La fotografia di Caterina Notte ribalta i concetti di bellezza e debolezza

Giulia Guido · 1 mese fa

Cos’è la bellezza? E la debolezza? Domande una più difficile dell’altra, alle quali la fotografa Caterina Notte ha cercato di dare una risposta attraverso un progetto fotografico d’impatto e spiazzante. 

Predator”, questo il titolo del progetto, pone al centro dell’obiettivo la donna e attraverso il suo corpo avvolto da garze mediche che coprono ferite invisibile, ma palpabili, riscrive i concetti di bellezza e di debolezza, ma anche – come si può dedurre dal titolo – anche quelli di preda e predatore. 

Non è la prima volta che Caterina lavora con giovani ragazze, anzi, è proprio attraverso esse, creando un rapporto di fiducia ed empatia durante la produzione degli scatti, che la fotografa ci trasmette ciò che pensa. Lo possiamo notare in serie fotografiche di qualche anno fa come “Supergirls”, ma anche in lavori più recenti come “Aliens Form N.0” o “49dolls“. 

Noi abbiamo avuto la fortuna di fare qualche domanda a Caterina Notte e di farci raccontare da lei non solo “Predator”, ma anche di come è nata la sua passione per la fotografia e quale compito debba avere. Non perderti la nostra intervista qui sotto, visita il suo sito e il suo profilo Instagram

Spesso, anzi quasi sempre, accade che la passione per la fotografia nasca grazie a una macchina fotografica. La tua è cominciata da un vecchio scanner. Come è successo? 

Molto casualmente. Studiavo Economia e Commercio a Roma e la sala computer che frequentavo metteva a disposizione alcuni scanner. Ne sono stata subito attratta, voglio dire, mi faceva sbucare dall’altra parte in territori sconosciuti, come una porta su un’altra dimensione mi apriva infinite possibilità, chiaramente ho voluto subito entrarci! 
E così ogni giorno nel mio studio mi scansionavo e mi ricostruivo digitalmente sullo schermo del computer. Ho cercato subito di ottenere come risultato una fotografia ai confini del reale, perché volevo dare assolutamente concretezza a quel processo di acquisizione, perché non rimanesse intangibile ma venisse trasferito direttamente nella realtà. A questo punto mi sono tornate molto utili le tecniche pittoriche e gli studi di anatomia.

Caterina Notte

Ho continuato così per anni, ho cambiato diversi scanner tutti formato A4 e d’improvviso è nata Genetics, la serie sul doppio virtuale. Stampavo in formati di medie e grandi dimensioni col lambda e trasportavo le stampe così sottili e delicate da una parte all’altra della città, dalla stamperia allo studio o alla galleria. È stato un momento molto intenso. Mi sentivo completamente agganciata alle due dimensioni e tutto grazie ad una piccola periferica che mi tramutava in pixel. Ad un certo punto però ho deciso di trasferire la mia ricerca anche all’esterno per poterla convalidare socialmente usando corpi diversi dal mio; è stato uno spostamento necessario.

Così ho iniziato a scegliere soggetti femminili che in qualche modo manifestassero una somiglianza fisica o empatica con me, a questo punto è stato naturale il passaggio alla fotografia digitale che a differenza dell’analogica mi permette di fermare e per-formare il reale rispettandone la velocità e l’incertezza. 

Come definiresti il tuo stile? 

Deciso, senza compromessi, pulito, diretto e attuale. So bene cosa voglio e voglio che esca fuori potente: un’immagine estetica ma anche etica. Ho bisogno di creare immagini che sembrino molto reali e capaci allo stesso tempo di generare uno squilibrio emotivo grazie a una sottile linea di disturbo sia emotivo/concettuale che visivo/formale.
Prediligo la figura femminile perché ha più necessità di essere riscritta e disturba maggiormente lo sguardo con la sua fragilità apparente. Inoltre dedico molta attenzione alla messa in scena e al rapporto tra luce naturale e artificiale, credo sia una componente fondamentale che identifica il mio stile.

Il tuo ultimo lavoro in ordine di tempo è “Predator”, che riesce a toccare diversi temi dalla bellezza alla violenza sulle donne. Raccontaci l’idea alla base di questo progetto e come lo hai sviluppato.

