Walter Albini, lo stilista che ha portato la Fashion Week a Milano

Walter Albini, lo stilista che ha portato la Fashion Week a Milano

Anna Frattini · 2 mesi fa · Style

Walter Albini – conosciutissimo dagli appassionati di moda – è un nome di cui si è parlato poco per troppo tempo. A maggio scorso è stata annunciata la rinascita del brand omonimo a opera del gruppo di investimento svizzero Bidayat. Ma chi è Walter Albini e perché ha scelto proprio Milano, nel 1972, per presentare le proprie creazioni al Circolo del Giardino, aprendo le porte a quella che oggi – oltre cinquant’anni dopo – è la Fashion Week per come la conosciamo? Per scoprire qualcosa in più sulla storia del designer si può visitare “Walter Albini”, la mostra presso il Centro Studi e Archivio della Comunicazione dell’Università di Parma aperta fino al 14 aprile. Ma andiamo per ordine.

Chi è Walter Albini

Classe 1941, Walter Albini nasce a Busto Arsizio e aprirà la strada a tutti gli stilisti italiani che verranno. Inventore del total look e del prêt-à-porter italiano, Albini si concentrò sull’accessibilità agli abiti pensati per la classe media. La sua ricerca su tessuti e sulle modalità produttive ha avvicinato la moda alle persone, facendo da ponte per il futuro. Nel 1972 presenta cinque collezioni per cinque case di moda diverse: Callaghan per il jersey, Basile per i capispalla, Escargots per la maglieria, Diamants per la camiceria e Misterfox per gli abiti da sera. Il tutto al Circolo del Giardino di Milano. Insomma, l’occhio di Albini guardava già alla contemporaneità. In un momento storico in cui l’epicentro della moda era Parigi, Firenze e Roma sono progressivamente diventate simbolo della moda italiana anche grazie alla strategy di Gian Battista Giorgini, il promotore del marchio Italia per eccellenza. Un modus operanti che ha dato il via alla visione di Walter Albini che – a sua volta – ha trasformato Milano nel centro nevralgico della fashion system italiano per come lo conosciamo oggi. Nonostante la sua prematura scomparsa avvenuta nel 1983, Walter Albini continua a essere uno dei personaggi cardine della moda italiana.

La ragione per cui presentò a Milano i suoi abiti sta nel sodalizio venutosi a creare fra industria tessile e moda. Bisogna aspettare qualche anno in più per vedere la Milano Fashion Week fiorire: nel 1976, come racconta anche Olivia Selene su Vogue Italia, tutti tranne Valentino si spostano nel capoluogo lombardo per presentare le collezioni. Al tempo sembra essere la città perfetta per ospitare le presentazioni di una moda pronta a essere indossata anche visto anche il fermento editoriale, creativo e di marketing attivo su Milano.

Curtesy CSAC

La mostra al CSAC dell’Università di Parma

La mostra “Walter Albini” al CSAC, parte dell’Università di Parma, intende restituire l’eredità del designer dagli esordi, negli anni Sessanta, fino ai primi anni Ottanta. Il percorso espositivo, curato da Matilde Alghisi e Paola Pagliari, si costruisce su due donazioni distinte: la prima risalente al 1983 appartenente a Paolo Rinaldi e la seconda di Marisa Curti, socia di Walter Albini per molti anni e in possesso della gran parte dell’archivio sopravvissuto fino a oggi. Tutto il materiale messo in mostra dalle curatrici ruota intorno alla forza creativa di Albini, dai disegni a matita risalenti agli anni della scuola d’arte fino ai bozzetti – fortemente influenzati dalla cultura liberty, dagli anni Trenta e Quaranta, da Coco Chanel e dal Bauhaus insieme al Costruttivismo e ai motivi geometrici di matrice viennese. In questi bozzetti c’era tutta la visione creativa dello stilista che uniti alle fotografie d’epoca dove è possibile rivivere le sue prime sfilate, sopratutto quella al Circolo del Giardino, inizio del Made in Italy che convinse quasi tutti a trasferisti a Milano.

