Cinque strutture fatte d’aria

Cinque strutture fatte d’aria

Giorgia Massari · 5 mesi fa · Design

A un certo punto del Novecento, più precisamente a partire dagli anni Cinquanta, gli artisti hanno iniziato a interrogarsi sui materiali naturali da poter utilizzare per i loro lavori. L’aria era forse la più impensabile, ma senza dubbio la più diffusa. Da questa riflessione nasce l’Inflatable design o, in parole più semplici, l’arte gonfiabile. Dalle famose opere pubbliche di Christo alle sculture gonfiabili di Franco Mazzucchelli (di cui vi abbiamo parlato qui), sono tanti gli artisti, architetti e designer che iniziano a sperimentare con l’aria, creando oggetti, ma anche strutture di grandi dimensioni, sfruttando quella che è la risorsa più disponibile sulla superficie terracquea. Oltre a non creare alcun tipo di spreco, se “intrappolata” diventa incredibilmente accogliente e dà prova delle sue proprietà strutturali. Nascono così oggetti leggeri ma allo stesso tempo pieni e resistenti, dall’aspetto pop e divertente. Le possibilità di utilizzo diventano infinite ma, soprattutto, con la giusta progettazione, gli oggetti gonfiabili hanno una grande potenzialità d’utilizzo. Dalla realizzazione di oggetti di arredo – come i divani per esempio -, a vere e proprie strutture abitabili, oltre che opere d’arte sensazionali e installazioni su larga scala. La trasportabilità, la disponibilità infinita dell’aria e i bassi costi di realizzazione, rendono l’Inflatable design sostenibile e utilizzabile anche in casi di emergenza, come nel caso dei rifugi ParaSITE di Michael Rakowitz, strutture gonfiabili costruite per ospitare i senzatetto. Oggi abbiamo selezionato cinque strutture gonfiabili da farvi scoprire.

#1 La poltrona gonfiabile Blow di Jonathan De Pas, Donato D’Urbino e Paolo Lomazzi (1967)

La poltrona gonfiabile Blow, ideata nel 1967 da Jonathan De Pas, Donato D’Urbino e Paolo Lomazzi, rappresenta un’icona del design contemporaneo. Caratterizzata da forme organiche e materiali innovativi come il vinile, la poltrona sfida i canoni tradizionali con un approccio audace e sperimentale. Blow non è solo una poltrona, ma un’opera d’arte funzionale che incarna lo spirito creativo e avanguardistico degli anni ’60. Il suo design giocoso e dinamico ha contribuito a ridefinire il concetto di arredamento, diventando un simbolo di audacia e innovazione nel mondo del design d’interni. La persistente popolarità della Blow testimonia la sua rilevanza nel panorama del design moderno e dell’affermazione dell’inflatable.

#2 Innerling sofa per IKEA di Jan Dranger (1997)

Negli anni ’90, il designer svedese di mobili Jan Dranger si rivolse a Ingvar Kamprad, fondatore di IKEA, con un’idea rivoluzionaria: risolvere il problema dell’imballaggio di divani e poltrone in pacchi piatti per semplificarne il trasporto e ridurre i costi. La sfida era notevole, considerando la struttura pesante in legno di molti mobili imbottiti. Dranger propose un nuovo concetto di mobili gonfiabili chiamato SoftAir, utilizzando nuove tecnologie e materiali resistenti. La sua innovazione includeva il fatto che non era più necessario gonfiare i mobili con aria compressa, ma potevano essere gonfiati con un normale asciugacapelli. Nel 1995, presentò a Kamprad prototipi di divani, poltrone e sgabelli gonfiabili rivestiti in tessuto. L’approccio gonfiabile non era nuovo per IKEA, che aveva tentato soluzioni simili nel passato, tra cui l’ispirazione agli interni delle auto alla fine degli anni ’70. Dopo una serie di incontri segreti, IKEA firmò un contratto con SoftAir per introdurre questa innovativa linea di mobili gonfiabili nei loro negozi.

