Photography Ian Teh racconta la Cina attraverso le immagini di Undercurrents – Reframed
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Ian Teh racconta la Cina attraverso le immagini di Undercurrents – Reframed

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Arianna Maria Leva

La costruzione di una diga, le distese di carbone, le città in espansione e le persone che attraversano paesaggi in trasformazione. Nel libro Undercurrents – Reframed: China 1999–2008, il fotografo Ian Teh torna su quasi dieci anni di lavoro in Cina per osservare da vicino le conseguenze, visibili e meno evidenti, di una crescita che ha cambiato profondamente il Paese.

Ci sono trasformazioni che si possono misurare in chilometri di strade, edifici costruiti e tonnellate di carbone estratte. Ma ci sono anche quelle che sfuggono ai numeri: le abitudini che scompaiono, i luoghi che perdono la propria identità, le comunità costrette a spostarsi per fare spazio a un futuro progettato altrove. È in questo spazio, tra le dimensioni monumentali del progresso e le esperienze individuali di chi lo attraversa, che si sviluppa la fotografia di Ian Teh.

Workers at a coking plant. Benxi, China. 2007

Con Undercurrents – Reframed: China 1999–2008, il fotografo britannico-malese riunisce e riorganizza i progetti realizzati in Cina tra il 1999 e il 2008, dando vita a una nuova lettura di un archivio costruito nel corso di quasi un decennio. Pubblicato in collaborazione con Eyeshot, il volume riprende il filo del suo primo libro, Undercurrents, uscito nel 2008, e lo amplia con immagini inedite provenienti dall’archivio dell’autore. Non si tratta soltanto di ritornare su un lavoro precedente, ma di mettere in relazione fotografie diverse per costruire una narrazione più ampia sulle contraddizioni dello sviluppo economico.

Quando il paesaggio diventa la misura del cambiamento

Alla fine degli anni Novanta, la Cina stava attraversando una fase di profonda trasformazione economica e territoriale. In questo contesto, Teh ha rivolto il proprio sguardo verso alcuni dei luoghi in cui le conseguenze della crescita diventavano più evidenti: la costruzione della diga delle Tre Gole sul fiume Yangtze, l’industria estrattiva del carbone, l’espansione urbana e le migrazioni interne legate alle nuove opportunità di lavoro.

Il progetto dedicato alla diga, documentato a partire dal 1999, mostra il costo umano di un’opera destinata a modificare radicalmente il territorio. La realizzazione dell’infrastruttura ha comportato lo sfollamento di circa 1,4 milioni di persone e la sommersione di numerosi centri abitati. In queste immagini, il paesaggio non è uno sfondo neutro: è qualcosa che viene modificato, cancellato e ricostruito secondo le necessità di un progetto più grande delle singole vite che coinvolge.

È una prospettiva che ritorna anche nelle fotografie dedicate all’industria e alle periferie in espansione. Le strutture industriali, i terreni devastati e gli insediamenti attraversati dalla trasformazione economica sembrano spesso occupare tutto lo spazio disponibile. Gli esseri umani, al contrario, appaiono come presenze minute, quasi assorbite dalla vastità dell’ambiente che li circonda.

Questa scelta compositiva ha un significato preciso, invece di isolare il singolo lavoratore o abitante come protagonista assoluto dell’immagine, Teh lo mette in relazione con le dimensioni del sistema in cui vive. Il corpo umano diventa così una misura attraverso cui percepire la scala delle infrastrutture e delle forze economiche. Ciò che in una fotografia tradizionale potrebbe essere considerato il contesto acquista una centralità narrativa: il territorio racconta tanto quanto le persone che lo abitano.

Fotografare ciò che il progresso lascia ai margini

Una delle qualità più interessanti del lavoro di Teh è la capacità di affrontare questioni sociali e ambientali senza ridurre le immagini a semplici illustrazioni di un problema. Le sue fotografie non si limitano a mostrare gli effetti dell’industrializzazione, né costruiscono una contrapposizione immediata tra un passato idealizzato e un presente da condannare. Piuttosto, invitano a osservare ciò che accade quando una trasformazione collettiva assume dimensioni tali da rendere difficile distinguere i suoi benefici dai suoi costi.

