Città pigra e attivismo: quando rallentare diventa un atto rivoluzionario

Un caffè preparato con calma. Una passeggiata senza meta. Il bucato che si asciuga al sole, fuori dalla finestra. Non sono solo gesti quotidiani, ma anche segnali di un cambiamento del modo in cui viviamo la città. Negli ultimi anni, abbiamo iniziato a riscoprire la lentezza. In cucina si parla di slow food, nei viaggi di slow tourism, perfino nei social, sotto il concetto di “vita lenta”, spopolano foto e video ritraggono un distacco esplicito dall’ossessione della performance. Oggi, questo sguardo rallentato si estende anche allo spazio urbano. È una trasformazione che pone una domanda: e se la città fosse pensata non solo per muoversi, ma anche per fermarsi?

Illustrazione di Sara Beneduci aka @sbcrayon

Nella quarta puntata di Cantiere Scandurra, il nuovo podcast di Scandurra Studio per Collater.al, l’architetto Alessandro Scandurra esplora una tensione solo all’apparenza paradossale: quella tra lentezza e attivismo. Perché in un tempo in cui tutto accelera, rallentare può essere un atto rivoluzionario.

 
 
 
 
 
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La città dei 15 minuti: un’utopia realizzabile

Scandurra fa riferimento a una teoria oggi particolarmente presente nell’urbanistica occidentale: il modello della città dei 15 minuti, teorizzato da Carlos Moreno e già adottato in città come Parigi, Barcellona, Milano. L’idea è semplice: vivere in un quartiere in cui tutto ciò che ti serve – scuole, parchi, ambulatori, negozi – sia raggiungibile a piedi o in bici in meno di un quarto d’ora.

Il risultato? Meno traffico, meno stress, ma anche qualcosa di più sottile: una nuova prossimità. Quando i servizi fanno parte della tua routine, nasce un’identità del luogo. E con essa, una comunità. O più comunità che si sfiorano, si intrecciano, convivono.

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Illustrazione di Micaël

Lentezza non è inerzia

Ma, avverte l’architetto, rallentare non significa necessariamente fermare tutto. Ascoltandolo ci viene in mente il recente blackout che ha colpito di recente la Spagna, il Portogallo e parte della Francia. Un arresto forzato della vita urbana che sembrava materializzare il sogno di molti di noi: se la città si ferma, possiamo riappropriarci del nostro tempo. Ma alla base di questa suggestione collettiva, se vogliamo romantica, c’è un disservizio, che ha messo in difficoltà l’economia, i trasporti e la vita di molte persone. Una città che funziona, sostiene Scandurra, è un organismo dinamico, che si adatta, che si trasforma. È qui che entra in gioco l’architettura come gesto attivo, capace di attivare nuove relazioni, nuove pratiche.

Per Scandurra, progettare uno spazio pubblico non è mai un gesto neutro. È una scelta politica. Creare luoghi flessibili, multifunzionali, accessibili, significa lasciare aperta la possibilità che qualcosa accada. Anche qualcosa di imprevisto.

È quello che fanno urbanisti come Teddy Cruz e Fonna Forman, che parlano dello spazio urbano come infrastruttura civica, come motore sociale. Lo spazio non è solo contenitore, ma attivatore.

Dark Ecology: abitare le fratture

A questa visione Scandurra affianca quella più radicale del filosofo Timothy Morton, con il suo concetto di Dark Ecology. Una prospettiva che rifiuta l’idea della natura come luogo armonico e incontaminato, e abbraccia invece l’ombra, l’attrito, il disordine.

Per Morton, anche l’ecologia è fatta di contraddizioni: desideriamo connessione con il mondo naturale, ma lo facciamo attraverso il consumo. Oggetti sostenibili, abbigliamento riciclato, interior design green — sono spesso tentativi sinceri di sentirsi parte, ma portano con sé una frattura tra noi e il mondo che abitiamo: rispondiamo con il consumo a un desiderio di riconnessione con la realtà. Una frattura che attraversa anche gli spazi urbani e che, per Scandurra, l’architettura non può più ignorare.

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Progetto di Delta, Museo di storia naturale di Shenzen. Projet by 3XN, B+H e Zhubo design.

Dall’ordine alla complessità

Per Scandurra, l’architettura può fare qualcosa di molto semplice, ma tutt’altro che banale: smettere di cercare la perfezione. Accogliere invece la complessità, la trasformazione, l’ambiguità. Disegnare spazi imperfetti, incompleti, che non nascondono le fratture, ma le espongono e le rendono attraversabili. Può essere un portico aperto sulla strada, una panchina in un cortile, uno spazio lasciato grezzo. Non sono errori, ma occasioni. Luoghi in cui può ancora succedere qualcosa. Anche qualcosa che non avevamo previsto.

Attivare la città

Per Scandurra, l’architettura ha un compito urgente: aprire possibilità. Per questo, il team di ricerca interno allo studio Backstage, dedica il suo lavoro ad approfondire e proporre l’architettura come strumento di partecipazione, aperto a diversi attori, dai progettisti, alle istituzioni, all’accademia per  costruire spazi che ci mettano in relazione diversi aspetti. In un paesaggio urbano segnato da fragilità ambientali, solitudini sociali e nuovi bisogni, la città non può più essere solo un bel disegno. Deve essere un organismo sensibile, capace di rispondere, ma anche di anticipare.

E forse, nel tempo che ci prendiamo per rallentare, per guardare davvero ciò che ci circonda, c’è già l’inizio di un nuovo modo di abitare.

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