Il 2021 è l’anno in cui abbiamo scoperto di non sapere fare nulla, anche se il confine poi tra il non sapere fare nulla e il credere che sia così corre lungo una linea di emotività e un sentimento paralizzante che la pandemia ha inspessito. Dai Nativi Digitali ai Baby Boomer, il non-saper-fare/come fare-qualcosa significa solo una cosa: Google, e il problema si visualizza nella testa sotto forma di url, già pieno di risposte, o di un titolo, perché in fondo non c’è tempo (“come avere più tempo?” cercheremo più tardi).
Il 2021 è l’anno in cui non avevamo risposte, così incapaci di rielaborare il presente seguendo il passo e la velocità con la quale si accatastavano problemi, o di quelli che a turno sceglievamo essere problemi. Tutte le risposte le siamo andate a cercare su Google, che come ogni anno ha pubblicato Year in Search, il report che analizza i termini più cercati durante l’anno solare. Siamo stati così senza risposte che, mai come nel 2021, abbiamo cercato “doomscrolling”. Una nolaniana metadipendenza che ci ha fatto cercare il significato di quello che stavamo facendo, nel momento in cui lo stavamo facendo.
COME-DOVE-QUANDO-CHI-PERCHÉ
Le voci di ricerca raccolte da Google raccontano come non abbiamo avuto troppo bisogno di conoscere dei “Chi”, non è stato l’anno dei rappresentanti piuttosto dei temi, che hanno ispirato una discussione di contenuti e non un un concorso a eleggere il-più-bravo-a.
Meno rispetto al 2020, in cui l’incredulità si sfogava nella ricerca di precedenti del passato, nell’ultimo anno non abbiamo avuto bisogno di chiederci il “Quando” si verificassero le cose, così chiaramente incastonate nel presente da non riuscire a stare al passo dei refresh delle pagine Google. Nemmeno i “Dove” sono stati un mistero, l’Australia, l’Afghanistan o Capitol Hill erano coordinate geografiche precise per noi, sapevamo benissimo cosa stesse succedendo nel momento in cui stava succedendo, c’è stato così tanto tutto che il nulla è riuscito a nascondersi bene. Rispetto al periodo pre-pandemia sono triplicate solo le ricerche “Dove viaggiare”, prevedibile ma non consolatorio, a pensarci.
Quello che Year in Search mette in luce è come siano mancati i “Come”. La domanda è stata rivolta molte volte per cercare soluzioni esterne. “Come aprire un’attività” è stata digitata più volte di “Come cercare lavoro”, il massimo storico per le ricerche su “come tutelare l’ambiante” e “come tutelare la comunità” basterebbe a raccontare due grandi ombre che il 2021 ha messo in luce. I più grandi “Come” che Google ci mostra sono quelli in cui la barra di ricerca si è trasformata in un sportello di aiuto, che si esprime con suppliche così confuse da riuscire a mettere in imbarazzo l’onniscienza quasi divina di Google.
“Come tenere duro”, “Come guarire”, “Come mantenere la salute mentale” sono tutte tra le principali ricerche del 2021, mai come in passato. Il discorso sugli effetti della pandemia sulla stabilità emotiva di ciascuno di noi non si chiariranno grazie a una serie-di-parole-divise-da-trattini, ma il 2021 ha aperto un dialogo inedito, testimoniato da esempi come quelli delle sportive Naomi Ōsaka e Simone Biles e completato da Year in Search.

Il 2021 è l’anno in cui abbiamo scoperto di non sapere fare nulla, provando a riscuotere sbattendo le dita sullo schermo qualcosa che sembrava esserci stato tolto nei mesi precedenti, delle risposte. Secondo Google quest’anno non abbiamo digitato domande ma affermazioni, dovevamo-sapere-le-cose, ed è preferibile che si veda in questa guerra alla passività un bicchiere mezzo pieno. Abbiamo voluto far parte dei temi, della “sostenibilità” e della “Body positivity”, entrambe ricercate più che in ogni altro momento del passato. Il video pubblicato da Google ridimensiona qualsiasi intenzione a vedere, nel nostro capriccio di voler conoscere tutto, egoismo e impazienza, mostrando piuttosto dubbi per i quali abbiamo, soltanto, molti-risultati-di-ricerca.
