Behind The Artwork – Un approfondimento su Luigi Ghirri

Claudia Fuggetti · 5 anni fa

L’operazione di indagine visiva attuata da Luigi Ghirri (1943-1992) è lucidamente espressa nel suo celebre libro “Lezioni di fotografia”: un punto di riferimento senza tempo rivolto a coloro i quali vogliono avvicinarsi a questo mondo. Il riconoscimento di questo grande artista italiano è avvenuto tardi e maggiormente a livello internazionale, dove sicuramente la cultura visiva era più abituata a una dimensione innovativa oltre che tradizionale. L’apparente semplicità dei suoi scatti nasconde invece la complessità del rapporto tra l’immagine e l’ambiente circostante e possiamo definire la sua attitudine sia di tipo contemplativo, sia elementare ed evocativa. 

La tendenza a instaurare una connesione tra arte e natura non è poi così lontana dai concetti espressi dall’estetica goethiana­: tra natura ed arte vi è una spontanea continuità, l’arte però non si limita alla mera riproduzione ma eleva la natura stessa, producendo qualcosa di più “alto”. L’arte giunge tramite intuizione a cogliere la vera essenza delle cose, come appunto fa Ghirri. Riportando alcune righe da Lezioni di fotografia è interessante notare l’affinità della tesi di Goethe con la visione di Ghirri:

“Esiste una dinamica di scambio continuo fra la rappresentazione della realtà e la realtà stessa, un meccanismo di fusione progressiva della realtà nella sua rappresentazione, di creazione di qualcosa in cui è difficile distinguere realtà e rappresentazione.” 

A differenza di Goethe non si parla esplicitamente di elevare la natura a qualcosa di più nobile, ma semplicemente di andare oltre le cose e di essere in connessione con esse; anche perché è proprio lo stesso Ghirri a sottolineare l’ambiguità del linguaggio fotografico, ed è proprio su questa ambiguità che si basa la magia della sua  fotografia, nel conservare una parte di mistero.

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Tra i lavori più interessanti presenti nella produzione di Ghirri c’è sicuramente lo scatto dei marinai ripresi attraverso un vetro smerigliato che crea una realtà sospesa tra il movimento e la staticità. La foto è stata scattata a Brest, in Francia, e fa parte del lavoro intitolato Diaframma 11, 1/125, luce naturale (1970-1979).  

La resa dei colori è di una morbidezza quasi onirica che rimarca questo senso di sospensione. Affascinante è il concetto di trasparenza espresso nelle “Lezioni di fotografia”: chi fa fotografia lavora con un oggetto opaco, perché l’immagine si rivela al buio, ma utilizza materiali trasparenti come l’obiettivo e la pellicola. La cosa più interessante è che:

“L’esito finale che vogliamo raggiungere non è tanto quello di fare fotografie che denotano ancora una volta la trasparenza, ma eventualmente quello di togliere tutta la trasparenza che c’è tra noi e il mondo, sostanzialmente per arrivare a rivederlo”.

Dunque la fotografia per Ghirri è un atto di sottrazione della trasparenza che si contrappone tra noi e il mondo, per rielaborare e rivedere con occhi nuovi; una nuova dimensione di ciò che noi percepiamo più reale e più vicino, rispetto ad altro. Del resto proprio lui ci dice che “la  fotografia è un viaggio attraverso queste trasparenze, non solo la trasparenza fisica, oggettuale, concreta, ma un’idea della trasparenza”.

Oltre alla terza dimensione creata tramite l’espediente del vetro, un’altra interessante osservazione potrebbe essere che questa fotografia sembra quasi un quadro che per l’imprecisione dei contorni delle figure e l’armonia dei colori può somigliare a un moderno Seurat, anche per via delle figure tonde che sembrano quasi delle macchie di colore messe ad arte.

