Paura x G-Shock, la nostra intervista al designer italiano Danilo Paura

In occasione della collaborazione tra Danilo Paura e G-Shock abbiamo fatto due chiacchiere con il designer, rappresentante dello streetwear italiano.

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16 Settembre 2019

Nato in Calabria, cresciuto tra Riccione e Rimini e arrivato ai vertici dello streetwear italiano. Lui è Danilo Paura, che fin dai suoi esordi nel mondo della moda è riuscito a lasciare un segno, il suo segno. 

danilo paura x g shock | Collater.al

Il suo stile e la sua irriverenza non potevano non catturare l’attenzione di un brand come G-Shock. Da questo incontro nasce un nuovo orologio, il DW-5600DP-1ER che rivisita il classico senza tempo dell’azienda giapponese, il DW-5600, con un design che gioca sui colori del bianco e del nero e un lettering che svela la scritta “PAURA”. È una collaborazione che parte da un mito indistruttibile e si rinnova guardando al futuro. 

È proprio in occasione dell’uscita del nuovo orologio Paura x G-Shock – che avverrà il 28 settembre – che abbiamo fatto due chiacchiere con il designer italiano che ci ha raccontato questa collaborazione ma non solo. 

Raccontaci di te, qual è il tuo background, cosa hai studiato e quali sono le tue più grandi passioni. 

Ho studiato costume e moda, però credo che il retail sia stata la mia vera e propria palestra. Anche la voglia di imparare nei laboratori ha fatto la differenza e da questo punto di vista sono un po’ atipico, amo la parte realmente viva delle cose, mi piace disegnare un capo, ma ciò che mi piace veramente è capire come è fatto e poi vederlo realizzato nel corso del tempo. 
Ho vissuto tanti anni a Riccione che, soprattutto negli anni 2000, era una palestra incredibile che in un certo senso racchiudeva il mondo che oggi è racchiuso nei social, ma lo si viveva in maniera diretta. Era importante il retail, come il clubbing e le pubbliche relazioni. 
All’inizio, quando disegnavo le mie collezioni, mi immaginavo di disegnare qualcosa che mi permettesse di esprimere la mia personalità, piacere ai selector ed entrare in quelli che per me sono i club che hanno fatto la storia, senza essere fuori luogo ma proponendo un abbigliamento che potesse rappresentare veramente la mia personalità. 
Io sono partito da un’esigenza, ovvero quella di voler fare questo e poi ho utilizzato il modo più facile del mondo per poterlo fare: disegnare per te e sperare che piaccia agli altri. 
Inoltre, ho sempre cercato di utilizzare la mia immagine per comunicare quello che sono ma che mi desse anche la possibilità di entrare ovunque volessi. Io credo che sia questa la spinta alla base del mio lavoro. 

Raccontaci come è stato collaborare con G-Shock e l’idea alla base di questa collaborazione. 

Di base G-Shock è un oggetto, ma è anche un simbolo dello streetwear in generale ed è stato uno di quei brand che come tanti, ma forse più di molti altri, ha interpretato il concetto di collaborazione come estensione del proprio modo di vedere le cose. 
Innanzitutto credo che il presupposto da cui parte G-Shock, ovvero quello di creare degli orologi indistruttibili, nasca da un episodio carico di romanticismo e di emotività. Parte tutto da un orologio che viene tramandato da un nonno a un nipote e che, un giorno, in metropolitana, si rompe. Da qui parte l’esigenza di creare qualcosa che permetta di non far accadere più una cosa del genere, di non soffrire più. Questa è per me una cosa meravigliosa. 
Io ho cercato di esaltare ciò che per me da indistruttibile diventa quasi immortale, il contenuto racchiuso nella sua forma. Il fatto di riuscire a trovare una forma che ti faccia essere riconoscibile è il punto più alto che un designer, un creativo e chiunque abbia a che fare con il nostro mondo si possa prefiggere. 
Vista la forza della sua forma, indiscutibile ed infinita, anche nella comunicazione abbiamo cercato di innalzare questo concetto. 

Mi soffermo un attimo in più sulla comunicazione. Rispetto alle altre collaborazioni questa voleva essere un elogio del gruppo, dei collaboratori scelti per questo percorso. Ciò ha dato alla collaborazione una forza completamente diversa. 
Abbiamo scelto Adriano Cisani, così come c41, per fortificare il messaggio che vuole dare il mio network. Poi oltre alla parte creativa, comunque importante, per noi la cosa veramente diversa – o almeno dal mio punto di vista – è di non aver saltato nessun passaggio e di avere dato a tutto la stessa importanza. Collaborare con un brand spesso è autocelebrativo, una cosa che gratifica o che fortifica, quello che voglio fare io, invece, è creare e stabilire appartenenza a un network e quindi l’aver scelto questo tipo di creatività simboleggia proprio questo, è un segno identificativo, è un segno che in qualche modo, anche da lontano, ha il coraggio di delimitare uno spazio di appartenenza. 

