Berlino, 9 novembre 1989. Da ventotto anni il Muro divide la città tra Est e Ovest. Non è soltanto cemento: è un sistema di confine fatto di posti di blocco, guardie, controlli e regole che impediscono ai cittadini della Germania Est di attraversare liberamente. Nel 1989, però, quel sistema sta cedendo. Migliaia di persone lasciano la DDR passando attraverso altri Paesi dell’Europa orientale, mentre nelle città aumentano le proteste per la libertà di movimento e per riforme politiche.
La sera del 9 novembre Günter Schabowski annuncia durante una conferenza stampa nuove regole sui viaggi verso l’Ovest. Quando gli chiedono da quando entreranno in vigore risponde: “immediatamente”. La notizia passa in televisione e migliaia di persone raggiungono i checkpoint. Le guardie non hanno istruzioni chiare. A Bornholmer Straße il confine viene aperto.
Il Muro è ancora lì, ma nelle fotografie ha già smesso di funzionare come muro.
Davanti alla Porta di Brandeburgo attraversa ancora l’inquadratura, ma non riesce più a dividere davvero lo spazio. Le persone sono sopra, sotto e intorno al cemento. Non c’è un protagonista preciso: il soggetto è la folla. La linea rigida del Muro viene occupata da decine di corpi che fanno qualcosa che fino al giorno prima era proibito. Anche la composizione cambia completamente il significato di quella struttura. Il Muro dovrebbe bloccare lo sguardo e separare due parti della città, invece diventa il punto su cui si concentra tutta l’azione. Le persone ci salgono sopra, si siedono, guardano dall’altra parte, si sporgono. La barriera rimane fisicamente intatta, ma la fotografia mostra che ha già perso la sua funzione.
In molte immagini il contrasto è proprio tra la rigidità del cemento e il movimento della folla. Il Muro è geometrico, continuo, immobile. Le persone invece si accumulano, si arrampicano, si toccano. È la città che inizia a occupare uno spazio costruito per tenerla separata.
Il 10 novembre, vicino a Checkpoint Charlie, un’altra fotografia racconta invece quanto quella divisione sia ancora presente.
Un berlinese tende la mano verso due poliziotti di frontiera della Germania Est. I due non ricambiano. È una fotografia costruita su un gesto che non arriva mai a compimento. Il braccio del civile attraversa quasi tutta l’immagine, mentre i soldati restano fermi. Non succede niente, ed è proprio questo il punto: il sistema politico è appena cambiato, ma i corpi non hanno ancora avuto il tempo di capirlo.
Dentro quella scena sembrano esistere due tempi diversi. Il civile si comporta già come se il confine appartenesse al passato. I poliziotti, invece, sono ancora dentro le regole del sistema che fino a poche ore prima avevano il compito di difendere. La distanza tra loro è minima, ma basta una mano non stretta per renderla enorme. Nei giorni successivi il cambiamento diventa fisico. Le persone non si limitano più a oltrepassare il Muro: lo colpiscono, ne staccano pezzi, ci salgono sopra. I cosiddetti Mauerspechte, i “picchi del Muro”, arrivano con martelli, scalpelli e picconi.
Il cemento che per quasi trent’anni aveva rappresentato un confine politico diventa improvvisamente qualcosa che si può toccare, rompere e portare a casa. Anche le fotografie cambiano distanza. Dalle grandi immagini della folla si passa ai dettagli: mani che stringono martelli, polvere, graffiti spezzati, frammenti di cemento. Il Muro smette di apparire come una struttura astratta e quasi intoccabile. Torna a essere materia.
È questo che rende così forti le fotografie di quei giorni. Non raccontano un solo momento, ma una trasformazione progressiva:
Prima il Muro divide lo spazio.
Poi viene occupato.
Poi attraversato.
Infine viene rotto pezzo dopo pezzo.
La Germania verrà riunificata soltanto il 3 ottobre 1990 e il Muro non scompare fisicamente durante la notte del 9 novembre. Ma nelle fotografie il cambiamento è già evidente.
Il Muro non cade in una sola notte.
Prima perde il suo potere, poi perde i suoi pezzi.
Questo articolo è stato realizzato in collaborazione con @superottomag e scritto da Gabriel Pisano.
