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Le vetrine di ottobre

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Buddy

In questi giorni quasi ogni commento è cominciato con la stessa affermazione, “la violenza va condannata senza se e senza ma”. Vogliamo evitarla, non vogliamo iniziare così questo articolo. La violenza è spesso il frutto di una reazione esasperata, reazione a una provocazione, ad altra violenza. Moltissime delle conquiste sociali ed economiche di cui godiamo e che diamo per scontate sono state ottenute o accelerate a seguito di rivolte, scontri e reazioni violente. Si chiama radical flank effect.
Bisogna poi chiedersi da dove nasce la reazione di giovani e studenti, ragazzi inascoltati che negli ultimi anni ha vissuto la pandemia, sono cresciuti con le guerre sul telefono, con governi che parlano di riarmo, che sanno che li aspetta un lavoro precario, che l’intelligenza artificiale potrebbe prendersi quello per cui stanno studiando, che una pensione dignitosa è tutt’altro che sicura e che la crisi climatica gli lascerà un pianeta più difficile da abitare. Come dovrebbero reagire? Dall’alto della nostra sordità adulta, come pensiamo che dovrebbero comportarsi per farsi sentire?

Abbiamo seguito insieme due storie, i camionisti fermi sulle strade del meridione e le vetrine rotte, le proteste nel centro della città in cui lavoro. Con la redazione abbiamo visto mettere in fila una quantità di storture e di manipolazioni difficile da ignorare, dai titoli dei giornali alle dichiarazioni dei politici, dalle immagini scelte per raccontare le piazze a quelle lasciate fuori. Ne abbiamo scritto e parlato con il fotoreporter Gabriele Micalizzi. Questo pezzo è il tentativo di Collater.al di rimetterle in ordine, sapendo che ogni riflessione su quello che succede è, per sua natura, politica.

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Milano, ottobre 2026 – Foto di © Gabriele Micalizzi.

Da settimane camionisti e agricoltori bloccano le strade del Sud contro il prezzo del gasolio, e nel fine settimana centinaia di migliaia di ragazzi sono scesi in piazza nel resto del paese. Il racconto di quei giorni si è fermato alle vetrine rotte di Milano e ha lasciato fuori quasi tutto il resto.

A Cerignola, in provincia di Foggia, da più di una settimana tir e mezzi agricoli bloccano la statale 16 e i tratti vicini della A14 e della A16. Protestano contro il prezzo del gasolio, che a fine settembre ha toccato il massimo storico. Nei supermercati del paese, e in quelli di San Severo e Lucera, gli scaffali dei prodotti freschi sono vuoti, e dall’ufficio del sindaco hanno detto al Post che una cosa del genere non si vedeva dai tempi del Covid. Le proteste erano cominciate a inizio ottobre in Puglia e in Calabria, da venerdì 16 si sono allargate a Sicilia, Basilicata e Campania, e da Bari al Potentino molti distributori sono rimasti senza carburante. Nelle aperture dei giornali del fine settimana, però, tutto questo è finito in secondo piano.

Rivista Studio ha scritto che le pompe di benzina a secco e gli scaffali vuoti del Sud li abbiamo scoperti grazie alle storie di Instagram, e su Rai1, in prima serata, a ricordarli è stato Fiorello durante uno spettacolo di intrattenimento, non un servizio giornalistico.

Mentre il Sud restava fermo, nel resto del paese sono scese in piazza altre due mobilitazioni, che nei titoli sono diventate una cosa sola. Venerdì 16 c’era lo sciopero studentesco convocato dai collettivi contro le politiche scolastiche del governo, con cortei in più di venti città e oltre 400mila partecipanti secondo gli organizzatori. Sabato 17 c’era Italia in Piazza, una rete che si dichiara apartitica, convocata soprattutto su TikTok contro il carovita, il prezzo della benzina e gli stipendi bassi. A Milano si sono presentate circa cinquemila persone, quasi tutte giovanissime, nello stesso giorno in cui in Francia sfilavano liceali, sindacati e gilet gialli.

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Milano, ottobre 2026 – Foto di © Gabriele Micalizzi.

In entrambe le giornate una minoranza si è staccata dai cortei. Venerdì a Torino gruppi a volto coperto hanno lanciato sassi e torce contro la polizia, e a Roma sono partite bombe carta contro il ministero dell’Istruzione. Sabato il corteo di Milano si è spezzato e il pomeriggio è finito con gli scontri in piazza Duomo e i negozi saccheggiati, mentre a Bologna la tensione si è concentrata davanti alla stazione. Domenica a Milano è successo di nuovo senza nessun corteo, e secondo l’Adnkronos quel giorno sono finite in questura 271 persone, 220 delle quali minorenni.