Predator è un lavoro sulla riscrittura della debolezza e della bellezza, parte dall’idea che è impossibile essere deboli. La nostra natura umana davvero non ci permetterebbe di abbandonarci alla debolezza se solo fossimo più consapevoli della nostra potenza. Questo lavoro è il risultato del percorso naturale della mia ricerca su me stessa, sul doppio e sulla donna. Sono arrivata a Predator grazie a 4 bambine di 10 anni che si sono fatte fasciare come vittime, ma la loro ribellione alla mia azione è stata devastante, hanno preso possesso del mio sguardo e hanno riscritto la mia storia. Così in uno scenario di guerra senza sangue e ferite, le 4 piccole donne mi hanno mostrato quanto potente possa essere la natura umana, alla guida di un vecchio furgone blu non funzionante hanno tirato fuori l’istinto primordiale, il disagio e il senso di disorientamento e lo hanno trasformato in potenza.
Predator è oggi anche un lavoro sulla sessualità, sulla sopravvivenza e su un viaggio a ritroso verso le nostre origini per recuperare i legami col nostro passato o col nostro io interiore. Tutto questo passa attraverso la riscrittura della bellezza, paradossalmente così ricercata e trascurata nell’arte contemporanea!

Sembra che di bellezza si possa parlare solo nella moda o nella pubblicità, quando invece anche là fuori i canoni estetici continuano a mutare. Al di là delle garze mediche che coprono la bellezza dei volti e dei corpi di Predator, esiste un luogo di non-debolezza. 

Caterina Notte

Oltre alla immagini assolutamente d’impatto, anche il nome “Predator” non è da meno. Lo avevi già in mente fin dall’inizio o è venuto con il tempo? 

Anche io trovo che “Predator” sia molto d’impatto, e a volte disturbante. Dipende da chi guarda. In ogni caso è nato spontaneamente quel giorno con le bambine che mi hanno fatto sentire una preda. Così ho pensato che sarebbe stato interessante giocare con questo spostamento sia visivo che concettuale tra preda e predatore. Ho voluto catapultare lo spettatore in quello stesso squilibrio e senso di disagio che ho provato io.
Penso anche che il temine predatore che di solito viene interpretato con un’accezione negativa, debba essere assolutamente riscritto. Predatore e preda sono protagonisti assoluti della lotta alla sopravvivenza sul pianeta Terra, trovo che ben poche cose siano più affascinanti di questo meccanismo di coevoluzione.

 

Predatore e preda sono legati indissolubilmente in una trasformazione e ridefinizione continua,
in una vorticosa infinita
giostra evolutiva.”

 

Sebbene questo progetto sia nato molto prima della pandemia e di questo periodo che stiamo vivendo, riesce a inserirsi perfettamente nella nostra contemporaneità. Secondo te l’arte, e quindi la fotografia, è un mezzo per evadere dalla realtà o per viverla ancora più intensamente? 

Sì, è vero Predator è nato nel 2010 e l’ho ripreso intensamente nel 2019 proprio qualche mese prima dell’arrivo della pandemia. Sentivo che era la cosa giusta da fare, ero a Monaco e cercavo tutti i giorni ragazze e donne per strada, all’università e sui social, avevo stranamente fretta e poi… poi non avrei mai immaginato quello che sarebbe successo da lì a poco.

Caterina Notte

Perciò senza dubbio direi che l’arte non è una via di fuga anzi, deve immergersi nella realtà e proporre sempre nuove possibili direzioni. La realtà è stupefacente ma l’arte può riscriverla e aggiungere altro ancora. Predator vuole precisamente riscrivere la debolezza che stiamo attraversando ora per esempio, le garze coprono ferite invisibili ma ci aiutano anche a imporci, ad affinare il nostro istinto primordiale di “predatore”.
Inoltre l’immediatezza, la velocità della fotografia digitale ci permette di riprendere in mano la nostra individualità e di non abbandonarci all’idea di una scintillante e lenta solitudine.
Ed è proprio grazie alla presenza esplosiva ed invasiva dei social, che la fotografia nell’arte può approfittare a riscriversi, a ridefinire il suo uso, il suo significato e il suo tempo di fruizione e a distinguersi.

D’altra parte la fotografia usata nei social è sì forse ripetitiva, piatta, ma è anche una ricerca continua di conferme e di prove della nostra esistenza e questo fatto la potenzia decisamente non come medium bensì come luogo di narrazione.
Liberando lo sguardo dalla paura di contaminarci pericolosamente e spostando ancora il confine tra ciò che è pubblico e ciò che è privato, la fotografia permette al corpo, che soprattutto in questo particolare periodo è sentito come una fonte di disagio per noi e per gli altri, di riacquistare forza e soggettività. Così meglio ancora di altri mezzi, la fotografia mi dà come artista la possibilità di affondare nella realtà per quanto dura possa rivelarsi e catturarne istantaneamente ogni trasformazione o movimento ed è proprio lì che nasce Predator, nella violenza del cambiamento. 

La fotografia di Caterina Notte ribalta i concetti di bellezza e debolezza
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