Breve storia della Aloha Shirt

Breve storia della Aloha Shirt

Andrea Tuzio · 4 anni fa · Style

Le spiagge bianche e assolate, le acque blu del Pacifico e i tramonti dorati.
Queste meravigliose immagini, oltre a farci del male perché difficilmente le potremmo vedere quest’estate, sono anche simbolo di uno dei luoghi più belli del pianeta, le isole Hawaii. 
Esiste però un ulteriore segno di riconoscimento che contraddistingue uno degli arcipelaghi più famosi del mondo, la Aloha Shirt.

La storia delle Hawaii e della Aloha Shirt si intrecciano in un racconto fatto di leggende che qui cerchiamo di esplorare. 

Nonostante all’inizio del XX secolo, le isole Hawaii fossero ancora politicamente indipendenti, gli uomini d’affari statunitensi si riversavano nell’arcipelago per acquistare terreni da dedicare alla coltivazione di canna da zucchero e ananas. Chiaramente queste piantagioni avevano bisogno di mano d’opera, così iniziarono ad arrivare braccianti dal Giappone, dalla Cina e da tutti e quattro gli angoli del Pacifico ed ognuno portava con sé i propri costumi, la propria lingua e il proprio abbigliamento.

Tra i tanti racconti che sono stati tramandati sulla nascita della camicia hawaiana, sembra che i più accreditati siano quelli che descrivono alcuni sarti giapponesi e cinesi, venuti a lavorare nei campi e pare abbiano realizzato i modelli che poi sarebbero diventati un punto di riferimento nel mondo della sartoria. 

Iniziamo con una storia particolare. Lo studente Gordon Young, all’inizio degli anni ’20, sviluppò una camicia che definiremmo pre-aloha, che divenne subito molto popolare tra i suoi colleghi all’Università delle Hawaii. In realtà la mente dietro questo prototipo, fu la madre che faceva la sarta e gli confezionava camicie su misura in cotone yukata, che veniva utilizzato per i kimono da lavoro delle donne giapponesi. 

Nel giugno del 1935 poi, un sarto proprietario di un piccolo negozio nel centro di Honolulu, Koichiro Miyamoto detto Musa-Shiya “The Shirtmaker, pubblicò su un giornale locale il primo annuncio che pubblicizzava le sue camicie, decorate con bellissimi disegni caratterizzati da colori brillanti, chiamandole per la prima volta Aloha Shirt. Il prezzo era di 95 centesimi, sia per quelle già realizzate che per quelle su ordinazione. 
Una testimonianza importante del lavoro di Musa-Shiya ce la regala sua moglie e compagna di lavoro, Dolores Miyamoto: ricorda che i due realizzarono camicie per Shirley Temple, per l’attore americano John Barrymore, che si recò direttamente nel loro piccolo negozio ad Honolulu per ordinare una camicia in un tessuto originale giapponese. Fu la prima volta che i due realizzarono una camicia stampata.  

Un’altra storia molto conosciuta sulle origini della Alhoa shirt è quella legata alla famiglia Chun e all’azienda King-Smith Clothiers
Ellery Chun dichiarò in un’intervista del 1964 che, dopo aver visto dei ragazzi filippini indossare camicie a coda di rondine molto sgargianti, le bayau, ne fece realizzare alcune da un sarto nel 1932/33. Quelle stesse camicie furono poi portate nel magazzino dell’azienda di suo padre, la King-Smith Clothier ed esposte in un negozio con un piccolo cartello che recitava, “Hawaiian Shirts”. La signora Ellery fu la prima a registrare i marchi “Aloha Sportswear” e “Aloha Shirts” rispettivamente nel 1936 e nel 1937.
La sorella di Ellery fu una delle pioniere nel design tessile, riportando sui tessuti delle camicie le immagini che l’avevano colpita durante una crociera, come i pesci volanti. 

Come dicevamo all’inizio, le storie sulla genesi di questo indumento iconico sono tantissime e per forza di cose non possiamo riportarle tutte.
Nel corso del tempo tutti, almeno una volta nella vita, ne abbiamo indossata una.