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Il riavvicinamento alla natura di Giulia Frump

Il riavvicinamento alla natura di Giulia Frump

Collater.al Contributors · 1 giorno fa · Photography

Di Giulia Frump ne abbiamo già parlato qui ma non potevamo non parlare di MAPS, il progetto della fotografa risalente al 2019 oggi in mostra da MIA Photo Fair, fino al 14 aprile. L’intenzione di questo racconto visivo è quella di ricostruire questo legame apparentemente invisibile col mondo naturale attraverso fotografie, mettendo a confronto elementi tanto diversi quanto simili. Questa riflessione nasce dal mondo in cui viviamo, fatto di connessioni sempre più frequenti e facilitate dove il contatto fisico viene meno ogni giorno di più. Una considerazione fatta da moltissimi, sopratutto post COVID-19, ma che continua ad affascinarci.

Quello di Giulia Frump è un progetto che parla anche di accettazioni verso il corpo che cambia, sull’invecchiamento e sul dover sapersi fermare. I soggetti sono tutti femminili: donne che «hanno scelto di mostrare senza timore quelli che socialmente possono essere visti come difetti (macchie della pelle, rughe, capelli bianchi, cicatrici, vene e altro), offrendo un’immagine genuina dei numerosi cambiamenti che avvengono durante la vita, abbracciandoli e lasciando che la fotografia le aiutasse a compiere un processo di accettazione» come ci racconta la fotografa.

Insomma, questa nuova realtà ci avvicina a mondi lontanissimi ma simultaneamente mette in disparte la nostra appartenenza al mondo naturale, ormai relegata a pochi momenti della nostra quotidianità. Questo snaturamento ha dato però il via a MAPS che già nel 2019 ragionava su queste tematiche.

Il riavvicinamento alla natura di Giulia Frump
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Le foto di Cecilie Mengel sono un dialogo interiore

Le foto di Cecilie Mengel sono un dialogo interiore

Tommaso Berra · 24 ore fa · Photography

Basta ascoltare le conversazioni che nascono dentro la propria testa a Cecilie Mengel per immaginarsi come potrebbero essere rappresentate fotograficamente. L’artista danese e ora residente a New York realizza scatti che sono dialoghi interiori nati dagli stimoli che lei stessa riceve da ciò che la circonda e dalle persone con cui si trova a vivere momenti molto quotidiani.
Il risultato è una produzione artistica che è contraddistinta da una forte varietà nei soggetti e nelle ambientazioni, così come nello stile, una volta documentaristico, altre volte più vicino a una certa fotografia posata e teatrale. Si passa da scatti rubati in casa durante una conversazione a dettagli di una latta di salsa Heinz trovata nel porta oggetti di un taxi, tutto ricostruisce una storia comune e quotidiana.
Anche la tecnica di Cecilie Mengel rispecchia questa stessa idea di varietà. L’artista infatti combina fotografia digitale e analogica, in altri casi la post produzione aggiunge segni grafici alle immagini. Le luci talvolta sono naturali altre volte forzatamente create con il flash, creando un senso d’insieme magari meno omogeneo ma ricco di suggestioni e raconti personali.

Cecilie Mengel è stata ospite della mostra collettiva ImageNation a New York, dal 10 al 12 marzo 2023 a cura di Martin Vegas.