Domenica mattina le prime pagine raccontavano tutte la stessa scena, la guerriglia in piazza Duomo. Secondo la rassegna stampa di Sky TG24 il quotidiano diretto da Vittorio Feltri parlava di guerriglia rossa, il lunedì il Giornale indicava i responsabili in «maranza e immigrati» e la Verità chiedeva al governo il pugno di ferro. Nel post con cui il Tg1 ha riassunto il sabato su X c’erano i sassi, i tavolini lanciati contro la polizia e una libreria assaltata a Torino, e nessun accenno al motivo per cui migliaia di persone erano scese in piazza. Corriere della Sera e Repubblica hanno usato toni più misurati ma non così diversi, e nei loro titoli sono finiti i nomi di battesimo dei ragazzi, le nazionalità dei genitori in coda davanti alla questura, i dodicenni «all’assalto di Milano come in un videogame» e i saccheggi trasformati in trend sui social.

La stampa di destra e i grandi quotidiani sono arrivati allo stesso punto per strade diverse. Da una parte la piazza è diventata una questione di colore politico o di origine, dall’altra una questione di psicologia dell’adolescenza e di algoritmi, e in entrambi i casi la domanda politica è sparita, perché se sono maranza c’è poco da capire e se è un gioco c’è poco da ascoltare. Si è arrivati a titolare in modo rocambolesco e patetico di “Ombre russe sui maranza”…
La parola maranza, del resto, fa un lavoro preciso, perché crea uno stereotipo sociale e razziale che trasforma un gruppo di ragazzi nel nuovo nemico pubblico.

“Le piazze in subbuglio hanno un odore uguale in tutto il mondo. Lacrimogeni, plastica bruciata, piscio e spesso sangue rappreso. Da fotoreporter io osservo, carpisco, mi muovo in anticipo, correndo nel punto “giusto” per scattare la foto. Ho visto davvero tante piazze bruciare nel fumo denso che si espande sopra le pietre lanciate al suono dei manganelli che scrocchiano. Le ragioni sono sempre le stesse, ad un certo punto le persone dicono basta. Succede dall’alba dei tempi che succede. Però nei disordini della scorsa settimana ho visto qualcosa di diverso.” Gabriele Micalizzi, fotoreporter.

La psicologa Valentina Marroni ha fatto notare che quando c’è un caso di cronaca nera come quello di Garlasco i giornali passano settimane a scavare nella mente delle persone coinvolte, nel loro passato e nel loro contesto, mentre con i ragazzi di Milano quel microscopio è sparito. Nelle redazioni manca la domanda più scomoda, cioè perché quella rabbia abbia scelto proprio quei simboli. È il meccanismo che gli studiosi della comunicazione chiamano agenda setting, per cui i media riescono raramente a dirci cosa pensare ma riescono benissimo a dirci a cosa pensare e di cosa discutere, e in questi giorni ci hanno detto di pensare alle vetrine.

Le voci istituzionali hanno seguito la stessa linea. La presidente del Consiglio ha chiesto alle opposizioni di non essere ambigue, il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha dato la colpa a una certa sinistra che non riesce a condannare i violenti e Matteo Salvini ha chiesto di estendere il fermo preventivo anche ai minorenni, è arrivato anche a parlare di legami tra comunisti e islamisti. 

Il Post ha provato a ricostruire come sono andate le cose. Ha raccontato che i primi scontri sono iniziati quando la polizia ha bloccato il corteo in via Broletto, una strada molto stretta, e dopo alcuni lanci di sassi e bottiglie ha caricato la testa della manifestazione colpendo diversi ragazzi con i manganelli e che il corteo ha poi continuato pacificamente verso il Monumentale. Chi spaccava le vetrine in centro, ha scritto il Post, non apparteneva a collettivi studenteschi, centri sociali o altre organizzazioni. Già questo dice qualcosa su come si decide quale violenza raccontare e quale considerare legittima.

Le ragioni dei cortei di venerdì sono scritte nei documenti dei collettivi. La prima è il decreto scuola approvato a settembre, che dal 2027 fissa un tetto del 30 per cento agli alunni stranieri senza una sufficiente conoscenza dell’italiano nelle prime classi. La seconda è la manovra, che vale circa 23,5 miliardi solo se l’Europa permetterà al governo di spenderne 14,4 in deficit per difesa ed energia. Nelle tabelle la difesa vale circa 4,5 miliardi, quasi il doppio dei 2,4 destinati alla sanità, e tra le voci principali la scuola è assente.

Le ragioni di sabato erano le stesse dei blocchi del Sud, e chi ha sfogato la rabbia nel centro di Milano erano soprattutto ragazzi minorenni, di origine italiana e di seconda generazione, arrivati dalle periferie e dall’hinterland, dalla Brianza, dal Varesotto e dal Pavese. A un cronista di Open uno di loro ha spiegato tutto in una frase, «se sei povero non puoi avere niente».

Quella frase è già una risposta, perché i negozi presi d’assalto erano soprattutto catene di abbigliamento sportivo e di scarpe, negozi di telefonia, un supermercato e un fast food. Sono le cose che i ragazzi vedono ogni giorno sul telefono, nelle pubblicità e addosso ai rapper e agli influencer che seguono, e in quel mondo una felpa o un paio di sneakers sono un simbolo, dicono chi sei.

