Nel loop della routine con le opere di Dario Maglionico

Nel loop della routine con le opere di Dario Maglionico

Giorgia Massari · 2 settimane fa · Art

Floating Space è il titolo della personale dell’artista Dario Maglionico (Napoli,1986) alla Galleria Antonio Colombo di Milano, in mostra dal 7 marzo al 5 aprile 2023, e descrive al meglio l’essenza della serie ad olio su tela intitolata Reitificazione.

Il concetto di spazio-tempo nel titolo viene associato alla liquidità e alla leggerezza, ad indicare la sua dinamicità e il suo continuo mutare. Le opere dal realismo hopperiano di Maglionico sono infatti ambientate in stanze casalinghe (cucine, salotti, bagni) in cui si svolgono scene di vita quotidiana. Nonostante la stanza risulti affollata il soggetto è uno solo, o meglio, una sola persona che coesiste simultaneamente nel tempo e nello spazio. Passato, presente e futuro si confondono, in un susseguirsi di posizioni che i protagonisti delle opere assumono.

Dario Maglionico | Collater.al
Reificazione-87
Dario Maglionico | Collater.al
Reificazione #46

Le azioni svolte dai personaggi sono frammentate e non è possibile distinguere la cronologia temporale. Quasi come i pittori cubisti, Dario Maglionico offre allo spettatore diversi punti di vista di una stessa azione, creando molteplici sfaccettature di corpi e gesti. Ad esempio, in Reitificazione #40 la figura della donna posta al centro e seduta alla scrivania sembra quasi sdoppiarsi, mostrando due braccia sinistre e tre gambe. Qui il dinamismo è evidente e assume una sfumatura futurista, alla Giacomo Balla in Dinamismo di un cane al guinzaglio.

Il realismo minuzioso e l’attenzione per i dettagli si incontra con il surreale, in alcuni frame infatti le persone “perdono” elementi del corpo come il volto o l’intera testa, il braccio, la gamba o l’intero busto. L’artista in questo modo trasmette la fugacità dei momenti e dei ricordi, sottolineandone la fragilità. L’intenzione di Dario Maglionico è quella di mettere in discussione l’infallibilità della percezione umana, che trasforma e in alcuni casi cancella i ricordi. L’attenzione è posta sull’aspetto della routine, su quelle azioni meccaniche che ripetiamo ogni giorno in automatico, quasi senza esserne coscienti. L’artista, senza servirsi di espressioni facciali, riesce a trasmettere una sensazione che oscilla tra la beatitudine della solitudine all’angoscia della monotonia.

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Studio del buio sconosciuto
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Reificazione #86
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Reificazione #53
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Reificazione #48
Dario Maglionico | Collater.al
Reificazione #31

© Courtesy by l’artista Dario Maglionico e la Galleria Antonio Colombo di Milano

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Scoperta e rinascita nelle illustrazioni di Jocelin Carmes

Scoperta e rinascita nelle illustrazioni di Jocelin Carmes

Tommaso Berra · 1 settimana fa · Art

Viste in sequenza illustrazioni di Jocelin Carmes sembrano frame di un film di animazione in cui il mondo è sempre sul punto di crollare, con le figure umane a guardare da lontano fenomeni naturali, grandi incendi o strane figure cupe che dominano il paesaggio.
L’illustratore e concept artist di Marsiglia realizza opere coinvolgenti, grazie a una precisa idea di narrazione che affronta tematiche anche profonde come la scoperta del proprio io, un tema chiaro soprattutto nelle opere in cui compaiono gli umani – spesso isolati e che danno le spalle allo spettatore.
Altro tema delle opere è quello dell’isolamento, non c’è interazione tra più personaggi, piuttosto questa ricerca si incrocia con il tema della morte, reso esplicito dai tanti scheletri che diventano protagonisti delle opere.
C’è un senso di distruzione e di strana rinascita nelle opere di Jocelin Carmes, favorito dall’inserimento di elementi fantastici che contrastano e bene dialogano con quelle che sembrano all’apparenza storie comuni. Il viaggio verso l’ignoto dei protagonisti è tutto da seguire, stando dietro al loro cammino, ammirando autobus in cielo e asteroidi pronti a infrangersi sula Terra.

