Alexander Harding – Visible light

Alexander Harding – Visible light

Elena Fortunati · 5 anni fa · Photography

Senza di essa non so che mondo sarebbe. Ventiquattro ore di buio al giorno. I colori non esisterebbero. Gli occhiali da sole? Dimenticateli. Chissà la Terra intorno a casa ruoterebbe. La fotografia poi, lei non sarebbe mai nata.

Visible Light è un progetto nato da Alexander Harding su uno degli aspetti più importanti della vita: la luce

Alexander Harding, con base in Connecticut, ha dedicato la sua serie fotografica iniziata nel 2010, Visible Light, proprio alla luce, o almeno a quella porzione di spettro elettromagnetico che è visibile all’occhio umano.

Nei suoi scatti essa interagisce con la materia, regalandoci delle visioni così eteree da sembrare frutto di qualche allucinazione religiosa. Fasci di raggi che entrano dalle finestre senza bussare, senza prestare attenzione agli ostacoli, senza chiedere permesso al buio. Una luce che quasi ci sembra di poter toccare per quanto visibile e definita.

Alexander si appropria di una frase di James Turrell, il maestro contemporaneo della luce, che fa ” La luce non è tanto qualcosa che rivela, piuttosto è essa stessa rivelazione” per introdurre il suo progetto. E a vedere quelle scene immortalate negli scatti di Visible Light, sembra proprio di assistere ad un miracolo divino. E invece non serve la fede per vedere tutto questo, solo due occhi capaci di percepire la bellezza naturale come quelli di Alexander Harding.

Visible Light è un progetto nato da Alexander Harding su uno degli aspetti più importanti della vita: la luce
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Alexander Harding

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Brooks Reynolds, volti tra luci e ombre

Brooks Reynolds, volti tra luci e ombre

Giulia Guido · 12 ore fa · Photography

È difficile definire Brooks Reynolds con una parola sola. È un regista, ma anche autore, e fotografo. Nato a Burlington, in Canada, Brooks Reynolds si approccia per la prima volta alla fotografia durante gli anni del liceo, poi, con il tempo ha esplorato tutte le possibilità che questa arte aveva da offrire. Oggi Brooks trascorre la maggior parte del suo tempo dietro l’obbiettivo, a volte realizzato stupende fotografie, altre girando cortometraggi e spot. 

In questo caso vogliamo focalizzarci su un piccolo aspetto del suo lavoro, che vi consigliamo di scoprire interrante sul suo sito, ovvero sui ritratti. Scorrendo il suo portfolio, o il suo profilo Instagram, tra i frame dei suoi corti e i progetti per i clienti, ci si può imbattere in volti, in sguardi che spiccano nel buio di strade e stanze. 

Molte volte si tratta di estranei, incontrati per caso, ma quelle di Brooks Reynolds non mostrano solo banali visi, raccontano delle storie, possiamo percepire gli stati d’animo delle persone, riusciamo quasi a sentirne i pensieri. 

Caratteristica principale di tutti i suoi scatti è una visione cinematografica sella scena, messa a punto grazie ai suoi cortometraggi e che si sposa alla perfezione con un utilizzo esasperato della luce, che crea zone amplificate di luce e di ombra. 

Qui sotto trovi una selezione dei suoi scatti, ma per scoprire di più sul lavoro di Brooks Reynolds vai sul suo sito

Brooks Reynolds, volti tra luci e ombre
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Brooks Reynolds, volti tra luci e ombre
Brooks Reynolds, volti tra luci e ombre
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The Guestbook – Valeria Dellisanti

The Guestbook – Valeria Dellisanti

Giulia Guido · 3 giorni fa · Photography

Protagonista di questo The Guestbook è Valeria Dellisanti, giovane fotografa che con delicatezza e maestria riesce a catturare piccoli momenti di intimità. Tra i suoi progetti spicca sicuramente “In The Rooms”, una serie di scatti che immortalano giovani ragazze all’interno delle loro camere da letto, luogo sicuro dove si cresce e ci si mette in discussione, ma a catturare la nostra attenzione è il suo progetto “Distancing Diary” nato durante la quarantena, una sorta di diario personale formato da piccoli pensieri e stupende fotografie.

