Design Il tatuaggio che si applica come un cerotto
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Il tatuaggio che si applica come un cerotto

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Giulia Guido

Immaginate come sarebbe farsi un tatuaggio senza sentire alcun dolore. Bene, ora potete smettere di immaginare, perché è proprio quello che è riuscita a fare CipherX, start-up biotech che ha messo a punto una tecnologia capace di trasformare il tatuaggio in un processo fatto di pixel, precisione e un cerotto da tenere sulla pelle per un quarto d’ora.

Il prodotto si chiama MicroDot ed è un cerotto-tatuaggio che funziona come una vera e propria stampante per la pelle. Al posto dell’ago, migliaia di micro-punte sottilissime (i Microdot, appunto) che rilasciano pigmento negli strati superficiali della pelle. Nessun dolore, nessuna macchinetta, nessun sangue e nessuna crosta. Si applica con un dispositivo dedicato, il CX Tattoo Applicator, pensato per garantire la giusta pressione e il giusto movimento in fase di posizionamento. Poi si aspettano quindici minuti e il disegno rimane impresso sulla pelle in modo permanente.

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Così, in un attimo, la storia del tatuaggio prende una svolta inaspettata, applicando a una disciplina che è sempre stata manuale e affiancata ad arti come disegno e pittura un funzionamento quasi digitale. Con i Microdot di CipherX il tatuaggio smette di dipendere dalla mano libera dell’artista per passare attraverso un processo più simile alla stampa. 

Dietro il progetto ci sono Ferdinand Kohle, materials scientist con un passato tra Cornell e il Royal College of Art e una fobia degli aghi che, non a caso, è all’origine dell’intera tecnologia e Karl-Anton Harms, chirurgo plastico e ricercatore formato all’Imperial College London sui sistemi di microneedle per la rigenerazione dei tessuti. Un incontro tra scienza dei materiali e chirurgia che si traduce, sul piano del design, in un oggetto minimale, quasi invisibile nel suo funzionamento, in linea con quella filosofia di bold simplicity che l’azienda mette tra i propri valori fondativi.

Un dubbio però resta: cosa rimane del tatuaggio quando la mano dell’artista non serve più?

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Scritto da Giulia Guido

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