Cecilie Mengel | Collater.al
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Le foto di Cecilie Mengel sono un dialogo interiore
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I non-luoghi di Nanni Licitra

I non-luoghi di Nanni Licitra

Giorgia Massari · 2 giorni fa · Photography

Le fotografie di Nanni Licitra (1988) si concentrano principalmente sui non-luoghi, spazi anonimi e impersonali che costellano le periferie urbane. Licitra trasforma queste zone marginali in scenari altri, che acquistano un nuovo significato. Stiamo parlando della serie Hell end in Hell, le cui immagini sono riflessi emblematici di una società in trasformazione, dove l’individuo lotta per trovare un senso di appartenenza e identità in un contesto sempre più caotico e alienante. La serie, vincitrice del Grant di Liquida Photofestival, in mostra a Torino dal 2 al 5 maggio, è una vera e propria analisi socio-culturale che riflette in toto le contraddizioni della società contemporanea.

nanni licitra

Nanni Licitra ha iniziato la sua ricerca fotografica nel 2008 concentrandosi esclusivamente sulla fotografia analogica. Questa scelta non è casuale; infatti, la fotografia analogica richiede una pazienza e una precisione che si riflettono nel suo approccio distaccato e contemplativo. Licitra si pone come uno spettatore attento delle realtà che lo circondano, privilegiando uno sguardo che va oltre le apparenze per cogliere l’essenza delle cose. L’utilizzo dell’analogico da parte di Licitra non è solo una scelta tecnica, ma rappresenta anche una dichiarazione di intenti. In un’epoca dominata dalla velocità e dall’effimero delle immagini digitali, il fotografo siciliano opta per un ritmo più lento e contemplativo, che permette di approfondire le tematiche trattate e di trasmettere un senso di nostalgia e malinconia tipico dei non luoghi.

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Courtesy Nanni Licitra

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Alec Gill e la storia di Hessle Road

Alec Gill e la storia di Hessle Road

Anna Frattini · 3 giorni fa · Photography

Alec Gill è un fotografo, storico e psicologo inglese nato a Hull, una città nella contea dell’East Riding dello Yorkshire, notoriamente portuale. Qualche anno fa è partita una raccolta fondi su Kickstarter per celebrare i cinquant’anni dalla prima foto realizzata per il progetto dedicato a Hessle Road con un libro e ne parliamo qui oggi. L’archivio di 7,000 fotografie – scattato con la sua Rolleicord twin-lens reflex – risale al decennio fra il 1970 e il 1980. Sono 240 le immagini finite in The Alec Gill Hassle Road photo archive e in ognuna di queste si respira a pieni polmoni l’atmosfera di un momento storico difficilissimo per gli abitanti. Si tratta del declino dell’importazione della pesca e le demolizioni della mass housing nella zona.

alec gill photo archive

The Alec Gill Hassle Road photo archive

Il libro, lanciato il 18 maggio scorso, è stato scritto e pensato a Iranzu Baker e Fran Méndez. In questa intervista di Port, Baker racconta alcuni aspetti del lavoro con Alec Gill. Il fotografo – nel corso della stesura del libro – si è infatti dimostrato «estremamente curioso, determinato e dedicato». In quegli anni, Gill si è concentrato anche sulla mancanza di aree gioco per i bambini e sul modo in cui le generazioni più giovani si sono adattate ai cambiamenti nella zona. Un altro obbiettivo è sicuramente stato quello di fermare il tempo prima della fine di un’era. Quella della pesca nella zona, terminata con le Cod Wars a partire dal 1958 fino al 1972 e al 1975. Un pezzo di storia che grazie a Gill non è stato dimenticato.

Quella di Gill è una vera e propria propensione per le storie degli underdog. La volontà è stata quella di assicurarsi che le storie di questi venissero raccontate, sia adesso che al tempo degli scatti. The Alec Gill Hassle Road photo archive non è solo uno studio sociale, quindi. Si tratta della testimonianza del rapporto che Gill ha instaurato a livello umano con i suoi concittadini. Le loro storie sembrano raccontarsi da sole davanti all’obbiettivo del fotografo. Ancora, la naturalezza degli scatti non solo riprende il tema infantile ma comunica in modo estremamente funzionale momenti della vita quotidiana degli abitanti di Hassle Road.

Alec Gill e la storia di Hessle Road
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