Photography Cheryle St. Onge raccoglie ciò che resta della memoria
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Cheryle St. Onge raccoglie ciò che resta della memoria

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Anna Frattini

La fotografa Cheryle St. Onge osserva il mondo a modo suo e il suo ultimo libro, Calling the Birds Home edito da L’Artiere, è il risultato di un lavoro che attraversa la memoria, la natura e la perdita senza mai forzarle, lasciando che siano le immagini a restituire ciò che le parole spesso non riescono a contenere.

Il progetto nasce dal rapporto con la madre, dalla sua malattia – la demenza vascolare – e dalla sua assenza, trasformando un’esperienza personale in un viaggio fotografico che parla a chiunque abbia provato a trattenere qualcosa che scivola via.

Le fotografie colpiscono per la loro delicatezza. Luce che entra dalle finestre, mani che sfiorano superfici, corpi fragili che raccontano più di quanto mostrano. Ogni immagine è un frammento di intimità, un gestoche diventa metafora del sinificato più profondo che associamo al prendersi cura di qualcuno. La natura accompagna questo viaggio: è specchio, presenza che continua a rispondere quando tutto il resto tace.

Il ritmo del libro è lento, quasi meditativo. St. Onge costruisce un linguaggio fatto di silenzi, di piccoli dettagli che diventano enormi quando li si guarda da vicino. Un cavallo nell’acqua, un volto appoggiato a un altro corpo, una figura seduta nella luce del mattino: scene quotidiane che si aprono come rivelazioni. È in questa semplicità che l’opera trova la sua forza, trasformando la vulnerabilità in qualcosa di luminoso.

Ciò che colpisce è la naturalezza con cui l’artista intreccia fragilità e resistenza. Le immagini non cercano di addolcire il dolore, ma nemmeno di esibirlo. Lo accompagnano, gli danno spazio, lo fanno diventare parte del paesaggio interiore che attraversa tutto il lavoro. Il risultato è un libro che non parla solo di perdita, ma anche di continuità: dei modi in cui continuiamo a cercare chi non c’è più, dei segni che restano nei luoghi, negli oggetti, nella luce.

Calling the Birds Home riesce a farci guardare il mondo come se potesse restituirci ciò che pensavamo perduto. Un libro che non chiede di essere capito, ma vissuto. E, pagina dopo pagina, riesce a ricordare quanto la fotografia sappia custodire i legami più profondi, trasformandoli in qualcosa che appartiene anche a noi.

Cheryle St. Onge
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Scritto da Anna Frattini

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