Molto spesso nel passato ci sono stati personaggi anche importanti, come per esempio Baudelaire, che non hanno avuto remore nel definire la fotografia come una sorta di pittura di serie B. Ci sono anche stati dei tentativi nel voler rendere autonoma la fotografia nei confronti della pittura, ma non è semplice liberarsi di un bagaglio visivo con una tale storia ed evoluzione alle spalle. Ghirri ci parla del suo rapporto con l’arte con le seguenti parole:

“Non si tratta di scimmiottare un linguaggio, ma di instaurare un meccanismo di relazione“ […] 

Le relazioni di cui parla poi le ritroviamo ovunque, soprattutto nel mondo dei mass media, quindi relazionarsi diventa sempre più complicato perché si va ad utilizzare un linguaggio che presuppone sempre più regole prese da altre esperienze precedenti e si rischia di cadere in sterili citazionismi.

“Credo che cinquecento anni fa una persona normale vedesse nella sua vita forse cinquecento immagini, cioè aveva un rapporto con cinquecento immagini…quelle che vediamo oggi nell’arco di una sola giornata…”

 Nel caso della foto di Brest si intuisce che questa connessione nei confronti del mondo dell’arte ci sia, ma che abbia trovato il giusto equilibrio tra “epifania” artistica e rappresentazione del “reale” mediante il linguaggio immediato della fotografia. Per citare Man Ray: “Forse il desiderio più profondo di ogni artista è quello di confondere o di fondere tutte le arti, così come le cose si fondono nella vita reale “

Questa fotografia apre le porte a una terza dimensione a metà tra realtà e mondo onirico – percettivo, il che non guasterebbe se parlassimo di arte in senso classico, ma nel caso della fotografia tutt’oggi ci sono erronee pretese che questo linguaggio sia portatore del reale. La fotografia in senso lato rappresenta a pieno questa terza dimensione, questa “middle zone” che nasconde una serie di rapporti: il nostro con la macchina fotografica e quello che vediamo attraverso di essa. Un gioco di rimbalzi. Quello che ne deriva è una riduzione del “reale” a ciò che è reale per noi. La scena di Brest è emblematica e riesce a trasportarci in questa zona di mezzo, isolando ciò che secondo l’artista è reale in quel momento ma che noi normalmente non percepiamo come tale. Viene facile pensare ancora una volta alla sua fotografia come sottrazione e riduzione all’essenziale.

Riguardo la presenza della figura umana nei lavori di Ghirri possiamo affermare che, molto spesso, questa diviene parte di una visione più ampia: le persone presenti nelle fotografie sono girate di spalle o comunque risultano sfuggenti o, come nel caso dell’immagine di Brest, quasi inconsistenti. Soprattutto, le persone vanno a completare la scena, ma non sono mai esclusivamente soggetti fine a se stessi. Tutto ciò è probabilmente il risultato di una concezione e percezione di se stesso nel mondo all’interno di un tutto enormemente vasto e infatti è come se le persone facessero parte di uno scenario che va a completare una dimensione nella sua totalità. Questa dimensione totale favorisce la contemplazione e l’epifania, collegandosi perfettamente con i concetti espressi in precedenza.

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“L’esito finale che vogliamo raggiungere non è tanto quello di fare fotografie che denotano ancora una volta la trasparenza, ma eventualmente quello di togliere tutta la trasparenza che c’è tra noi e il mondo, sostanzialmente per arrivare a rivederlo”.

Così afferma in “Pensare per immagini” e si può facilmente intuire che Ghirri è uno di quei fotografi che non cerca il suo soggetto in modo spasmodico, ma lo incontra. Da questo incontro nasce la sensazione, una sensazione che porta l’oggetto a rivelarsi nella sua vera natura e nel suo vero significato.

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Oggetti quotidiani, oggetti banali, angoli consueti che per il passante sono semplicemente ciò che sono, mentre per l’artista sono oggetti di connessione tra interiorità e materialità .

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Ed è questo che Ghirri ci sprona a fare, a non limitarci ad uno sguardo fugace ma ad osservare attentamente con tutti i nostri sensi.  Viene in mente la poetica delle piccole cose di Giovanni Pascoli, celebrare il quotidiano è ancora una sfida aperta, ma una sfida che si fa sempre più complessa, esattamente come si fa complessa la quotidianità odierna. Tutto ciò apre la porta ad una serie di riflessioni.

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