma è negli ultimi giorni, soprattutto a Milano e in tutta la Pianura Padana, a diventare protagonista. I dati mostrati sono allarmanti, sui social tutti sembrano condividere le infografiche. Quel colore viola intenso ci preoccupa, soprattutto se guardiamo al resto d’Europa, colorata di verde e blu, persino nelle grandi metropoli come Londra e Parigi la situazione sembra essere stabile. Ciò non significa che il resto d’Europa – o del mondo – si comporti meglio rispetto a noi, il motivo di questa sostanziale differenza è la conformazione geografica, ma questo non toglie che la situazione è grave e va affrontata. L’ansia diffusa sui social sottolinea un allarmismo dal basso che non sembra essere recepito dai piani alti. L’inquinamento dell’aria, lo smog, le polveri sottili – così come il cambiamento climatico in senso lato -, non sono di certo un tema nuovo. È un problema decennale che nascondiamo sotto lo zerbino, chi per rassegnazione chi per indifferenza, da tirare fuori solo quando diventa un trend, forse perché ce lo sbattono davanti agli occhi?

In questo senso, l’infografica assume un ruolo determinante. Un’immagine visiva può far scattare in noi un meccanismo di consapevolezza del problema, da invisibile e impercettibile a tangibile ed evidente. Se l’aspetto visivo è in quest’ottica fondamentale, chi meglio dell’arte può contribuire a diffonderlo? Oltre ai grafici che stanno circolando sui social, anche l’arte prova a inserirsi in questo contesto, ma non con poche difficoltà. Cercando sul web non è facile imbattersi in progetti davvero significativi, o meglio, che comunichino in modo efficace il problema ambientale. Qualche anno fa, lo scrittore, giornalista e antropologo indiano Amitav Ghosh pubblicava La grande cecità. Il cambiamento climatico e l’impensabile, interrogandosi sulle ragioni per cui gli artisti contemporanei trovassero difficile affrontare il tema delle catastrofi naturali. Una prima risposta la abbiamo avuta dalla recente mostra Everybody talks about the weather, nella sede veneziana di Fondazione Prada. Il curatore Dieter Roelstraete sostiene che il mondo dell’arte sembri prestare scarsa attenzione alla tematica, dunque tutti parlano del tempo tranne che il mondo dell’arte. O almeno, non come dovrebbe. In quest’ottica Roelstraete insiste sulla collaborazione tra scienza e arte, sfruttando la forza estetica del sapere scientifico e il protagonismo dell’arte contemporanea. La potenza dei meta dati e delle infografiche ritorna. «Questa mostra è preziosa perché potrebbe essere una delle prime di una nuova generazione capace di non fermarsi all’arte ma di “usarla” come occasione per lavorare su quella disattenzione socio-politica della società odierna che appare come il sintomo della nuova sindrome Don’t Look Up», facendo riferimento al film di Adam McKay del 2021, Nicola Davide Angerame su Artribune commenta lo sforzo comune dell’arte e della scienza nel delineare una forma di qualcosa che non la ha, ma non per questo può essere ignorata. Dunque, ora che il problema ha una forma potrà essere affrontato o, come in Don’t look up, lasceremo che il meteorite colpisca la Terra fino a distruggerla?

Verosimilmente, quest’ultima domanda non può avere una risposta univoca. Senza dubbio sono in molti a essersi attivati. Se da un lato l’arte – con uno sguardo scientifico e documentaristico – tenta di farsi portavoce di un messaggio, dall’altro sono l’architettura e il design a provare a rispondere in modo concreto al problema. In questo terzo paragrafo vogliamo essere possibilisti, riportando alcuni esempi significativi che fanno sperare in un futuro più sostenibile. Se pensiamo che più del 10% delle emissioni di anidride carbonica sono prodotte dal settore edile, rimanendo in territorio milanese è impossibile non citare il Bosco Verticale e prenderlo come esempio di un progresso ancora in corso. «Ormai sappiamo che le città giocano un ruolo importante nel plasmare il futuro del nostro Pianeta, essendo responsabili del 75% delle emissioni di CO2. E nelle città dobbiamo agire.» ci ha spiegato l’architetto del Bosco Verticale Stefano Boeri in un’intervista dell’anno scorso durante la Milano Design Week. «Le grandi città hanno l’opportunità di diventare parte integrante della soluzione al cambiamento climatico e alle problematiche ambientali che stanno influenzano la nostra vita di tutti i giorni, integrando la natura, salvaguardando quella esistente e aumentando il numero di foreste». Quello che Boeri suggerisce è una pratica che negli ultimi anni sta prendendo piede nella progettazione, ovvero quella di trarre ispirazione dalla natura per trovare materiali alternativi. In passato abbiamo già parlato del micelio, uno dei biomateriali più adatti a sostituire la fibra di vetro e il calcestruzzo, quest’ultimi tra i materiali più inquinanti. In quest’ottica è interessante citare il documentario di Netflix Verso il futuro, che nell’episodio 10 (I grattecieli) ipotizza uno scenario futuro in cui i grattacieli saranno completamente costruiti con materiali vivi che si inseriranno nel metabolismo della Terra, aumentando così la produzione di ossigeno e riducendo al massimo gli sprechi.