La presenza umana, in questo senso, è fondamentale anche quando occupa soltanto una piccola porzione dell’inquadratura. Nelle immagini di Undercurrents, le persone non sono sempre ritratte in primo piano o attraverso espressioni che ne rendano immediatamente leggibili le emozioni. Spesso le incontriamo mentre attraversano uno spazio, lavorano o si muovono all’interno di un ambiente che sembra prevalere su di loro. La loro condizione emerge dalla relazione con ciò che le circonda, più che da una narrazione esplicita.

È un modo di intendere la fotografia documentaria che lascia allo spettatore una responsabilità: guardare oltre il soggetto più evidente e provare a comprendere le relazioni che tengono insieme un’immagine. Una strada sterrata, una collina alterata dall’attività estrattiva o una costruzione che domina l’orizzonte possono raccontare molto più di un singolo evento. Rendono percepibili processi che, per la loro durata e complessità, difficilmente possono essere racchiusi in un unico momento fotografico. Allo stesso tempo, le immagini di Ian Teh ricordano che una fotografia non restituisce da sola la voce di una comunità, le ragioni di una decisione politica o l’intera esperienza di chi è costretto a lasciare la propria casa. Può però costruire un punto di accesso a queste storie, rendendo visibili le tensioni che altrimenti rischierebbero di rimanere nascoste dietro la retorica della crescita.

Ian Teh

La complessità di una nazione in trasformazione

Il titolo Undercurrents, traducibile come «correnti sotterranee», suggerisce proprio l’esistenza di forze che agiscono sotto la superficie degli eventi. Il riferimento non riguarda soltanto gli effetti meno evidenti dello sviluppo, ma anche le esperienze individuali che attraversano e complicano il racconto ufficiale del progresso.

Il libro mantiene infatti una tensione tra perdita e possibilità. Da una parte, documenta lo spostamento delle comunità, l’alterazione degli ecosistemi e le conseguenze di un’economia alimentata da grandi infrastrutture e dall’industria pesante. Dall’altra, restituisce il clima di speranza e ottimismo che accompagnava una fase di cambiamento percepita anche come un’occasione per migliorare le condizioni di vita. Tenere insieme queste dimensioni significa riconoscere che la trasformazione non è mai un processo uniforme: ciò che per alcuni rappresenta una nuova opportunità può tradursi, per altri, nella perdita di un luogo o di un modo di vivere.

Ian Teh

È proprio questa ambivalenza a rendere il lavoro di Teh più interessante di una semplice documentazione del cambiamento. Le immagini non chiedono di scegliere tra un giudizio positivo e uno negativo, ma di interrogarsi su come il progresso venga distribuito, su chi ne sostenga il peso e su quali conseguenze diventino visibili soltanto quando il processo è già in corso.

Un archivio che cambia significato nel tempo

Ritornare oggi su fotografie realizzate tra il 1999 e il 2008 significa anche confrontarsi con la distanza tra il momento dello scatto e quello della sua rilettura. In Undercurrents – Reframed, il materiale d’archivio viene ricomposto in una narrazione unitaria, mettendo in dialogo progetti che affrontano aspetti diversi della stessa trasformazione. Le nuove immagini ampliano ulteriormente questa prospettiva, offrendo una visione più articolata del lavoro svolto da Teh in quegli anni.

La rilettura di un archivio fotografico non è mai un’operazione del tutto neutrale. Cambiare la sequenza delle immagini, accostare luoghi e situazioni differenti o recuperare fotografie rimaste inedite modifica il modo in cui una storia viene percepita. Il significato non risiede soltanto nel singolo scatto, ma anche nelle relazioni che si creano tra le immagini e negli spazi che si aprono tra una fotografia e l’altra.

Il libro non è soltanto una testimonianza visiva di un periodo importante per la Cina. È anche un’occasione per riflettere sul funzionamento stesso della fotografia documentaria: su quanto un’immagine possa raccontare, su ciò che inevitabilmente lascia fuori e su come il tempo possa trasformare il nostro modo di leggerla. Perché osservare il progresso significa anche guardare sotto la sua superficie, dove le promesse di un futuro migliore convivono con le tracce di ciò che è stato sacrificato per raggiungerlo.

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Scritto da Arianna Maria Leva

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