L’appartamento di Carrie Bradshaw, il salotto di Friends, la villa dei Goonies o quella a due piani con giardino dove Kevin di Mamma ho perso l’aereo difendeva il Natale. Un recente studio di Clever sui nuovi trend del mercato immobiliare ha sollevato una domanda apparentemente semplice: i personaggi dei nostri film e serie preferite potrebbero permettersi oggi le case in cui vivono?
La risposta, nella maggior parte dei casi è negativa. Eppure, quelle case hanno contribuito a definire l’archetipo di “casa ideale” per un’intera generazione, che oggi si confronta con un mercato immobiliare sempre più inaccessibile. Ma il desiderio non si è spento. Anzi: si è trasformato.
La prima puntata di Cantiere Scandurra, il nuovo podcast di Scandurra Studio per Collater.al, sui retroscena della città che cambia, parte da qui. Alessandro Scandurra, architetto e fondatore di Scandurra Studio, offre uno sguardo sospeso tra ciò che vorremmo abitare e ciò che realmente abitiamo. E indaga un fenomeno oggi sempre più evidente: il voyeurismo immobiliare.

Negli ultimi anni, i cosiddetti property show — programmi che mettono in scena case da sogno, ristrutturazioni miracolose, interni perfetti — hanno conquistato una fetta crescente di pubblico. Solo in Italia, i canali dedicati alla casa hanno registrato un +42% di share medio tra il 2020 e il 2024. Su piattaforme come TikTok o YouTube, i tour immobiliari sono tra i contenuti più cliccati. Cosa stiamo cercando davvero, quando ci perdiamo a osservare eccessi e dettagli di case impossibili?


Guardare dentro: un istinto antico
Pensiamo a La finestra sul cortile di Hitchcock o ai dipinti di Edward Hopper. In quella finestra illuminata, in quella vita osservata da lontano, c’è qualcosa che ci cattura. È un desiderio discreto, che ci spinge a immaginare un altrove possibile. Scandurra lo definisce “un desiderio silenzioso di appartenere a un altro modo di vivere”. Per l’architetto, non è solo voyeurismo: è anche nostalgia, proiezione, riconoscimento. È lo stesso impulso che ci porta a scorrere le vite degli altri sui social, mentre, senza accorgercene, esponiamo anche la nostra.
In Italia, la casa è stata per decenni simbolo di sicurezza, identità, conquista. Il “mattone” come investimento, eredità, certezza. Oggi, però, per molti giovani, la casa non è più un punto d’arrivo, ma una condizione temporanea, mobile, spesso precaria. E allora cambia anche il significato dell’abitare: non si tratta più di possedere uno spazio, ma di sentirsi accolti, anche solo per un periodo.


Dal possesso all’appartenenza
La chiave, per Scandurra è “Appartenere, più che avere”. Riconoscersi in un colore, in un disordine, nei gesti ripetuti e nella ritualità del quotidiano. Costruire un senso di casa che non è più fisso, né definitivo, ma fluido e personale. È una trasformazione culturale silenziosa, ma profonda.
E aggiunge che il paradosso oggi è evidente: le città attraggono sempre più persone, ma il modo in cui progettiamo e abitiamo le case resta ancorato a un passato che non esiste più.
Le tipologie edilizie sono ancora pensate per nuclei familiari stabili, proprietari e stanziali, mentre le vite reali sono spesso fatte di transizioni, coabitazioni, ritorni, ricominciamenti.
In mezzo, il mercato immobiliare fatica a trovare un linguaggio adatto: da una parte il sogno spettacolare dei property show, dall’altra la realtà fatta di budget ridotti, spazi condivisi, nuove forme di convivenza.


Spazi che attivano possibilità
In studio, racconta Scandurra, stanno nascendo progetti che provano a rispondere a questa complessità. Nuovi studentati e abitazioni temporanee, pensati non solo come luoghi da abitare, ma come ecosistemi relazionali. Spazi che facilitano l’incontro, l’imprevisto, lo scambio. Dove la casa non è più rifugio privato, ma dispositivo sociale, simile a una piazza o a una community. Non è più (solo) una questione di comfort, ma di possibilità.
I property show ci raccontano una perfezione statica: case silenziose, vuote, spesso irraggiungibili. Ma la vita è fatta di stanze troppo piccole, pareti che non si possono abbattere, coinquilini rumorosi, bagni condivisi. Eppure, continuiamo a guardare e desiderare.
Non per ingenuità, ma perché quell’aspirazione tiene viva una domanda: cosa vogliamo, davvero, da una casa?

All’interrogativo cerca di rispondere un dipartimento di ricerca interno a Scandurra Studio, fondato dall’architetto. Si chiama Backstage, perché proprio come accade dietro le quinte di un grande spettacolo, la ricerca si interessa alle dinamiche, ai meccanismi e ai fenomeni che orientano i principali cambiamenti della città, per proporre nuove soluzioni.
Forse la casa perfetta non esiste. O forse, esiste ogni volta che ci sentiamo a nostro agio dentro un’imperfezione, in quello che Scandurra definisce “uno spazio alchemico”: un luogo in cui ci mescoliamo con gli altri, e nel farlo, ci apriamo a nuove prospettive a partire dal nostro spazio personale.

Cover image by Chiara Palandri aka @chi_illustra