In A Walk in the Park?, Amy Horowitz punta il suo obiettivo verso i volti giovani che attraversano Washington Square Park, a New York — un luogo che, proprio come chi lo abita, cambia identità di continuo. Nel corso di cinque anni, la fotografa ha realizzato 166 ritratti di giovani adulti, perlopiù studenti o artisti all’inizio della loro vita indipendente, catturandoli in momenti sospesi tra messa in scena e verità.

Il libro, pubblicato nell’agosto 2025, si presenta come un gesto silenzioso di osservazione. Non racconta lo spettacolo di New York, ma le espressioni private che prendono forma nello spazio pubblico. Nei ritratti di Horowitz c’è un ritmo naturale: le figure intere si alternano a primi piani ravvicinati, le coppie si dissolvono in solitudini, l’audacia estetica lascia spazio a qualcosa di più fragile, più umano.



A un primo sguardo, l’attenzione sembra concentrarsi sull’aspetto esteriore — capelli colorati, tatuaggi, gioielli, abiti eccentrici — ma ciò che rimane è la sensazione che la fotografa stia guardando attraverso la superficie, non a essa.

Washington Square Park, da decenni crocevia della creatività newyorkese, custodisce una sua mitologia. Diane Arbus ha fotografato qui, André Kertész ha cercato la sua luce, Edward Hopper abitava proprio di fronte. Horowitz entra in questa eredità con discrezione, portando con sé uno sguardo diverso — meno ironico, più empatico, curioso, sincero. I suoi ritratti nascono dallo scambio, da un’attenzione reciproca che trasforma un incontro casuale in qualcosa di autentico.



Alcuni dei ragazzi ritratti hanno scritto una frase su se stessi, riportata nella copertina interna del libro: frammenti di identità che aggiungono un livello di intimità ulteriore. «Oggi è il primo giorno che porto i miei capelli naturali, e la prima volta da tanto che mi sento bella»; «Voglio essere amata tantissimo, ma l’intimità mi disgusta»; «È il mio primo mese a New York… so che la mia vita sta cambiando». Queste voci accompagnano le immagini come echi, ricordandoci che ogni ritratto nasconde una storia invisibile, appena fuori campo.



Horowitz cita Diane Arbus e Mary Ellen Mark come ispirazioni, e la loro influenza si percepisce — nella fiducia, nella pazienza, nella volontà di andare oltre l’apparenza. Ma A Walk in the Park? trova presto una propria voce: è una riflessione sul passaggio all’età adulta, sull’identità e sul bisogno di essere visti.

«Il mio lavoro parla dell’essere visti e del vedere gli altri — di fermare il tempo in un momento di comprensione reciproca», afferma la fotografa. È proprio questa sospensione, questa connessione nel caos della città, a rendere gli scatti all’interno di questo libro così toccanti.
©AmyHorowitz / SchiltPublishing&Gallery