Incuriositi dal suo stile e dai suoi lavori, abbiamo fatto qualche domanda a Valeria che ci ha raccontato come è nata la sua passione, i suoi progetti e molto altro. 

Raccontaci come ti sei avvicinata alla fotografia. C’è un momento in particolare che ti ricordi?

Vorrei approfittare di questa domanda che trovo spesso nelle interviste e che spesso viene fatta a me, per fare una riflessione. Dunque rigiro e riformulo la domanda a te e ai lettori di Collater.al: Chi non si è avvicinato alla fotografia nel contesto sociale e culturale in cui viviamo?
È quasi impossibile a mio parere non confrontarsi con questo medium nel 2020. Quando la fotografia è entrata nelle abitudini della gente, l’idea di poter prelevare pezzi di realtà e di mondo per poterli custodire, archiviare e rivedere ogni volta che si vuole ha dato il via ad un nuovo fenomeno di massa che è stato accentuato dalle nuove tecnologie e dai social media. 
Oggi tutti produciamo immagini spontaneamente, come una forma naturale di relazione con gli altri e con il mondo.  A tal proposito, mi piace ricordare le parole di Susan Sontag la quale scrisse: “collezionare fotografie è collezionare il mondo”.

Per quel che riguarda la mia esperienza personale, da quando ho avuto in mano il primo cellulare ho iniziato a fotografare, come penso un po’ tutti. Piano piano grazie ai miei studi, agli stimoli delle persone nella mia vita, quindi alle influenze esterne e interne, ho iniziato a farlo sempre in modo più consapevole.  
Non ricordo un momento particolare, è stato più un percorso. 
La fotografia mi aiuta a pormi domande, a capire meglio chi sono e chi voglio essere. Mi aiuta a riflettere e a concentrare il mio sguardo su quello che accade e mi circonda, dunque per me è uno strumento di analisi del se.

Uno dei tuoi ultimi lavori è “In The Rooms”, una serie di scatti che ritraggono delle ragazze nelle proprie camere da letto. Raccontaci com’è nata questa idea e quali aspetti hai voluto far risaltare negli scatti. 

Sono molto legata a questa serie fotografica e mi fa un po’ tenerezza riguardarla oggi. 
In realtà è una sensazione che provo un po’ per tutti i miei lavori passati.
Ho iniziato questo progetto spontaneamente, quasi inconsapevolmente. 
Dopo la maturità al liceo artistico, nel 2015 mi sono trasferita a Bologna per continuare i miei studi. Questo cambiamento mi ha portata a relazionarmi non solo con una nuova città ma anche con uno stile di vita totalmente differente e autonomo. Appena si cambia città, il primo passo è trovare un appartamento o una stanza in cui vivere. Dunque in questo contesto la propria camera, sopratutto se abiti in una casa condivisa, diventa uno spazio intimo “una campana di vetro”. Attenzione, campana di vetro non intesa nell’accezione di Sylvia Plath “non riuscivo a sentire niente-seduta sul ponte di una nave o in un caffè di Parigi o Bangkok- sarei sotto la stessa campana di vetro, a soffocare nella mia stessa aria acida”. Ma come uno spazio in cui sentirsi al sicuro e a proprio agio, in cui scoprire e costruire la propria identità.

Mi affascinava molto il processo di personalizzazione delle stanze, e sopratutto scattare e rapportarmi con un soggetto in un ambiente così intimo dentro al quale ogni giorno si rielabora la propria identità. Grazie a questo progetto mi sono ritrovata a fotografare amiche, ma anche ragazze che non conoscevo affatto. 
La serie “In the Rooms” è stata importante per me perché mi ha aiutata a sviluppare un linguaggio e una personalità fotografica, inoltre mi ha permesso di mettermi in gioco, ed affrontare le mie paure, la mia timidezze e a confrontarmi con la vita di altre mie coetanee. 