#3 I Waterfall Arches di Cyril Lancelin nel negozio Hyundai in Corea del Sud (2022)

L’artista Cyril Lancelin ha creato l’installazione Waterfall Arches, esposta presso un grande magazzino in Corea del Sud. Questa scultura gonfiabile, emulando la forma architettonica di un arco contemporaneo, trasforma lo spazio commerciale in un ambiente espositivo coinvolgente. I giganteschi archi verdi si sviluppano in una serie ripetitiva, invitando i visitatori a interagire da vari livelli. L’uso del colore richiama l’acqua e la vegetazione circostante, integrandosi con l’ambiente. L’installazione unisce i concetti di museo e grande magazzino, cercando di coinvolgere i visitatori e promuovere la connessione sociale. L’artista enfatizza la partecipazione attiva, trasformando il labirinto in un paesaggio artificiale di possibilità, dove i visitatori condividono momenti creativi attraverso foto e video, stabilendo un dialogo visivo e sociale.

#4 L’Organic Concept di Shih Chieh Huang al Worcester Art Museum (2017)

fotografia di Kim Noonan; immagine © Worcester Art Museum

Forse in tanti ricorderanno la grande scultura gonfiabile a forma di verme dell’artista Shih Chieh Huang nella corte rinascimentale del Worcester Art Museum. La struttura, alimentata da ventilatori a scatola, si snodava attraverso lo spazio, pulsando e sembrando viva. Utilizzando materiali comuni, Huang trasforma oggetti familiari in forme complesse, creando opere cinetiche che si muovono, lampeggiano e cambiano colore nella penombra.

#5 Super Maxi disegnato dagli studenti di architettura del Pratt Brooklyn (2021)

Come ultimo esempio vi riportiamo un recente progetto realizzato dagli studenti di architettura del Pratt Institute di Brooklyn, Ayse Bengiserp, Sophi Lilles, Jia Yi (Melody) Lin, Beren Saraquse e Rithika Vedapuri. Si tratta del progetto Super Maxi, tramite il quale gli studenti del Pratt Institute hanno affrontato il problema dei rifiuti di plastica creando strutture gonfiabili su larga scala durante uno studio di architettura. Utilizzando plastica riciclata, hanno sviluppato efficienti sistemi geometrici, sollevando questioni cruciali sulle problematiche dei rifiuti di plastica sottile. Il corso, condotto da Robert Lee Brackett III e Duks Koschitz, ha coinvolto la sperimentazione di tecniche di costruzione gonfiabili per realizzare pareti, tubi e cupole autoportanti. Le installazioni, esposte nel campus di Brooklyn, hanno offerto visioni distinte del design gonfiabile, affrontando tematiche come l’uso della plastica monouso e stimolando la riflessione sulle alternative sostenibili.

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La storia di Ruth e Billie, una sfida contro gli stereotipi di genere

La storia di Ruth e Billie, una sfida contro gli stereotipi di genere

Giorgia Massari · 2 giorni fa · Photography

Ruth e Billie è un progetto fotografico che racconta la vita di due fratelli post-adolescenti che vivono nella provincia di Padova. A raccontarcelo è la fotografa e pedagogista Claudia Deganutti, che esporrà questo stesso progetto al Liquida Photofestival di Torino dal 2 al 5 maggio. Gli scatti di Deganutti costruiscono una narrazione intima che pone l’accento sull’esplorazione dell’identità di genere. Ruth e Billie hanno rispettivamente 22 e 19 anni e sono un chiaro esempio di ragazzi della Gen Z, coraggiosi e aperti alla conoscenza di loro stessi. In particolare è Billie a compiere quest’esplorazione. Il suo corpo è femminile ma non è quello che sente di essere. Gli scatti mostrano Billie sfidare gli stereotipi di genere indossando cravatte e scarpe con il tacco, rivelando la sua unicità e determinazione nel essere sé stesso.

claudia deganutti

Gli scatti di Claudia Deganutti non sono distanti. È evidente come la fotografa abbia costruito un legame con i due soggetti che le ha permesso di catturare momenti autentici e significativi. In un contesto più ampio, il progetto di Claudia Deganutti riflette anche i cambiamenti culturali e sociali che stanno avvenendo nella società contemporanea. La questione LGBT+ e la normalizzazione delle neurodivergenze sono temi centrali, e attraverso le sue fotografie, Deganutti ci invita a riflettere sulla necessità di accettazione e rispetto per tutte le forme di diversità.