Da Elvis Presley a Harry Truman, da Leonardo Di Caprio e soci in Romeo + Juliet di Buz Luhrmann, da Johnny Depp e Benicio del Toro in Paura e delirio a Las Vegas, Tom Selleck in Magnum P.I., etc.

Chiudiamo con una speranza, quella di poterle indossare e sfoggiare il prima possibile.

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Il riavvicinamento alla natura di Giulia Frump

Il riavvicinamento alla natura di Giulia Frump

Collater.al Contributors · 1 giorno fa · Photography

Di Giulia Frump ne abbiamo già parlato qui ma non potevamo non parlare di MAPS, il progetto della fotografa risalente al 2019 oggi in mostra da MIA Photo Fair, fino al 14 aprile. L’intenzione di questo racconto visivo è quella di ricostruire questo legame apparentemente invisibile col mondo naturale attraverso fotografie, mettendo a confronto elementi tanto diversi quanto simili. Questa riflessione nasce dal mondo in cui viviamo, fatto di connessioni sempre più frequenti e facilitate dove il contatto fisico viene meno ogni giorno di più. Una considerazione fatta da moltissimi, sopratutto post COVID-19, ma che continua ad affascinarci.

Quello di Giulia Frump è un progetto che parla anche di accettazioni verso il corpo che cambia, sull’invecchiamento e sul dover sapersi fermare. I soggetti sono tutti femminili: donne che «hanno scelto di mostrare senza timore quelli che socialmente possono essere visti come difetti (macchie della pelle, rughe, capelli bianchi, cicatrici, vene e altro), offrendo un’immagine genuina dei numerosi cambiamenti che avvengono durante la vita, abbracciandoli e lasciando che la fotografia le aiutasse a compiere un processo di accettazione» come ci racconta la fotografa.

Insomma, questa nuova realtà ci avvicina a mondi lontanissimi ma simultaneamente mette in disparte la nostra appartenenza al mondo naturale, ormai relegata a pochi momenti della nostra quotidianità. Questo snaturamento ha dato però il via a MAPS che già nel 2019 ragionava su queste tematiche.

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Le foto di Cecilie Mengel sono un dialogo interiore

Le foto di Cecilie Mengel sono un dialogo interiore

Tommaso Berra · 1 giorno fa · Photography

Basta ascoltare le conversazioni che nascono dentro la propria testa a Cecilie Mengel per immaginarsi come potrebbero essere rappresentate fotograficamente. L’artista danese e ora residente a New York realizza scatti che sono dialoghi interiori nati dagli stimoli che lei stessa riceve da ciò che la circonda e dalle persone con cui si trova a vivere momenti molto quotidiani.
Il risultato è una produzione artistica che è contraddistinta da una forte varietà nei soggetti e nelle ambientazioni, così come nello stile, una volta documentaristico, altre volte più vicino a una certa fotografia posata e teatrale. Si passa da scatti rubati in casa durante una conversazione a dettagli di una latta di salsa Heinz trovata nel porta oggetti di un taxi, tutto ricostruisce una storia comune e quotidiana.
Anche la tecnica di Cecilie Mengel rispecchia questa stessa idea di varietà. L’artista infatti combina fotografia digitale e analogica, in altri casi la post produzione aggiunge segni grafici alle immagini. Le luci talvolta sono naturali altre volte forzatamente create con il flash, creando un senso d’insieme magari meno omogeneo ma ricco di suggestioni e raconti personali.

Cecilie Mengel è stata ospite della mostra collettiva ImageNation a New York, dal 10 al 12 marzo 2023 a cura di Martin Vegas.