Il tuo ultimo progetto, invece, si chiama “Distancing Diary” ed è nato durante e a causa della quarantena. Com’è stato raccontarsi in prima persona

Non è stato facile farlo, sopratutto in questo contesto. 
La fotografia, o il creare in generale, è terapeutico: l’are è uno strumento di analisi del sé.
In questa situazione, il creare mi ha aiutata a confrontarmi con me stessa, mi ha tenuta impegnata e produttiva mi ha aiutata a confrontarmi con gli altri. La realizzazione del diario mi ha fatto acquistare consapevolezza su come i cambiamenti provenienti dall’esterno si riversino al nostro interno. Dopo la pubblicazione del progetto alcune persone mi hanno contattata dicendomi che si sono riviste nelle pagine del mio diario e che in un certo senso si sentivano meno sole. Penso che condividere questo periodo della mia vita ha aiutato me e gli altri ad esorcizzare i sentimenti negativi.
A livello strutturale, per la prima volta ho affiancato alle immagini un percorso narrativo di tipo testuale e figurativo, mi è piaciuto molto sperimentare in questo senso.

Da un punto di vista creativo e lavorativo, come hai vissuto questo periodo di lockdown? 

Ho vissuto questo periodo a fasi alterne. Settimane in cui ero ansiosa e confusa, altre in cui mi sentivo produttiva e positiva. È stato, ed è tutt’ora, un periodo strano. Come mi ha detto una mia amica fotografa quando ci siamo incontrate dopo il lockdown “è sembrato un brutto sogno”. La cosa preoccupante è che, metaforicamente, non ne siamo ancora usciti e non ci siamo ripresi da questo incubo. 
Spero di tornare presto a scattare e recuperare gli shooting che sono stati annullati.

Quali consigli, sia tecnici che pratici, daresti a un giovane che vuole approcciarsi per la prima volta alla fotografia?

Non sono brava a dare consigli hahaha.
Però direi.. leggere, studiare e capire il lavoro degli altri fotografi e mettersi sempre in discussione.

The Guestbook – Valeria Dellisanti
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The Guestbook – Valeria Dellisanti
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InstHunt – Le 10 migliori foto della settimana su Instagram

InstHunt – Le 10 migliori foto della settimana su Instagram

Giulia Guido · 5 giorni fa · Photography

Ogni giorno, sul nostro profilo Instagram, vi chiediamo di condividere con noi le vostre immagini e fotografie più belle. 
Per la raccolta InstHunt di questa settimana abbiamo selezionato le vostre 10 migliori proposte: @davidecannavo, @carla_sutera_sardo, @eyepyre, @m_streetphoto, @kei_scampa, @_hartemis, @matteotriola, @userid019, @wonmin.9, @erikaconlaci.

Tagga @collateral.photo per essere selezionato e pubblicato nel prossimo numero di InstHunt.

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Broken nature Model: @mai_stanca

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Londra in lockdown, le foto di Jan Enkelmann

Londra in lockdown, le foto di Jan Enkelmann

Emanuele D'Angelo · 6 giorni fa · Photography

Quando pensiamo a Londra, pensiamo a una città dai ritmi caotici, frenetica e instancabile, come ogni capitale moderna che si rispetti. A causa della pandemia però tutto si è fermato di colpo, improvvisamente.
Il primo ministro Boris Johnson, seguendo le orme dei suoi illustri colleghi in tutto il mondo ha congelato, ha bloccato l’intera città almeno fino a giugno, in attesa che la curva di contagio decresca.

Il fotografo inglese Jan Enkelmann ha deciso di documentare l’assordante silenzio della sua città, mai visto prima d’ora.
Così il 23 marzo, la sera in cui è stato annunciato il lockdown, il fotografo è salito in sella alla sua bici per ammirare Londra deserta, mai vista così in 20 anni della sua vita. Qualche settimana dopo, ha portato con sé la sua macchina fotografica e ha deciso di immortalare tutto.

Come molti altri mi sono sentito obbligato a documentare la mancanza di persone in luoghi solitamente affollati. Ma guardando il set di immagini che ho realizzato nelle ultime settimane, sento che questo progetto ha preso vita. Forse queste foto non riguardano tanto la mancanza di presenza umana quanto piuttosto la quiete di una città che si lascia respirare per rivelare una bellezza che spesso passa inosservata.

Londra in lockdown, le foto di Jan Enkelmann
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Londra in lockdown, le foto di Jan Enkelmann
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