L’evocazione sconfinata di Una tenerezza nel tempo accompagna i passi della personale settembrina, realizzata a Parigi per gli spazi della Sans Titre Gallery, in collaborazione con John Douglas Millar e Nadia Hebson. L’artista e scrittore britannico Paul Becker (Windsor, 1967) con la delicatezza e l’onesta intellettuale che fortemente lo caratterizzano, ancora una volta, sembra interrogarsi «su cosa significhi creare arte e bellezza quando cadono le bombe».
Le più affezionate atmosfere pastello, dal tocco a un tempo pastoso ed etereo, abbracciano presenze e figure malinconiche e irrisolte, come il passo di un tempo della sospensione ansioso e terribile.


Come Becker ha confidato nel corso di un’intervista, rilasciata nel 2025 a Victoria Lucas: «Creo le mie opere […] in modo istintivo e ponderato. Le cose funzionano meglio quando questi due aspetti coesistono. […] Il mio disegno e i […] dipinti nascono da questa idea di “non sapere” come modus operandi, dal fallimento strategico come modalità per permettere all’opera di essere sorprendente e stabilire una propria esistenza».
Al cospetto di una realtà presuntuosa e saccente nelle sue scelte e azioni più scellerate, gli universi pittorici sperimentati da Paul Becker colpiscono come schegge luminose catapultate da altri mondi, vivamente accesi sulla possibilità di coltivare il silenzio e ragionare le più svariate azioni. Ragionamento, inclinazioni e pensieri soverchianti sembrano nuotare e aver luogo nelle menti di quelle figure, presentate nell’intimità della sosta o del più profondo raccoglimento.


Questa serie di dipinti parla di abbandono e di intimità, e lo fa pescando in un immaginario ricco e stratificato, pieno di rimandi che arrivano da lontano. Il risultato è un’esperienza estetica che ti invita ad avvicinarti piano, senza fretta. Le forme sembrano quasi cantare e i colori evocano sensazioni diverse, a volte persino opposte, ma proprio per questo lasciano spazio a più modi di leggere ciò che si vede. Le opere sono ospitate in un luogo che somiglia a un nido, pensato con la cura che si riserva a un bozzolo. Lì dentro ognuno può costruirsi la propria interpretazione, farla propria, e uscirne con qualcosa che abbaglia e allo stesso tempo scalda.
Come ha scritto John Douglas Millar nel testo critico che ha accompagnato l’esposizione parigina: «[…] sospensione, il potenziale avvolto deliziosamente come un serpente, o come la voluta del fumo di sigaretta, un elemento che sfuma in un altro, sinestesia, una puntura di spillo nel dito fa sbocciare una rosa nell’occhio».













