All Quiet on the Home Front è una storia familiare e personale. Una storia che appartiene a Colin Pantall, il fotografo che ha firmato questo progetto, e alla sua famiglia. Di lui ne abbiamo già parlato qualche tempo fa raccontando The Mental Load of Motherhood – una serie di fotografie sulla maternità. In questo pezzo lasceremo spazio anche alle parole di Pantall stesso che ci ha raccontato in prima persona il dietro le quinte di questo progetto.

Dal trasferimento alla nascita di Isabel
In All Quiet on the Home Front, Pantall racconta la storia della costruzione della sua famiglia. Di come lui e la compagna si siano trasferiti di città in città, di casa in casa. Da Bristol fino a Bath. Dal loro primo appartamento al quarto piano di un edificio art déco fatiscente un tempo appartenuto ai Beatles.

«A Bristol non c’era nulla a 350 sterline al mese, ma, dopo aver visitato una stanza in una casa a St Andrews (dove secchi e pentole erano sparsi in salotto per raccogliere le infiltrazioni d’acqua), il simpatico proprietario di casa, Michael, ci ha detto che aveva anche un appartamento con due camere da letto a Bath: all’ultimo piano, senza secchi né pentole».

Il suo modo di raccontare – tipicamente british – lo vediamo riflesso negli scatti di questa serie. Genuini, diretti. Alcuni più divertenti, altri sicuramente più delicati e intimi. La protagonista indiscussa è sicuramente Isabel, la figlia del fotografo qualche volta immortalata con la compagna Katherine, già protagonista di The Mental Load of Motherhood.

«Poi è nata Isabel. Mi sono preso cura di lei insieme a Katherine e Isabel ha ridefinito il nostro mondo. Quei mondi si sono ristretti e allo stesso tempo ampliati, perché nostra figlia è diventata la nostra prima priorità, il nostro punto focale. Entrambi siamo cambiati: abbiamo perso un’identità per acquisirne un’altra, un’identità costruita attorno alla genitorialità, attorno a questa sconosciuta che era entrata nelle nostre vite e le aveva conquistate completamente».


Come vedremo nel prossimo estratto di testo che accompagna questo progetto, anche l’elemento naturale rimane cruciale. Il bisogno di uscire di casa e di fare esperienza della natura, insieme alla genitorialità, fanno quindi da fil rouge in questi scatti così personali.


«Ora, riguardando queste immagini, mi rendo conto di quanto quella fuga dalle fatiche di uno spazio domestico abbia assunto un significato particolare. Il mondo naturale, anche uno fortemente segnato dall’intervento umano come quello che abitavamo, ha la capacità di trasportarti fuori da te stesso, di radicarti in qualcosa che va oltre l’immaginazione limitata di una mente incasellata tra mattoni e malta. È un privilegio che non tutti hanno».