claudia deganutti
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Billie
claudia deganutti
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claudia deganutti
claudia deganutti

Courtesy Claudia Deganutti

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Il Romanzo Meticcio di Davide Degano

Il Romanzo Meticcio di Davide Degano

Collater.al Contributors · 4 giorni fa · Photography

Il progetto di Davide Degano, Romanzo Meticcio, sarà in mostra a Liquida dal 3 al 5 maggio. Si tratta di un’analisi della condizione post-coloniale italiana come un elemento fondamentale della vita contemporanea del Bel Paese. La volontà è quella di esprimere un atteggiamento critico nei confronti dell’eredità fascista del passato in favore di un’analisi attenta degli effetti sulla società odierna. Se la narrazione creata dallo Stato italiano – fin dalla sua unificazione – si basa sull’identificazione di luoghi e persone considerate marginali la questione è più complicata del previsto. Per navigare questa questione complicata e stratificata, Degano utilizza un approccio interdisciplinare che enfatizza la necessità di considerare le diverse categorie marginalizzate nella loro co-presenza e intersezione anziché come entità separate.

Il mezzo fotografico negli anni ’30 è stato uno strumento fondamentale per giustificare le politiche coloniali e per rappresentare certe situazioni e persone come marginali. Le fotografie sono quindi diventate un atto performativo di esclusione. Romanzo Meticcio vuole creare nuovi immaginari e scenari culturali mettendo in discussione l’identità italiana fino al midollo. Davide Degano, con il suo lavoro, si pone proprio in questa direzione, offrendo uno sguardo critico e provocatorio sulla storia e sull’identità italiana attraverso un’opera interdisciplinare che abbraccia fotografia e narrazione.

Il Romanzo Meticcio di Davide Degano
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Non una Nonnetta qualsiasi

Non una Nonnetta qualsiasi

Giorgia Massari · 4 giorni fa · Photography

«Ma che cosa ci farai con tutte le foto che mi fai, per il cimitero ne basta una sola, lo sai!» commenta la nonna della fotografa Alessia Spina, che l’ha resa protagonista indiscussa del suo ultimo progetto. Nonnetta è il titolo del progetto fotografico che segna il legame transgenerazionale. Un’esplorazione dell’intimità guidata da una nipote armata di macchina fotografica analogica, ancorata alla sua famiglia e alle tradizioni. Nelle fotografie di Alessia Spina, Nonna Elvira incarna l’essenza di tutte le nonne, e attraverso queste immagini, assistiamo a un tessuto di sguardi, risate, gesti, sapori, atti di cura e rituali quotidiani, ognuno pervaso da una profondità emotiva che sfida la cattura. Il progetto di Spina sarà in mostra a Milano dall’1 al 13 ottobre nella cornice del PhotoFestival in via Laghetto 2.

Nonna Elvira rappresenta non solo se stessa, ma tutte le nonne. Afferra la vita con entrambe le mani, assaporando le sue gioie e le risate. È un porto sicuro, proprio come la sua amata San Benedetto del Tronto, la sua città natale. È un cassetto pieno di bontà, da aprire quando necessario, quando fuori fa freddo e dentro fa male. È un deposito di ricordi, colmo dei sapori unici dei suoi cannelloni e di una fragranza che riempie la mente e il cuore, lenendo persino le ferite più profonde, proprio come la madeleine di Proust.

Nei fotogrammi catturati da Alessia Spina, assistiamo alla bellezza eterna del legame transgenerazionale, a un tessuto intessuto dai fili dell’amore, dei ricordi e dell’essenza della famiglia. Nonnetta non è solo un progetto fotografico; è una testimonianza del potere dell’amore e delle connessioni senza tempo che legano le generazioni.