Cecilie Mengel | Collater.al
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Le foto di Cecilie Mengel sono un dialogo interiore
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I non-luoghi di Nanni Licitra

I non-luoghi di Nanni Licitra

Giorgia Massari · 2 giorni fa · Photography

Le fotografie di Nanni Licitra (1988) si concentrano principalmente sui non-luoghi, spazi anonimi e impersonali che costellano le periferie urbane. Licitra trasforma queste zone marginali in scenari altri, che acquistano un nuovo significato. Stiamo parlando della serie Hell end in Hell, le cui immagini sono riflessi emblematici di una società in trasformazione, dove l’individuo lotta per trovare un senso di appartenenza e identità in un contesto sempre più caotico e alienante. La serie, vincitrice del Grant di Liquida Photofestival, in mostra a Torino dal 2 al 5 maggio, è una vera e propria analisi socio-culturale che riflette in toto le contraddizioni della società contemporanea.

nanni licitra

Nanni Licitra ha iniziato la sua ricerca fotografica nel 2008 concentrandosi esclusivamente sulla fotografia analogica. Questa scelta non è casuale; infatti, la fotografia analogica richiede una pazienza e una precisione che si riflettono nel suo approccio distaccato e contemplativo. Licitra si pone come uno spettatore attento delle realtà che lo circondano, privilegiando uno sguardo che va oltre le apparenze per cogliere l’essenza delle cose. L’utilizzo dell’analogico da parte di Licitra non è solo una scelta tecnica, ma rappresenta anche una dichiarazione di intenti. In un’epoca dominata dalla velocità e dall’effimero delle immagini digitali, il fotografo siciliano opta per un ritmo più lento e contemplativo, che permette di approfondire le tematiche trattate e di trasmettere un senso di nostalgia e malinconia tipico dei non luoghi.

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Courtesy Nanni Licitra

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Alec Gill e la storia di Hessle Road

Alec Gill e la storia di Hessle Road

Anna Frattini · 3 giorni fa · Photography

Alec Gill è un fotografo, storico e psicologo inglese nato a Hull, una città nella contea dell’East Riding dello Yorkshire, notoriamente portuale. Qualche anno fa è partita una raccolta fondi su Kickstarter per celebrare i cinquant’anni dalla prima foto realizzata per il progetto dedicato a Hessle Road con un libro e ne parliamo qui oggi. L’archivio di 7,000 fotografie – scattato con la sua Rolleicord twin-lens reflex – risale al decennio fra il 1970 e il 1980. Sono 240 le immagini finite in The Alec Gill Hassle Road photo archive e in ognuna di queste si respira a pieni polmoni l’atmosfera di un momento storico difficilissimo per gli abitanti. Si tratta del declino dell’importazione della pesca e le demolizioni della mass housing nella zona.

alec gill photo archive

The Alec Gill Hassle Road photo archive

Il libro, lanciato il 18 maggio scorso, è stato scritto e pensato a Iranzu Baker e Fran Méndez. In questa intervista di Port, Baker racconta alcuni aspetti del lavoro con Alec Gill. Il fotografo – nel corso della stesura del libro – si è infatti dimostrato «estremamente curioso, determinato e dedicato». In quegli anni, Gill si è concentrato anche sulla mancanza di aree gioco per i bambini e sul modo in cui le generazioni più giovani si sono adattate ai cambiamenti nella zona. Un altro obbiettivo è sicuramente stato quello di fermare il tempo prima della fine di un’era. Quella della pesca nella zona, terminata con le Cod Wars a partire dal 1958 fino al 1972 e al 1975. Un pezzo di storia che grazie a Gill non è stato dimenticato.

Quella di Gill è una vera e propria propensione per le storie degli underdog. La volontà è stata quella di assicurarsi che le storie di questi venissero raccontate, sia adesso che al tempo degli scatti. The Alec Gill Hassle Road photo archive non è solo uno studio sociale, quindi. Si tratta della testimonianza del rapporto che Gill ha instaurato a livello umano con i suoi concittadini. Le loro storie sembrano raccontarsi da sole davanti all’obbiettivo del fotografo. Ancora, la naturalezza degli scatti non solo riprende il tema infantile ma comunica in modo estremamente funzionale momenti della vita quotidiana degli abitanti di Hassle Road.

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