Gardens By The Bay, Singapore

Se in Verso il futuro viene citato sia il Bosco Verticale di Milano sia i Gardens by the Bay di Singapore, è il terzo episodio di Abstract – sempre su Netflix – a chiarirci ancora di più le idee. La protagonista dell’episodio è Neri Oxman, una designer israelo-americana ed ex professoressa nota per combinare arte, design, biologia, informatica e ingegneria dei materiali. Oxman lavora con un team multidisciplinare al MIT Media Lab, con una vision ben delineata: immaginare un futuro di completa sinergia tra la Natura e l’umanità. Il suo obiettivo è infatti quello di «creare materiali nuovi per la natura, con essa e derivati da essa», come per esempio il Silk Pavilion. Si tratta di una struttura metallica sulla quale dei robot – da lei progettati – hanno tessuto una rete di seta, completata dalla presenza di più di seimila bachi da seta che agiscono come “stampanti 3D biologiche” ricoprendo interamente la struttura iniziata dai robot fino a completarla.

Sono molti gli esempi che potremmo riportare dal campo della progettazione, ma anche la street art – nel suo piccolo – porta un contributo per contrastare l’inquinamento. Pensiamo alla vernice antismog utilizzata da alcuni, in grado di assorbire le polveri sottili presenti nell’aria. Uno dei più grandi d’Europa è a Roma, nel quartiere Ostiense, realizzato da Iena Cruz e assorbe la stessa quantità di smog di un bosco di trenta alberi. A Milano vi riportiamo un vecchio murales del 2019 di Camilla Falsini in Corso Garibaldi.

Indifferenza e attivismo. Due facce della stessa medaglia che caratterizzano l’atteggiamento socio-politico a un problema più che rilevante per la nostra sopravvivenza. Arte, architettura, design provano a inserirsi in una corrente ambientalista e offrono soluzioni alternative, ma basteranno a salvarci? Non ci resta altro che provare a ricordarcene sempre, non solo quando il nostro algoritmo lo decide. In questa scia critica verso noi stessi, chiudiamo questa riflessione con un cortometraggio dell’illustratore britannico Steve Cutts, che con un linguaggio crudo e diretto esplora la distruzione dell’ambiente per mano dell’uomo, forse spingendoci ad agire.

Come arte e design rispondono all’inquinamento
Art
Come arte e design rispondono all’inquinamento
Come arte e design rispondono all’inquinamento
1 · 2
2 · 2
Wekino diventa portavoce del K-Design

Wekino diventa portavoce del K-Design

Giorgia Massari · 3 giorni fa · Design

Si è appena conclusa la Stockholm Furniture & Light Fair, la fiera svedese dedicata al design. Senza sorprenderci troppo, abbiamo notato la nuova veste di Wekino, il brand coreano con sede a Seoul, che entra a tutti gli effetti nella scena internazionale del design, facendosi portavoce del cosiddetto K-Design. Come ormai è noto a tutti, la cultura coreana negli ultimi anni è un trend a tutti gli effetti, dalla musica al cinema, ma anche l’estetica e la skin care. È arrivato anche il turno del design. Wekino lo fa in modo intelligente, oltre al rebranding avvia una collaborazione con Note Design Studio con sede a Stoccolma. L’intenzione è quella di allineare il design coreano alla scena internazionale, diventandone un punto di riferimento. Per la nuova collezione, Wekino ha selezionato sei piccoli studi di design emergenti con l’intenzione di commissionare loro nuovi lavori che possano far coesistere la freschezza di cui necessitano e la tradizione. Il progetto si chiama Wekino With, i designer sono tutti rigorosamente coreani e la parola chiave è juxtoposition. Un binomio equilibrato tra artigianato e ipermodernismo. Scopriamo qui di seguito i sei studi selezionati e i prodotti che hanno realizzato per la collaborazione.

