Nel bel mezzo del deserto saudita, tra canyon millenari e orizzonti che sembrano non avere fine, Desert X AlUla torna ad aprire le sue porte al pubblico con l’edizione 2026, visitabile fino al 28 febbraio. Un appuntamento che continua a ridefinire il rapporto tra arte contemporanea, paesaggio e immaginazione, trasformando AlUla in uno spazio di riflessione visiva e concettuale a cielo aperto.

Co-curata da Wejdan Reda e Zoé Whitley, insieme al founding Artistic Director Neville Wakefield e alla returning Artistic Director per il 2026 Raneem Farsi, questa edizione ruota attorno a un titolo che è già una dichiarazione poetica: Space Without Measure. Un tema che prende ispirazione dalle parole dello scrittore e pensatore libanese-americano Kahlil Gibran, che descriveva i sogni come territori senza confini, impossibili da contenere in una forma o in una misura precisa.


È proprio da questa idea di spazio illimitato che si sviluppa il percorso di Desert X AlUla 2026. Le opere dialogano con il paesaggio non come semplice sfondo, ma come presenza attiva, capace di alterare la percezione, dilatare il tempo e mettere in discussione il modo in cui l’essere umano si relaziona all’ambiente. Il deserto diventa così una lente attraverso cui osservare possibilità, soglie e cicli, un luogo dove l’arte non si limita a occupare lo spazio, ma lo interroga.

Seguendo le meditazioni di Gibran sulla natura circolare dello spirito umano e sull’immaginazione come forza senza limiti, la mostra invita i visitatori a rallentare, a perdersi, a contemplare. Qui l’infinito non è un concetto astratto, ma una sensazione concreta che emerge dal dialogo tra opere e territorio, tra visione artistica e silenzio geologico.


Desert X AlUla 2026 rimane quindi una delle piattaforme più ambiziose per l’arte contemporanea site-specific, ma come un esperimento percettivo che sfida l’idea stessa di mostra. Uno spazio senza misura, appunto, dove il paesaggio diventa pensiero e l’arte un atto di ascolto profondo.




in cover: l’opera di Héctor Zamora
ph. courtesy Lance Gerber
