Art Venticinque anni dopo il G8 di Genova
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Venticinque anni dopo il G8 di Genova

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Buddy
Venticinque anni dopo il G8 di Genova | Collater.al

Nell’estate del 2001 avevo 19 anni appena compiuti. Mi ero diplomato a giugno, ad agosto avrei fatto un lungo viaggio in interrail con i miei migliori amici e a settembre mi sarei trasferito a Roma per studiare cinema. Era un momento di passaggio ed eccitazione. Negli anni del liceo avevo fatto parte del collettivo studentesco, partecipavo ad incontri carichi di illusioni e polemiche giovanili nei centri sociali, ai cineforum, alle manifestazioni. Mi scontravo con i professori e il preside, immaginavo un mondo diverso, ero arrabbiato e malinconico e tanti altri clichè politico/emotivi/tardo-adolescenziali.

Nell’estate del 2001 il mondo per come lo conoscevo sarebbe cambiato per sempre.

Genova la seguii dalla televisione e dai giornali, avrei voluto andare ma non lo feci. Per i miei non era una buona idea e le loro paure erano sensate.

Arrivò la notizia di Carlo Giuliani. Poi la Diaz. Poi Bolzaneto.

Non ha senso che racconti i fatti, non farei nulla di diverso da ciò che è stato scritto e detto e non sono nè la persona giusta, nè questo è il magazine che può farlo. Proverò a spiegare cosa ho pensato in questi anni.

Le mie riflessioni non furono immediate, fu tutto all’inizio solo emotivo. Mi ricordo però che lentamente si insinuava la paura che lo Stato, quello che avevo sempre immaginato come qualcosa di ovvio, di sicuro, poteva diventare un pericolo. Chi doveva rappresentare l’autorità dello Stato poteva liberamente utilizzarla come un’arma contro chi doveva essere protetto.

Poi ci fu l’11 settembre. Due mesi dopo Genova quattro aerei di linea furono dirottati e due furono fatti schiantare contro le torri del World Trade Center e tutto il resto sparì. Tutto, anche Genova.

Ci ho pensato molte volte a quanto sia stato “comodo” per chi aveva interesse a seppellirla che la storia avesse dato questo assist.

La domanda che mi sono portato dietro da allora è la stessa di quando avevo 19 anni: come faccio a fidarmi di uno Stato in cui una cosa del genere è potuta accadere e in cui chi l’ha coperta non ha pagato davvero?

Lorenzo Guadagnucci, giornalista e vittima della Diaz, ha scritto una cosa che non riesco a dimenticare: “la tortura non è mai rivolta solo alle vittime dirette degli abusi: serve bensì a mandare un messaggio a tutti, a quelli che non c’erano affinché sappiano che il potere non ha riguardi, è forte, privo di scrupoli e che è meglio non mettersi nella condizione di sperimentare quanto sia doloroso finire sotto il suo pugno di ferro.

Questo è quello che accadde a Genova, non solo una violenza ma un messaggio rivolto a tutti, che ha mutilato il senso di cittadinanza.

Mi chiedo, cosa rimane di te come cittadino quando scopri che lo Stato può voltarsi contro di te? Non in una dittatura, non in un paese lontano ma in una democrazia con una Costituzione scritta da chi il fascismo lo aveva vissuto sulla propria pelle e non voleva che tornasse (anche se oggi sembra che tutto possa essere rivedibile).

Non si tratta solo di fiducia nelle istituzioni, per me quello che vacilla è il senso di appartenenza a una comunità che ha regole condivise e che dice di riconoscere i tuoi diritti. Quando quello Stato pestava gente che dormiva a Genova e quando lo copriva, stava rompendo quel patto. Questo ha prodotto un groviglio di rabbia, paura, impotenza e senso di colpa permanente.

Dovevo esserci? Non ho fatto abbastanza? Che strumenti abbiamo per resistere?

Continui a pagare le tasse, a votare e sai che quello stesso sistema ha fatto quello che ha fatto e non ha pagato.

Se guardo quello che succede oggi negli USA con l’ICE mi sembra di riconoscere la stessa logica. Il mondo ha legittimato il sopruso. L’informazione o è deviata o impotente. Il potere dello Stato può essere usato come strumento di terrore selettivo, rivolto a chi è più vulnerabile, a chi ha meno voce, a chi è già ai margini. Chi lo subisce riceve un messaggio chiaro, “stai al tuo posto, non fare domande, non alzare la testa o sono cazzi tuoi”. Il messaggio di Bolzaneto e quello dell’ICE parlano lingue diverse ma dicono la stessa cosa.

Io non ero alla Diaz ma quello che accadde a Genova credo abbia innescato un cambiamento politico/civile di un’intera generazione, sia per chi ne rimase sconcertato sia per chi giustificò tutto. Sia per chi ha denunciato che per chi si è girato da un’altra parte, il silenzio non è neutro.

Negli anni successivi sono rimasto a guardare come veniva raccontato, una certa stampa e informazione ha continuato a silenziare tutto, normalizzare, dare versioni ambigue.

Altre voci, troppo poche, hanno provato a raccontare. Io ricordo la puntata di Blu Notte del 2007 e come mi fece aggrovigliare lo stomaco, il film di DIAZ di Daniele Vicari, il libro L’eclisse della democrazia di Agnoletto e Guadagnucci, Tutto quello che brucia di Daniele Aristarco. E da poco il racconto di Stefano Nazzi con una puntata del podcast Altre Indagini.

Anche a distanza, anche attraverso l’astrazione di uno schermo o delle pagine di un libro, qualcosa si è rotto.

Oggi mi chiedo come sia possibile che molti di quelli che sono nati dopo non sappiano che questo è accaduto, che è stato possibile, che non è ancora risolto. Quello che vediamo oggi sembra essere una conseguenza diretta. Io mi ricordo che il mondo prima era diverso.

Venticinque anni dopo, nessun governo ha mai istituito una commissione parlamentare d’inchiesta. I funzionari condannati per quei fatti hanno continuato a fare carriera ai vertici delle istituzioni, indisturbati. La legge sulla tortura è arrivata sedici anni dopo, nel 2017, e secondo i magistrati che avevano seguito quei processi, una legge inadeguata.

Non ho una risposta a come si ricostruisce la fiducia dopo questo, ma so che smettere di chiederlo è già una sconfitta.

Tutte le foto sono state concesse da © Francesco Acerbis.

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Scritto da Buddy

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