Se il modo in cui ci vestiamo è il linguaggio con cui comunichiamo al mondo chi vogliamo essere e quale versione di noi stessi scegliamo di mostrare, Diane Keaton lo parlava alla perfezione. L’altro ieri, a 79 anni, se n’è andata lasciando dietro di sé interpretazioni iconiche e l’impronta indelebile di una donna che ha saputo dimostrare come si possa vestire per sé stesse, e non solo per gli altri — o, semplicemente, per interpretare un ruolo.

Keaton non si vestiva per piacere agli altri, e proprio per questo – come abbiamo letto nella miriade di tributi usciti nelle ultime ore – risultava magnetica. Non seguiva le regole del male gaze, non si lasciava guidare dall’idea di dover essere desiderabile o conforme a tutti i costi. Il suo modo di vestirsi era quasi un gesto politico: pantaloni ampi, blazer strutturati, cravatte sottili, cappelli a bombetta, camicie maschili, stivali massicci. Un equilibrio perfetto tra forza e leggerezza, tra il rigore del tailoring e la libertà di volersi esprimere liberamente.
Tutto comincia con Annie Hall, il film che nel 1977 la consacra come icona di un nuovo femminile. Non fu un costume imposto dalla produzione, ma il suo stesso guardaroba a definire il personaggio: gilet maschili, pantaloni larghi, camicie bianche, cappelli vintage, cravatte annodate in modo imperfetto. Diane portò sul set se stessa, e da lì nacque una delle rivoluzioni estetiche più influenti del cinema. Quel look, copiato e reinterpretato per decenni, ha cambiato il modo in cui le donne potevano vestirsi: non più per compiacere, ma per affermarsi.




Negli anni Ottanta, con Baby Boom, il suo stile evolve senza perdere coerenza. I completi diventano più strutturati, le spalle più ampie, i colori più decisi. È l’epoca delle donne che lavorano, che comandano, che si prendono il proprio spazio anche nel guardaroba. Diane incarna quella figura con naturalezza, mescolando rigore e ironia, come se ogni tailleur raccontasse una forma diversa di emancipazione.

Sui red carpet non ha mai abbandonato la sua estetica personale, scegliendo abiti firmati Ralph Lauren, Giorgio Armani, Thom Browne, Comme des Garçons, Richard Tyler. Ma più che vestirsi di questi designer, Diane li reinterpretava, piegandoli alla sua visione. Non era la musa di una maison: era lei a decidere cosa indossare il più delle volte. Anche negli ultimi anni, su Instagram, con i suoi, i suoi cappelli e le sue scarpe e gli occhiali enormi (ma non solo), continuava a raccontarsi secondo i suoi canoni — quelli di una donna che si diverte a vestirsi, che trasforma la moda in un gesto di autenticità.
Il suo stile è rimasto coerente e inimitabile: quello di una sorta di anti-diva impegnata a celebrare la propria individualità, un modo per sottrarsi allo sguardo altrui e restare fedele a sé stessa.
Oggi, pensando a Diane Keaton, viene naturale ricordare l’immagine di Annie Hall che cammina per le strade di Manhattan, la giacca larga e il sorriso sghembo. Ma il suo vero lascito va oltre quel ruolo: sta in ogni donna che sceglie un abito non per essere guardata, ma per sentirsi libera.