A livello creativo è stata una cosa molto difficile da fare. Per quanto mi riguarda – ma credo per tutti – la sintesi racchiude la difficoltà più assoluta, soprattutto quando dall’altra parte hai della creatività da poter tirar fuori. 
Siamo partiti proprio da tanta creatività, è come se avessimo fatto il passaggio che ha fatto Picasso quando disegnò il toro: il primo quadro, la prima tela era un toro quasi iperrealista, che è servito per arrivare invece a quello che conosciamo oggi, a quello che lui ha voluto fosse la sua opera, semplicemente una linea continua che crea il disegno. Io ho fatto un po’ la stessa cosa, sono partito da mille passaggi creativi per poi arrivare ad una sintesi.

Com’è stato passare dal mondo dell’abbigliamento a quello degli accessori, in questo caso degli orologi? 

Tecnicamente cambia tutto. Però, come tutte le cose, io non sono abituato a pensare e riflettere su cosa devo fare, mi preoccupo del come farlo. 
Io faccio le cose in maniera molto intellettiva e questo alla fine mi riesce a prescindere da tutto, non importa se si deve disegnare una bottiglia così come una scarpa, un capo di abbigliamento oppure un accessorio. 
Come faccio le cose mi dà la possibilità di viverlo in maniera serena ed esprimere dei contenuti. 
Cosa faccio, poi, a volte è proprio l’oggetto a dirmelo e non tanto io che mi impongo o mi prefiggo un obiettivo. È come se fosse tutto in evoluzione, siamo arrivati a questo dopo tanti passaggi. Quindi se avessi avuto davanti un altro oggetto, qualsiasi altra cosa, mi sarei approcciato con la stessa forma mentis ma in maniera diversa, perché quello che secondo me è fondamentale è capire cosa vuoi dire e trovare il modo giusto per dirlo. 
È un equilibrio di tante cose, non mi preoccupa quel che mi trovo davanti. Quello che cerco di valutare è se possono esserci dei contenuti che possono essere valorizzati e trovare un linguaggio diverso per farli uscire. 

Da quando hai iniziato la tua carriera a oggi i tuoi prodotti e la loro estetica sono cambiati. A cosa è dovuto questo cambiamento? 

Tutti cambiamo, sarebbe completamente inumano rimanere fermi, soprattutto per un creativo, sarebbe davvero deleterio fermarsi. 
Io credo che sia un’evoluzione e non un cambiamento, sì, semplicemente un’evoluzione. Io sono fiero di rappresentare lo streetwear in Italia e credo di aver trovato un modo per farlo, che non rinnega quello che c’era prima e che non ha troppo interesse a puntare a qualcosa che in questo momento non so cosa sarà. Quello che faccio è continuare a fare un percorso che è fatto di quotidianità. L’esigenza che sento oggi è quella di dare allo streetwear una visione più sartoriale e riesco a farlo con una parte di collezione. Però credo di essere comunque attento a non nascondermi dietro a qualcosa che non mi appartiene, sono ben fiero di continuare a fare anche altro. 
Noi siamo abituati a figura che partono dall’essere sarti che diventano stilisti e che diventano designer. Oggi stiamo parlando di creativi che sono vicini alla figura dello stylist. 
Penso che oggi ci sia bisogno di uno styling, di un capo sartoriale, ma anche di una sneaker. 

Io nelle mie collezioni cerco di fare styling a me stesso, continuo a fare ciò che mi piace e ho una visione a 360° di quella che è la moda e continuo a informarmi e a crescere. 
Come dire, tu non smetterai mai di ascoltare la musica e anche la musica che ascoltavi quando avevi 12 anni può tornare utile, l’importante è conoscerla e non fermarsi. Per me è la stessa cosa, io voglio saper far tutto per poter scegliere cosa fare. Io voglio conoscere tantissima musica per poter scegliere quale canzone è perfetta per quel momento della vita. 

Puoi svelarci qualcosa dei tuoi prossimi progetti? 

Ti parlo del quotidiano, ad oggi abbiamo ancora un altro progetto con Diadora che secondo me è una cosa veramente molto bella perché stiamo esaltando ancora di più il Made in Italy, e farlo con un brand storico come Diadora è una cosa che mi piace. Mi piace parlare di italianità. 
Così come con Superga che per antonomasia è un oggetto, è l’oggetto perfetto, un po’ la 500 delle scarpe, con una forza incredibile, per la sua forma, per la sua indistruttibilità nella sua forma. 
Quindi di cose ce ne sono in cantiere, queste sono quelle di cui posso parlare. Per le altre cose dovrete aspettare. 

danilo paura x g shock | Collater.al
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