Style Catheclisma sa cosa manca nel tuo armadio
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Catheclisma sa cosa manca nel tuo armadio

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Anna Frattini

Era il 2020, Caterina Grieco – classe 1999 – aveva qualche tessuto da utilizzare e un sacco di tempo a disposizione. Di storie come questa ne abbiamo sentite tantissime nel corso degli ultimi anni, post COVID-19. Ma Catheclisma è un progetto diverso da tutti gli altri, uno di quelli che col senno di poi sta ingranando davvero. Di questi tempi, costruire una community davvero affezionata è diventata un’impresa ciclopica per cui non sembra esserci nessuna ricetta se non la spontaneità.

Con oltre 25k followers, Caterina è attivissima su Instagram dove non si limita a mostrare i capi delle sue collezioni, ma dove condivide anche lo styling dei suoi outfit e il dietro le quinte della produzione dei capi Catheclisma. Una strategia che funziona e che stimola il senso critico dei followers che a loro volt interagiscono direttamente con la founder del brand attraverso sondaggi, Q&A e altre occasioni di incontro. Poi ci sono i vestiti – realizzati tutti in Italia con tessuti deadstock, un termine che tornerà spesso in questo articolo.

Insomma, Caterina sembra sapere cosa serve davvero ai nostri armadi, sempre meno affollati di capi comprati da brand fast fashion e sempre più sostenibili. Con Caterina Grieco ho parlato di molti temi: sostenibilità, sartorialità e artigianalità – questioni centrali nell’ecosistema Catheclisma – ma anche di vintage e di cosa direbbe alla Caterina di qualche anno fa e a tutti i designer emergenti che vogliono dare forma a un progetto personale. 

Le collezioni

Le collezioni di Catheclisma includono una decina di pezzi sia per l’Autunno/inverno che per la Primavera/Estate. La produzione riesce a realizzare circa cento pezzi ogni mese e la ricerca di tessuti deadstock permette a Caterina di utilizzare una materia prima scartata da altri, cercando in un mare di materiali messi da parte da grandi aziende. Il top Agnes – insieme al Gilet Macondo – sono solo due dei pezzi che più ho visto provare alle ragazze nei due pop-up a cui sono stata; ma ci sono anche le gonne ampie con la coulisse, i bermuda e le gonne tagliate a vivo. Ormai riconoscibilissimo anche l’Isabelle dress, da mettere con o senza pantaloni (lunga vita al dress over pants trend, insomma). Tutti gli abiti pensati da Caterina sono quindi destinati a durare nel tempo, non solo dal punto di vista sartoriale ma anche per i tagli e le forme.

Catheclisma

L’approccio di Catheclisma al dibattutissimo tema della sostenibilità «è da sempre stato molto spontaneo» come ci racconta Caterina. È arrivato tutto in modo naturale, dall’incontro con il mondo dei tessuti deadstock fino al mantenimento del regime su ordinazione. La designer bergamasca cerca infatti di produrre tutto a km 0, nei dintorni di casa sua, sforzandosi di trovare una soluzione anche per le spedizioni, in alcuni casi fatte con mezzi a energia elettrica. 

Quando ho mostrato gli abiti di Catheclisma appena comprati a una mia amica, il suo primo commento è stato che il taglio e le cuciture sembravano fatti come una volta. Un’affermazione che mi ha fatto riflettere e che mi ha ricordato quanti capi vintage sia possibile trovare (moltissimi) quando si cerca un fit fatto come si deve. Solo qualche mese fa, al Balon di Torino, ho trovato un blazer di Mila Shön: perfetto. Lontanissimo da quel che si trova in qualsiasi fast fashion quando stai cercando una giacca per le occasioni importati. «L’artigianalità è un valore fondamentale e, a ruota, anche la volontà di realizzare capi on demand vuole riflettere sulla storia della moda, tornando indietro a quando gli abiti erano su ordinazione». Caterina si schiera quindi con una moda più lenta, andando controcorrente rispetto alla contemporaneità che ci promette di avere tutto e subito. Un aspetto che colpisce molti, soprattutto la sottoscritta che ancora non riesce a far pace con l’attesa di ricevere un pacco contente vestiti nuovi. 

Quando chiedo a Caterina del modo in cui mixa vintage e brand più attuali, lei mi racconta di quando viveva a Parigi e del tempo passato nei brocantes a far ricerca e tutto torna. L’incessante caccia al capo sartoriale perfetto, però, non si ferma al second-hand e continua combinando i capi Catheclisma anche a brand più affermati come Sunnei o Maison Margiela. «Quello che sto cercando di fare, però, è mixare capi Catheclisma sia a capi vintage che ad altri brand più affermati» ci spiega. Questa operazione, come anticipato sopra, avviene proprio su Instagram – sia sulle storie che sui post. È proprio grazie a Caterina, infatti, che ho valutato l’acquisto (rigorosamente a rate) di un paio di zeppe Sunnei su Vestiare Collective per cui ancora non dormo la notte. 

«Alla me di qualche anno fa direi di fare tutto nello stesso modo» mi dice quando le chiedo cosa direbbe alla Caterina (sicuramente più naïf) dell’inizio. Si conclude così una conversazione che mi ha fatto riflettere non solo sull’importanza di avere una community fedelissima, ma anche su cosa significa essere un brand emergente di successo. Se questi sono tempi divisivi anche nella moda, il vero traguardo sembra essere quello della coerenza e della trasparenza. Il racconto di Caterina sui social sfrutta il potere della spontaneità che nel suo caso è la sua arma vincente, forse la più vincente subito dopo il fit del pantalone Gaspard – sia nella versione estiva che invernale.

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Scritto da Anna Frattini
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