Queste fotografie sembrano parlare del passato, ma che in realtà raccontano soprattutto il presente. È quello che accade nel lavoro della fotografa Anna Szász-Bányász, nata nel 1996 a Gyergyóújfalu, in Romania, e formatasi a Budapest alla Moholy-Nagy University of Art and Design, dove ha frequentato prima il corso di laurea e poi quello magistrale in fotografia. Dal 2021 fa parte della Fiatalok Fotóművészeti Stúdiója, organizzazione ungherese dedicata alla fotografia contemporanea.



Il suo progetto più noto, Már a jövő sem a régi, che si può tradurre come Il futuro non è più quello di una volta, nasce in un luogo molto concreto: la fattoria della sua famiglia in Transilvania. Ma definirlo semplicemente un progetto sulla vita contadina sarebbe riduttivo. Le fotografie di Szász-Bányász partono infatti da un’esperienza personale per interrogare qualcosa di più ampio: cosa significa continuare a vivere secondo un rapporto diretto con la terra mentre tutto intorno cambia?
Anna Szász-Bányász conosce quel mondo dall’interno. Durante la realizzazione del progetto non si è limitata a osservarlo: lavorava quotidianamente nella fattoria, occupandosi degli animali e delle attività agricole, con una macchina fotografica sempre a portata di mano. È una scelta metodologica importante, perché elimina la distanza abituale tra chi fotografa e ciò che viene fotografato. Le immagini non nascono da una visita occasionale, ma dalla presenza quotidiana.
Ed è forse proprio questa familiarità a permetterle di vedere ciò che normalmente rimane invisibile. Le protagoniste ricorrenti sono le mucche, che nelle sue fotografie non vengono trattate come semplici elementi del paesaggio agricolo. Anna le considera individui, con nomi e personalità, e costruisce con loro un rapporto di prossimità. La macchina fotografica si avvicina così tanto ai loro corpi da trasformare dettagli apparentemente ordinari, un occhio, il pelo, la curva della schiena, in forme quasi astratte. Una schiena può diventare un paesaggio; un primo piano può perdere completamente la sua scala.


Szász-Bányász non vuole produrre l’ennesima rappresentazione idealizzata della campagna, né seguire semplicemente i codici della fotografia documentaria. Ha spiegato di voler trovare un linguaggio capace di allontanarsi dalle immagini già esistenti sulla vita rurale e di rendere il progetto personale, ma allo stesso tempo comprensibile anche a chi non appartiene a quel contesto.
Da qui nasce una fotografia che oscilla continuamente tra documento e metafora. Le immagini registrano attività reali, animali e spazi vissuti, ma la loro composizione le porta altrove. Il risultato non è la cronaca di una fattoria, bensì la costruzione di una memoria visiva nella quale il quotidiano assume una forma quasi sospesa.
Anche il titolo della serie contiene una contraddizione. Il futuro non è più quello di una volta guarda alla nostalgia senza trasformarla in un elogio del passato. Il mondo rurale che Anna fotografa non è un luogo immobile nel tempo: è attraversato dalla tecnologia, dai cambiamenti sociali e dalla necessità di trovare nuovi modi per convivere con l’ambiente. L’artista suggerisce quindi di considerare l’agricoltura non come una pratica destinata necessariamente a scomparire, ma come una possibile alternativa per il futuro, reinterpretata attraverso le condizioni del presente.
La nostalgia, allora, diventa uno strumento meno innocente di quanto sembri. Nei suoi testi sul progetto, Anna osserva come i ricordi non restituiscano il passato esattamente com’era, ma lo trasformino in una versione essenziale, quasi ideale. Fotografare significa anche confrontarsi con questa distanza: ciò che ricordiamo, ciò che viviamo e ciò che immaginiamo del futuro finiscono per sovrapporsi. È qui che la sua ricerca acquista una dimensione più ampia. La fattoria non è soltanto il soggetto delle fotografie: è il luogo da cui guardare il rapporto tra memoria e trasformazione.


Questa attenzione al dettaglio e alla prossimità attraversa anche il modo in cui Szász-Bányász concepisce la fotografia. Per lei, conoscere davvero un soggetto significa esserci, partecipare, condividere il tempo necessario perché qualcosa possa emergere. La macchina fotografica non serve quindi soltanto a catturare un momento, ma diventa uno strumento per restare dentro quel momento abbastanza a lungo da comprenderlo.
Il suo lavoro continua a essere legato a una dimensione estremamente concreta, quella delle giornate trascorse tra animali, lavoro manuale e paesaggi familiari. Ed è proprio questa concretezza a renderlo interessante. Anna Szász-Bányász non fotografa un mondo che sta semplicemente scomparendo. Fotografa il momento in cui quel mondo deve decidere come cambiare per continuare a esistere.
