Photography Yuji Watanabe fotografa le creature soprannaturali del folclore giapponese
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Yuji Watanabe fotografa le creature soprannaturali del folclore giapponese

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Arianna Maria Leva

Yuji Watanabe non è un nome che si incontra spesso nei grandi circuiti dell’arte contemporanea, eppure la sua traiettoria racconta già da sola qualcosa della doppia identità che attraversa tutto il suo lavoro. Nato e formatosi in Giappone, Watanabe studia fotografia a New York, successivamente torna a Tokyo per completare gli studi e avviare la carriera professionale, prima di trasferirsi a Parigi nel 2012. Da allora vive e lavora a cavallo tra le due città, muovendosi nel circuito della moda e del ritratto, ma coltivando parallelamente, un filone più intimo e personale, distinto dal lavoro editoriale su commissione. È in questo spazio “personale” che la fotografia smette di essere semplice ritrattistica patinata e diventa qualcos’altro: un territorio abitato da presenze inquietanti, corpi deformati, volti che sembrano appartenere a un bestiario più antico della moda stessa.

Nel settembre 2024 Yuji Watanabe presenta alla 229GALLERY di Tokyo una personale intitolata semplicemente Yōkai (妖怪), termine giapponese che indica l’ampia famiglia di creature soprannaturali del folclore nazionale: spiriti, mostri, animali mutaforma, oggetti animati. Il testo che accompagna la mostra è una citazione del padre della moderna etnografia giapponese, Yanagita Kunio: “lo yōkai è la forma decaduta di un dio“. È una frase-chiave, perché rovescia l’idea comune del mostro come pura minaccia esterna, lo yōkai, in questa lettura, non è un’entità aliena che irrompe dall’esterno, ma il residuo di qualcosa che un tempo era sacro e che, perdendo il proprio statuto divino, si è degradato in figura ambigua, grottesca, a metà tra il comico e il terrificante. Le fotografie di Watanabe messe in scena in quell’occasione sono corpi umani trasfigurati, presenze che sembrano emergere da un buio domestico più che da una foresta leggendaria, forse lo yokai abita semplicemente quello spazio di ansia e nella paura della vita quotidiana, l’uomo di fronte a un disagio che non sa nominare, lo trasforma istintivamente nella sagoma di un mostro. Il mostro non abita più le montagne isolate del Giappone rurale, ma il corridoio di casa, lo specchio del bagno, l’angolo della metropolitana.

Yuji Watanabe

A rafforzare questa messa in scena è un debito visivo che guarda meno al folclore illustrato e più al teatro giapponese tradizionale il e kabuki, con abiti che hanno la solennità di un costume rituale, volti spesso occultati o solo parzialmente visibili, un gesto che in scena non nasconde l’identità dell’interprete, ma la sospende, lasciando spazio a qualcos’altro che ne prende possesso, corpi duplicati e forme sinuose, quasi serpentine, che evocano la metamorfosi più che la mostruosità fissa. Ogni scatto finisce così per funzionare come un piccolo tableau vivente, sospeso tra performance e presenza reale, un mito che si manifesta al tempo presente, archetipo che abita l’oggi invece di limitarsi a ricordarlo.

Per apprezzare fino in fondo il lavoro di Yuji Watanabe vale la pena fare un passo indietro nella tradizione a cui attinge. Il termine yōkai è un contenitore ampio che in Occidente si tende a tradurre semplicemente con “mostro” o “spirito”, ma che nella cultura giapponese distingue diverse famiglie di entità: ci sono gli spiriti-natura come il kappa, creatura acquatica dalla cavità piena d’acqua sulla sommità del cranio, la cui energia vitale si esaurisce se quell’acqua si versa; ci sono i mutaforme come il tanuki e la kitsune (volpe), maestri dell’inganno capaci di assumere sembianze umane; ci sono i tsukumogami, oggetti quotidiani, ombrelli, utensili, specchi, che dopo cento anni d’uso acquisiscono un’anima propria e si animano, spesso con intenti dispettosi più che malvagi. Distinta dagli yōkai, ma spesso confusa con essi nell’immaginario popolare, è la figura dello yūrei, il fantasma propriamente detto, che si definizione come lo spirito di un defunto trattenuto nel mondo dei vivi da un lutto irrisolto, da una vendetta incompiuta o da un rito funebre mancato, riconoscibile nell’iconografia classica per il kimono bianco, i capelli neri sciolti e l’assenza di piedi. A sistematizzare per la prima volta questo affollato bestiario furono, nel periodo Edo, artisti come Toriyama Sekien, che nel Settecento catalogò centinaia di yōkai in xilografie diventate poi canoniche; ma fu Yanagita Kunio, tra fine Ottocento e primo Novecento, a fondare la disciplina accademica della minzokugaku (studio del folclore), raccogliendo casa per casa, villaggio per villaggio, i racconti orali di una campagna giapponese non ancora raggiunta dalla modernizzazione occidentale, un lavoro confluito nel celebre Tōno Monogatari (1910), i “Racconti di Tōno”, ancora oggi considerato il testo fondativo degli studi sul folclore nipponico.

Ciò che rende il lavoro personale di Yuji Watanabe più interessante di una semplice rievocazione estetica del folclore è proprio la lettura che ne dà. Se il mostro è un dio decaduto, allora fotografarlo oggi, nel corpo di un modello contemporaneo, con la luce fioca di un interno urbano, sulla grana instabile di una pellicola scaduta, significa suggerire che il sacro, privato dei suoi templi e dei suoi riti, non è scomparso, si è semplicemente rifugiato in una forma più povera, più ambigua, più vicina alla nostra ansia quotidiana. Le sue immagini “mostruose” non spaventano nel senso hollywoodiano del termine, non ci sono zanne né sangue, inquietano piuttosto per prossimità: sono corpi umani, riconoscibili, solo leggermente disallineati rispetto alla norma, come se la creatura fosse sempre stata lì, nascosta sotto la pelle della persona comune, in attesa che la luce giusta la rivelasse.

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Scritto da Arianna Maria Leva

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