Jocelin Carmes | Collater.al
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Scoperta e rinascita nelle illustrazioni di Jocelin Carmes
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Scoperta e rinascita nelle illustrazioni di Jocelin Carmes
Scoperta e rinascita nelle illustrazioni di Jocelin Carmes
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5 artisti contemporanei che utilizzano il neon

5 artisti contemporanei che utilizzano il neon

Giorgia Massari · 1 settimana fa · Art

Dal rapido successo commerciale, il neon nacque nel 1910 da un’invenzione di Georges Claude e venne fin da subito utilizzato da industriali e pubblicitari grazie alla sua potenza visiva. Le insegne luminose in neon entrarono nelle abitazioni domestiche e invasero le città, in particolare le grandi metropoli americane e orientali, modificandone l’aspetto e conquistandole con la luce sgargiante. Molto presto il neon fece il suo ingresso anche nel campo artistico, gli artisti infatti ne colsero la versatilità, la maneggevolezza e la potenza comunicativa.
Uno dei primi artisti ad utilizzare il neon fu l’italiano Lucio Fontana che nel 1930 lo utilizzò insieme alla luce nera in alcune delle sue Ambientazioni. Il consolidamento e lo sviluppo di questo nuovo medium all’interno del mondo dell’arte avvenne intorno agli anni Cinquanta e Sessanta del Novecento, quando i concettualisti usarono il neon per scritte o per illuminare oggetti e ambienti. Tra i tanti ricordiamo gli italiani Mario Merz e Maurizio Nannucci, gli americani Dan Flavin e Bruce Nauman (che ha da poco concluso la sua personale Neon Corridors Room all’Hangar Bicocca di Milano).

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Bruce Nauman, Neon Corridors Rooms, Hangar Bicocca di Milano

La pratica di usare il neon nell’arte si consolida al tal punto di permanere nel corso degli anni ed essere ancora oggi incredibilmente attuale e ampiamente utilizzata. Il pubblico recepisce con entusiasmo questa tecnica, probabilmente per il suo forte impatto e per i colori fluorescenti.
Molti artisti contemporanei inseriscono il “tubo fluo” all’interno delle proprie opere, in alcuni casi riprendendo il concetto di trascrivere parole e frasi, in altri sfruttandone la potenza luminosa e in altri ancora accostandolo ad elementi in contrasto.
Abbiamo selezionato cinque artisti contemporanei ed internazionali che utilizzano il neon nelle proprie opere e che dovreste scoprire.

#1 Arthur Duff

Arthur Duff (1973) nasce in Germania, vive e lavora a Vicenza. La sua ricerca si focalizza sulla creazione di spazi complessi di esperienza visiva e fisica, utilizzando proiezioni laser, immagini pulsanti e luci a neon. Nelle opere di Duff la tecnologia viene messa in contatto con la natura, la scienza e il corpo sono messi in relazione. Esemplare è la sua opera intitolata No plot del 2018 esposta nella mostra Emerging Nature alla galleria Marignana di Venezia, in cui un tubo in neon rosso è posto su due rocce laviche, recitando la scritta “no plot”. 

#2 Pedro Torres

Pedro Torres (1982) nasce in Brasile, vive e lavora a Barcellona. L’artista concentra la sua pratica artistica su questioni legate ai concetti di tempo, distanza, memoria, linguaggio e immagine. Pedro sceglie quasi sempre il neon blu, come per la sua ultima opera site-specific dal titolo Clathratus realizzata per Spazio Volta di Bergamo. 