Milano, ottobre 2026 – Foto di © Gabriele Micalizzi.

Carlotta Vagnoli lo spiega bene quando scrive che questi ragazzi le scarpe firmate le vogliono, certo, ma che «quel desiderio glielo abbiamo costruito noi», e che chi le ha «ha più rispetto in una scala sociale fondata sul possesso dei beni».

Tommaso Coluzzi, giornalista di Factanza, ha ricordato che è già successo molte volte, a Detroit nel 1967, nelle banlieue di Parigi nel 2005, a Londra nel 2011, e che chi era in strada veniva soprattutto dai quartieri più poveri. Dopo i saccheggi inglesi il Guardian e la London School of Economics intervistarono 270 partecipanti, e molti raccontarono di aver colto l’occasione per prendersi gratis cose che non avrebbero mai potuto permettersi.
Prendere quegli oggetti vuol dire prendersi i simboli di un’appartenenza che di solito è negata, il modo più rapido per sembrare uguali agli altri ed essere accettati da una società che chiede a tutti di consumare e poi lascia fuori chi non può farlo. Quella dei saccheggi è una rabbia che vuole entrare in quel mondo, e per questo se la prende con le vetrine che lo rappresentano. È la stessa società che spinge questi ragazzi verso quei simboli e poi li tiene ai margini, in periferie con scuole che cadono a pezzi.

Milano, ottobre 2026 – Foto di © Gabriele Micalizzi.

Essendo in gran parte minorenni, non hanno nemmeno il voto per farsi sentire, e Vagnoli ricorda che proprio per questo la politica li ha ignorati per decenni, salvo usarli in campagna elettorale da una parte e dall’altra. In politica però ci sono cresciuti dentro, perché da anni sono al centro dei programmi di chi parla di remigrazione, senza che nessuno li abbia mai ascoltati.

“Io ero lì, ho visto quei ragazzi giovanissimi che spaccavano quelle vetrine. Ho visto una generazione a cui è stato sbattuto in faccia che i soldi e la popolarità sono gli unici valori importanti per farcela, per esserci, per esistere. Apparire senza essere, comprare i rimedi invece di conoscersi e capirsi. Il dissenso non deve avere ordine, il dissenso esprime sempre un disagio. Conosco bene anche la povertà, e chi è sazio non può capire l’affamato.” Gabriele Micalizzi, fotoreporter.

In questi giorni sui social girano anche alcune citazioni. Il vescovo brasiliano Hélder Câmara descriveva la violenza come una spirale che parte dalle ingiustizie considerate normali, provoca la ribellione e poi la repressione, che finisce per proteggere quelle stesse ingiustizie. Marx, nel 1871, scriveva della borghesia europea che assisteva con compiacimento al massacro dei comunardi di Parigi e rabbrividiva d’orrore «al veder profanati la calce e i mattoni». Il filosofo Paul B. Preciado, che il 17 ottobre era in piazza a Marsiglia, ha scritto su Libération, in un testo poi ripreso da Internazionale, che una società diventa gradualmente fascista quando è capace di sacrificare la vita dei suoi giovani in nome dell’ordine e della stabilità definiti dagli adulti.

Chi in questi giorni delegittima le proteste parlando solo di violenza è spesso chi la usa come programma politico, chi parla di remigrazione, chi non definisce genocidio quello di Gaza, chi parla di riarmo, chi nega tutto e reagisce con decreti sicurezza, chi reprime e non ascolta, chi lascia senza soldi la scuola e la sanità e poi si stupisce della rabbia, chi chiama maranza un ragazzino per non doverci parlare, chi spacca il paese con l’autonomia differenziata, chi vuole un premier più forte e meno contrappesi, chi attacca i giudici quando le sentenze non piacciono, chi tratta la Rai come un ufficio stampa e querela i giornalisti scomodi, chi minimizza la crisi climatica e fatica a dirsi antifascista.

Si possono condividere o meno le conclusioni di tutte queste voci, ma il punto che sollevano riguarda la gerarchia dello scandalo. Una vetrina rotta in corso Vittorio Emanuele produce più indignazione di una scuola che d’inverno fa lezione con il giubbotto addosso, o di un paese della Puglia con gli scaffali vuoti, e la ragione ha a che fare con le immagini e con il loro messaggio politico. La vetrina si fotografa in un secondo, la scuola fredda e il distributore a secco richiedono un’inchiesta. Un giornale che sceglie sempre la foto più facile finisce per raccontare il paese che fa più comodo a chi ha già il potere di decidere, e lascia senza risposta la domanda che quelle vetrine, a modo loro, ci stavano facendo.

“Dobbiamo diffondere messaggi positivi come fosse un ADV. Se il profitto sta davanti a tutto, facciamo diventare il dissenso un business. Perché  il “Nulla” non distrugga “Fantasìa”.
Quindi invadiamo le vite di chi non vuole vedere le vetrine rotte, con i messaggi nascosti nelle vetrine!
“

Foto di Gabriele Micalizzi – CESURA

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Scritto da Buddy

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