Studio Pesi e la sedia Stout


Studio Word e il tappeto Oddly

 
 
 
 
 
Visualizza questo post su Instagram
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

Un post condiviso da studio word (@studio__word


Studio-Chacha e lo specchio Chroma


Studio Kunsik e il tavolo Salong


Kuo Duo e i due pezzi Reel Hanger e Book Worm


Kwangho Lee e la collezione di scaffali Pirouette

Scopri di più sul sito di Wekino

Wekino diventa portavoce del K-Design
Design
Wekino diventa portavoce del K-Design
Wekino diventa portavoce del K-Design
1 · 4
2 · 4
3 · 4
4 · 4
Alla scoperta di Casa Malaparte a Capri

Alla scoperta di Casa Malaparte a Capri

Anna Frattini · 1 settimana fa · Design

Jacquemus continua nel suo intento di catturare l’attenzione in termini di location. Prima la sfilata da Fondazione Maeght – la galleria situata a Saint-Paul-de-Vence, vicino a Nizza – poi l’annuncio di un nuovo show a Casa Malaparte. Il tutto, in previsione della presentazione della collezione Resort fissata per il 10 giugno a Capri. In attesa di questo appuntamento, ecco tutto quello che sappiamo sulla villa, sulla sua storia e qualche curiosità in più.

 
 
 
 
 
Visualizza questo post su Instagram
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

 

Un post condiviso da JACQUEMUS (@jacquemus)

La storia di Casa Malaparte

Quella che andrà in scena il prossimo 10 giugno sarà una vera e propria celebrazione della vita, in occasione dei 15 anni dalla nascita del brand francese. La location, Casa Malaparte, è un luogo divisivo, per anni al centro di dibattiti sulla sua architettura brutalista e sulla sua posizione, che ha aperto un dibattito sulla questione ambientale. Anche Jean-Luc Godard la scelse per mettere in scena Il disprezzo, un film dove ritroviamo Brigitte Bardot, icona del cinema immortale.

La storia di Casa Malaparte inizia nel 1937, a Capo Masullo. È Adalberto Libera, architetto modernista, a pensarne la grintosa architettura raccontata anche in un saggio illustrato a opera di Cherubino Gambardella. Lo scrittore Curzio Malaparte, orbitando spesso nei pressi di Capri, decise quindi di costruire un luogo tutto suo grazie all’aiuto di Libera, nello stesso giro di amicizie dello scrittore. L’intenzione era quella di realizzare «un autoritratto abitativo ed estetico» come scrive sul suo diario, così riportato da Francesca Faccani su Vogue. Il risultato non è altro che un edificio arroccato su una scogliera, a strapiombo sul mare.

 
 
 
 
 
Visualizza questo post su Instagram
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

Un post condiviso da SIMON PORTE JACQUEMUS (@simon_porte_jacquemus)

Fra cinema e pubblicità

Ma come ha fatto Curzio Malaparte a ottenere il permesso di costruire proprio lì, a Capo Masullo, al tempo un luogo raggiungibile solo a piedi? E come è entrata nell’immaginario comune? Alla prima domanda possiamo rispondere che lo scrittore, forte della sua amicizia con il Ministro degli Esteri del tempo – Galeazzo Ciano – ottenne così i permessi per costruirla. Per rispondere alla seconda domanda, invece, dobbiamo guardare anche alla cinematografia. Non solo al film sopracitato, Il disprezzo, ma anche a La pelle, un film di Liliana Cavani basato sul romanzo del proprietario originale di Malaparte. Ci sono anche pubblicità come quella di Yves Saint Laurent del 2018 – con Kate Moss e Jamie Bochert – che ci hanno permesso di dare uno sguardo alla villa, ormai chiusa al pubblico da molti anni.

Che Jacquemus – ancora indipendente e lontano dalle dinamiche dei grandi conglomerati del lusso – sembra aver sempre meno da raccontare lo ha detto anche Cecilia Andrea Caruso, nella sua newsletter. Quello che è certo, però, è che Simone Porte Jacquemus – abilissimo comunicatore – spesso e volentieri ci porta in luoghi affascinanti poco o nulla esplorati dal mondo della moda. Ci chiediamo ora, quanto potremmo vedere di questo luogo così misterioso e iconico. Non ci resta che aspettare il 10 giugno.

Alla scoperta di Casa Malaparte a Capri
Design
Alla scoperta di Casa Malaparte a Capri
Alla scoperta di Casa Malaparte a Capri
1 · 3
2 · 3
3 · 3