Dopo essere stati a Milano da Horto e nel cuore dei Carpazi al Grybova Hata, mi sembrava giusto parlare di lui, IL ristorante per eccellenza, che da qualche anno a questa parte ha rivoluzionato completamente il concetto di alta cucina e che ha ben chiaro quanto il design si un luogo non sia mero accompagnamento del menu, ma ne sia una parte fondamentale.
Sto parlando – ovviamente – dell’Alchemist, il ristorante due stelle Michelin di Copenaghen capitanato dallo chef Rasmus Munk.
Alchemist è molto più di un ristorante, è il luogo dove Munk ha dato vita al suo concetto di cucina olistica e lo ha fatto creando un teatro totale: l’esperienza che si vive, infatti, si divide in cinque atti, proprio come se fosse un’opera teatrale della quale ci si ritrova protagonisti, infatti per assicurarsi un posto non si prenota un tavolo, ma si compra un biglietto. Tutto questo è stato possibile grazie alla collaborazione con lo Studio Duncalf, che è riuscito a trasformare in realtà l’idea dello chef.
Un ingresso monumentale
Partiamo dall’inizio, dalla scelta della location. L’Alchemist prende vita in una zona ex-industriale di Copenaghen, oggi riconvertita in polo culturale, esattamente all’interno di un ex magazzino scenografico del Royal Danish Theatre.
Ad accogliere gli ospiti è stato scelto un ingresso monumentale, ovvero due grandi porte in bronzo scolpite a mano dall’artista danese Marie Rubinke. È un’opera che vuole segnare il passaggio dal mondo esterno, dalla realtà, a uno spazio in cui il tempo è sospeso, come se fosse un sogno.
Si viene accolti quasi subito nella Lounge, caratterizzata da un’atmosfera calda, grazie all’utilizzo dell’HeartOak – ovvero un particolare tipo di rovere scuro ricavato dal cuore degli alberi di quercia – che ritroviamo nella maggior parte degli arredi in piccoli oggetti (come i poggia bottiglie) prodotti dall’azienda locale Disenen.


Un ambiente sensoriale totale
Il cuore dell’Alchemist è il Dome, ovvero la sala centrale, coperta da una cupola di 18 metri di diametro che si anima attraverso delle proiezioni immersive che accompagnano ogni singolo piatto.
Il merluzzo grigliato servito su plastica commestibile ottenuta dalla pelle del merluzzo lo si assapora guardando banchi di meduse nuotare circondate da rifiuti plastici; o ancora, The Eye, il piatto più iconico dello chef Munk, che si presenta come un vero e proprio occhio riempito con del caviale, è accompagnato da immagini ispirate al romanzo “1984” di George Orwell.
Ogni proiezione è curata dallo studio LBA Sound Production del compositore Lars Bork Andersen, che ha collaborato con Munk per creare un ambiente sensoriale totale, fondendo immagini in alta risoluzione, suono immersivo e scenografie visive in continuo movimento.
Il team ha progettato un sistema di mappatura a 360° sulla cupola, utilizzando 10 proiettori Epson e contenuti visivi in altissima definizione (9600×2000 px), suddivisi tra “universi” – ambienti visivi evocativi come fondali oceanici, cieli stellati o città surreali – e “transizioni” – momenti drammatici che scandiscono il ritmo del racconto. Il tutto è integrato da una colonna sonora surround sviluppata ad hoc, per fare in modo che ogni piatto non solo si veda e si gusti, ma si senta e si viva nel profondo.


LBA ha tradotto la visione olistica di Munk in una vera e propria drammaturgia immersiva, dove cibo, spazio e suono diventano un’esperienza indissolubile. Un esempio straordinario di come la tecnologia non serva solo a stupire, ma a comunicare un messaggio etico e culturale, portando la gastronomia contemporanea al livello dell’arte totale.


Infine si sale e si gioca
Il percorso termina salendo in cima alla cantina sviluppata su tre livelli e godendosi dall’alto lo spazio sottostante, in un Balcony che riprende le linee classiche ed eleganti che caratterizzavano la Lounge iniziale.

Fanno parte del percorso anche due Installation Room in cui gli ospiti sono invitati a riscoprire il loro lato più infantile e ludico. Si tratta di vere e proprie stanze sensoriali che cambiano di stagione in stagione, in modo tale da offrire ogni volta un percorso diverso: possono essere stanze piene di palline dove tuffarsi, stanze tutte rosa, stanze che evocano un paesaggio urbano, ogni cosa sembra possibile all’Alchemist e la chiave sta nel permettere di lasciarsi stupire.


Il manifesto di un nuovo modo di “fare cucina”
L’Alchemist è un modello di progetto in cui la cucina è altamente legata al design, ma anche alla scienza, alla musica, all’arte. È l’apoteosi della filosofia di Rasmus Munk in cui ogni forma espressiva si integra e si condiziona vicendevolmente dando vita a un’esperienza multisensoriale che accompagna gli ospiti dalla prima fino alla cinquantesima portata, anzi impressione.