#3 Yuko Mohori

Yuko Mohori (1980) nasce in Giappone, vive e lavora a Tokyo. L’artista ha recentemente esposto alla mostra collettiva Japan Body Perform Live al PAC di Milano con l’installazione Moré Moré. Quest’opera esplicita il suo interesse per l’installazione e la scultura che deriva dalla necessità di concentrarsi su fenomeni in movimento, che cambiano in base alle condizioni dell’ambiente. Yuko Mohori usa oggetti quotidiani, come spugne, pentole e vasi, collegandoli tra loro da tubi in plastica entro cui scorre l’acqua, pompata da meccanismi a motore. L’acqua segue un percorso che si incontra e si intreccia con tubi in neon, generando allo stesso tempo suoni provocati dagli strumenti musicali che inserisce.

#4 Riccardo Cenedella

Riccardo Cenedella (1994) nasce a Torino e si laurea al MA Material Futures della Central Saint Martins. È un designer e si dedica alla creazione di oggetti su misura, sperimentando nuovi materiali con un occhio di riguardo sulla pratica del riciclo. Nella realizzazione della sua opera scultorea Carpet Matter Lamp il designer inserisce una componente luminosa che assomiglia al neon ma non lo è, trovando un sostituto del classico neon che, seppur non avendo un eccessivo consumo, è considerato un rifiuto pericoloso. L’opera è infatti realizzata utilizzando pezzi rotondi di materiale sintetico di scarto abbinato ad un LED Neonflex. 

#5 Hyun Cho

Hyun Cho (1982) nasce in Corea del Sud, vive e lavora tra l’America, la Corea del Sud e l’Italia, dove è rappresentata dalla Galleria Ramo di Como. La sua pratica artistica di giocare con le parole è evidenziata dall’utilizzo del neon, ne è un esempio l’opera Up To 200% Off, concepita qualche anno fa pensando al concetto di libertà nella contemporaneità. 

5 artisti contemporanei che utilizzano il neon
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5 artisti contemporanei che utilizzano il neon
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I poster da Oscar di James Jean

I poster da Oscar di James Jean

Giorgia Massari · 1 settimana fa · Art

L’illustratore James Jean (1979, Taipei, Taiwan) non è nuovo a a realizzare poster per film che si aggiudicano uno o più premi Oscar. Nel 2018 infatti disegnò il poster de La forma dell’acqua di Guillermo del Toro, che nello stesso anno vinse l’Oscar per il Miglior Film.
Nel 2023 sono ben tre i film con un suo poster ad essersi aggiudicati le famose statuette dorate del cinema, assegnate nella scorsa notte al Dolby Theatre di Los Angeles: Pinocchio di Guillermo del Toro (premio per il Miglior Film d’Animazione), The Whale di Darren Aronofsky (premio per il Miglior Attore Protagonista, Miglior Trucco e Acconciatura e per la Miglior Attrice non Protagonista) e Everything Everywhere All at Once dei The Daniels (con ben sette oscar tra cui il premio per il Miglior Film).

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L’artista James Jean inizia la sua carriera giovanissimo, facendo copertine per la DC Comics come quelle di Batman e Batgirl. Lo stile di James Jean negli anni è diventato inconfondibile, raffinato e con una grande cura per i dettagli, che permette a Jean di realizzare poster che sono delle vere e proprie opere d’arte. Le influenze orientali delle opere nascono dalle sue origini taiwanesi, così come il suo gusto Decò, visibile dall’utilizzo di colori accesi e dai motivi floreali che spesso inserisce nelle composizioni. Le illustrazioni cinematografiche di James Jean sanno rappresentare al meglio l’essenza del film, preparando lo spettatore alla visione. Nel caso del poster di Pinocchio per esempio l’illustrazione acquista una nota cupa, anticipando al pubblico che non si tratta della storia del classico Pinocchio a cui è abituato.
Per The Whale realizza un ritratto quasi monumentale di Brendan Fraser, carico della drammaticità che il film propone, unendo la tecnica dell’inchiostro su carta alla colorazione digitale. Per Everything Everywhere All at Once si ispira invece al concetto dei dipinti sui soffitti rinascimentali, ricchi di dettagli e di scene differenti in modo da poter includere tutti i personaggi del film.