Ph Credits Alessia Spina

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Torniamo a fotografare come una volta

Torniamo a fotografare come una volta

Giulia Guido · 5 giorni fa · Photography

Siamo una generazione di nostalgici, ammettiamolo. Nell’arco di vent’anni abbiamo assistito a talmente tanti cambiamenti che gli oggetti che facevano parte della nostra infanzia iniziano a mancarci. Ma non ci mancano solo gli oggetti, ci mancano i sapori, i momenti, i piccoli gesti che riuscivano a racchiudere un mondo di emozioni e ricordi. Uno di questi è sicuramente quello di scattare fotografie con la macchina fotografica. La macchina ben salda tra le due mani e l’indice della mano destra impegnato a premere il tasto per fotografare sono stati sostituiti dal pollice pronto a sfiorare lo schermo di uno smartphone. In pochi anni, un battito di ciglia, il mondo ha preso una forma strana, quella dei 9:16 degli schermi più piccoli. Ma quanto ci manca quel click a ogni scatto? E lo zoom girando la rotellina in alto a destra? Quanto ci mancano le foto in orizzontale?
A intercettare questo sentimento nostalgico sono stati Xiaomi e Leica che ancora una volta hanno unito le forze per realizzare un prodotto che forse, per la prima volta nella storia della telefonia, invece di essere uno smartphone con un buon apparato fotografico, è una macchina fotografica con smartphone integrato. Lo Xiaomi 14 Ultra unito al Photography Kit è l’oggetto giusto per farci ritrovare i gesti che abbiamo quasi dimenticato, senza però rinunciare alla qualità di oggi. 

“See The World In A New Light”, un progetto di Xiaomi e Leica

I più scettici diranno che uno smartphone non potrà mai sostituire una macchina fotografica. Proprio per questo motivo Xiaomi e Leica hanno coinvolto non uno, ma ben sette fotografi di sette paesi diversi lanciando loro una sfida: raccontare un tema esclusivamente attraverso le lenti dello Xiaomi 14 Ultra. Dalla street photography al ritratto, fino alla fotografia documentaria, i progetti nati da questa collaborazione sono caratterizzati da una qualità invidiabile da molti e sono stati presentati a Madrid lo scorso 11 aprile dagli stessi fotografi che hanno raccontato la loro esperienza e di come lo Xiaomi 14 Ultra sia riuscito ad andare incontro a tutte le loro esigenze, che si scattasse di giorno o di notte, a colori o in bianco e nero, fermi o in movimento. 

Maurice Pehle – Craftmenship (Germania)

Javier Corso – Taste (Spagna)

Rui Caria – Tradition (Portogallo) 

Fabien Ecochard – Vitality (Francia)

Emanuele Di Mare – Moments (Italia)

Vasilis Makris – Authenticity (Grecia)

Anto Magzan – Heritage (Croazia)

Si può mangiare con gli occhi?

Da Madrid, il nostro viaggio è continuato a Valencia dove è stato presentato un altro progetto ideato da Xiaomi con la collaborazione di Leica che ha visto coinvolti due protagonisti speciali: il fotografo spagnolo Javier Corso e Begoña Rodrigo, chef del ristorante La Salita, una stella Michelin. Corso e Rodrigo hanno lavorato fianco a fianco per raccontare la cucina in modo nuovo e rivoluzionario: ogni piatto del menù della chef è stato abbinato a una maestranza artigianale, e quindi a un materiale, che ritroviamo sia nell’impiattamento sia nei sapori. Se fino ad oggi pensavamo che fosse impossibile fotografare un sapore, dopo aver scoperto il progetto “Eating with your eyes” e aver provato di persona a scattare i piatti del menù de La Salita ne siamo un molto meno certi. 

Xiaomi
raw

Torniamo a fotografare come una volta

Una volta collegata l’impugnatura per macchina fotografica allo smartphone (che fa anche da powerbank e si è rivelato molto utile stando fuori dalla mattina fino a sera), tornare a fotografare come una volta è stato un po’ come andare in bicicletta: è bastato solo uno scatto per ricordare tutto ciò che pensavamo di aver dimenticato.
Forse, se le nostre vecchie macchinette avessero avuto la qualità della modalità pro dello Xiaomi 14 Ultra non le avremmo mai abbandonate. Ora grazie a Xiaomi e Leica possiamo riassaporare il passato e il vero gusto della fotografia, ma guardando al futuro.

Tutte le fotografie sono state scattate con Xiaomi 14 Ultra

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