La nostra intervista ad Obey e la sua mostra a Milano

Il 15 maggio ha inaugurato The Art of Shepard Fairey, la mostra allestita alla Fabbrica del Vapore che ripercorre 35 anni di carriera di Shepard Fairey a.k.a. Obey attraverso una ricca collezione di opere selezionate dall’artista. È stata anche per noi l’occasione di incontrarlo e scambiare due chiacchiere a proposito del suo percorso artistico e politico.

Nel percorso espositivo è molto facile perdersi, prendere strade alternative per scoprire momenti storici e opere diverse. Un effetto decisamente voluto che rende questa mostra un esperimento del tutto riuscito, davvero in grado di rendere l’idea allo spettatore dell’incredibile storia e delle battaglie sociali raccontate da Obey nel corso degli ultimi 35 anni.

Obey a Milano

Durante la conferenza stampa in previsione del lancio Shepard Farley con il suo piglio magnetico ha conquistato la sala raccontando della sua prima volta a Milano, nel lontano 2005, in occasione di Urban Edge – un festival dedicato alla street art in un momento in cui questa branca dell’arte non veniva ancora presa sul serio. I racconti e gli spunti di Fairey ci hanno fatto riflettere su quante cose sono cambiate in questi 35 anni di carriera e su quanto ancora ci sia da fare per l’arte fatta in strada.

Obey
Obey

Sempre Shepard – durante il panel – ha esordito con «Art should be everywhere», raccontando di come la strada fosse soltanto il primo posto dove era possibile esprimersi prima dell’arrivo di conoscenze e collegamenti con il mondo dell’arte per come lo intende l’establishment. Il suo modo di esprimersi chiaro e cristallino mostrava se non altro un grandissimo rispetto per tutte le forme d’arte, in primis per la musica, che continua a influenzarlo e a spronarlo anche a questo punto della sua lunga carriera. La musica di Bob Marley, dei The Clash e dei Public Enemy sono tasselli fondamentali nel corso della sua carriera di creativo.

Abbiamo avuto a disposizione qualche minuto per parlare direttamente con Shepard Fairey, scattare qualche ritratto e filmare un’intervista. Abbiamo parlato della sua mostra, di attivismo politico, del suo brand omonimo – OBEY – talmente iconico che nonostante possa ormai sembrare un’entità separata non è che una delle tante estensioni di Shepard.

Fairey è uno degli artisti di strada più influenti della sua generazione, capace di coniugare arte e attivismo per stimolare il dibattito pubblico e promuovere il cambiamento sociale, per l’impatto che ha avuto nella cultura di massa e per il suo impegno politico. Le sue opere affrontano temi come la giustizia sociale, i diritti umani e l’opposizione alla guerra.
Il suo iconico marchio “Obey” invita a interrogarsi sulle dinamiche di autorità e sul modo in cui le masse accettano l’ordine sociale senza metterlo in discussione. Usa elementi della propaganda totalitaria per rivelarne i meccanismi e stimolare uno sguardo critico su come l’informazione viene manipolata.
Molti dei suoi lavori suggeriscono che viviamo in una società dove il controllo è sottile ma onnipresente. L’uso ripetitivo di un simbolo (come il volto di André the Giant) serve a farci notare quanto la ripetizione di immagini possa condizionarci.
E ancora, i suoi manifesti politici, come quello di Obama “Hope” o la serie “We the People”, ci fanno riflettere su come l’arte possa influenzare la politica e la società.

Trovate tutto nella nostra intervista, qui sopra.

Obey

La mostra rimarrà aperta fino al 27 ottobre negli spazi della Cattedrale presso la Fabbrica del Vapore di Milano.

ph. courtesy Andrés Juan Suarez

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