James Jean | Collater.al

In una recente intervista su Avant Arte, James Jean racconta qualcosa di più sul processo di realizzazione di un poster che a detta sua “ognuno inizia in modo diverso: il processo è unico come ogni regista”.
In generale, il primo step per realizzare un poster è la visione della pellicola stessa o la lettura della sceneggiatura, che molto spesso sono ancora in fase di realizzazione. Per questo James afferma che occorre tanta ricerca e tanta attenzione per i dettagli, che converge poi in un bozzetto in attesa dell’approvazione e poi, in circa un mese, il poster è terminato.

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I poster da Oscar di James Jean
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Camilla Alberti è dalla parte dei mostri

Camilla Alberti è dalla parte dei mostri

Giorgia Massari · 6 giorni fa · Art

Ci sono aree delle città, delle periferie e delle campagne che si trovano in uno stato di completo abbandono. Sono luoghi privi di un proprietario in cui convergono i rifiuti antropici, oggetti di ogni tipo vengono abbandonati e destinati ad una nuova dimensione e ad una nuova vita. È proprio in questi luoghi che l’artista milanese Camilla Alberti (1994) raccoglie i materiali per la creazione delle sue opere scultoree e installative della serie Unbinging Creatures. “Ogni materiale che raccolgo è un frammento di una rovina” dice in un’intervista su Formeuniche.

Camilla Alberti | Collater.al
Mostra Alter Eva, Palazzo Strozzi di Firenze

La ricerca artistica di Camilla Alberti si basa sullo studio delle relazioni che ogni abitante, umano e non umano, definisce con il suo stare al mondo. L’artista osserva come in questi luoghi si crei un nuovo habitat, formato da oggetti di nicchie diverse che hanno perso la loro forma e funzione originale e che ora entrano in contatto con animali, muschi e agenti atmosferici, subendo un processo di metamorfosi. I confini vengono abbattuti e il processo di identificazione viene rielaborato attraverso un processo di “scioglimento” che permette all’oggetto di inglobarsi con ciò che gli sta attorno. “L’ibridazione diventa un obbligo biologico”, dice l’artista, affascinata dal processo di archeologia urbana che unisce il mondo naturale a quello umano, creandone uno nuovo in cui nascono organismi imprevisti.

Il processo creativo di Camilla Alberti inizia dunque con il reperimento di oggetti abbandonati, che comprendono ceramiche, vetri, tronchi d’albero, conchiglie, rifiuti industriali, e prosegue poi nel suo studio, dove l’artista li lascia “a riposo” nel suo giardino. Dopo tempo gli oggetti subiscono una nuova metamorfosi da cui l’artista viene ispirata. La costruzione dei corpi scultorei avviene dopo uno studio e una cura delle rovine raccolte e poi accolte da Camilla, che ne assembla tra loro un’attenta selezione, tramite fili di alluminio e bende gessate, ottenendo forme intricate dall’aspetto mostruoso. Camilla Alberti è interessata alla figura del mostro, inteso come organismo ibrido, strano e incontrollabile, che nelle fiabe va contro alle intenzioni del protagonista. Concentrandosi sulla figura dell’antagonista, l’artista propone un cambiamento del punto di vista all’interno della narrazione nella quale è proprio il mostro a diventare il protagonista, scalzando le figure antropocentriche di eroi, di principesse e di tutte quelle figure considerate “buone”.

I reperti di archeologia urbana maneggiati da Camilla Alberti diventano dinamici, acquisendo un’ulteriore vitalità attraverso le relazioni che si creano tra frammenti differenti in cui l’identità del singolo lascia spazio ad una pluralità. L’aspetto atipico di oggetti che il pubblico riconosce e recepisce come familiari, posti in una condizione di dialogo e di fusione con altrettanti altri, disorienta lo spettatore che è costretto a riflettere sui meccanismi di metamorfosi che il mondo stesso compie quotidianamente.

Camilla Alberti | Collater.al
Camilla Alberti è dalla parte dei mostri
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Camilla Alberti è dalla parte dei mostri
Camilla Alberti è dalla parte dei mostri
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