Style La storia del libro che ha cambiato la storia dell’American Look
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La storia del libro che ha cambiato la storia dell’American Look

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Anna Frattini

Nel 1938 Elizabeth Hawes pubblicava Fashion Is Spinach, un libro dal titolo che suona come una presa di posizione: «la moda è come gli spinaci», diceva, «puoi anche mangiarli per abitudine, ma non significa che ti piacciano davvero». È l’inizio di un libro che, più che una memoria di una designer americana, è una detonazione culturale contro il sistema moda così come esisteva alla vigilia della Seconda guerra mondiale. Una lettura che oggi dovremmo riprendere in mano proprio perché anticipa molte delle discussioni contemporanee su autenticità, produzione e costruzione del gusto.

All’epoca Hawes è già un personaggio anomalo: ha lavorato a Parigi, conosce la couture dall’interno, studia il potere dei buyer americani che, attraversando l’Atlantico sul Normandie; quella nave che veniva chiamata la Seventh Avenue Express, riportavano a New York modelli, pattern e l’idea che la moda “vera” nascesse solo sulle rive della Senna. Nelle sue pagine smonta proprio questa mitologia: il mito francese come gabbia, come limite che impedisce all’America di sviluppare una propria identità. Una prospettiva che abbiamo riletto qualche mese da anche su Financial Times, mentre storiche e curatrici analizzano quel decennio come la culla della moda statunitense.

Il Garment District di New York ai tempi di Elizabeth Hawes

Hawes, però, questo orizzonte lo aveva già visto allora. Per lei la moda è un sistema rigido, un meccanismo industriale che crea desiderio in modo quasi automatico: si produce ciò che conviene produrre, non ciò che serve davvero. Il suo bersaglio non è lo stile — anzi, lo difende come gesto personale, come linguaggio — ma la “moda” come rituale collettivo, stagionale, manipolato dall’industria. Una distinzione che oggi sembra ovvia, ma che nel 1938 era una dichiarazione quasi sovversiva.

A colpire, nel libro, è la lucidità con cui racconta la contraddizione dell’America del tempo: un Paese che produce l’80% dei vestiti che indossa, concentrati nella Manhattan del Garment District, ma che continua a inseguire la couture europea come se non avesse una propria capacità progettuale. Eppure, qualche anno dopo, durante l’occupazione nazista, le maison parigine si fermano forzatamente e quella dipendenza improvvisamente si spezza. Solo allora l’America – da Claire McCardell a Mainbocher – trova un linguaggio autonomo fatto di pragmatismo, di semplificazione, di quella nonchalance che diventerà sinonimo di American Look.

Fashion Is Spinach anticipa tutto questo. Con ironia, ma anche con una precisione quasi documentaria, Hawes racconta l’inutilità di certi diktat, l’assurdità delle tendenze forzate, la frustrazione delle consumatrici, la distanza tra ciò che serve nella vita reale e ciò che l’industria decide come desiderabile. Insomma, si tratta di un libro che sembra uscito l’altro ieri: critica la produzione di massa quando ancora non esisteva il fast fashion, difende il lavoro sartoriale quando la parola “artigianale” non era un’etichetta di marketing, smaschera la logica del trend prima che diventasse un algoritmo.

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Rileggerlo oggi significa tornare a una domanda semplice, che Hawes ripete come un mantra: perché vestiamo ciò che vestiamo? Perché ci serve, o perché qualcuno ci ha convinti che serva? È questo rovesciamento di prospettiva a rendere Fashion Is Spinach un testo così contemporaneo: ogni volta che ci sembra di subire la moda, più che sceglierla, lì dentro troviamo già la risposta.

È un libro pieno di spirito, di dissenso e di una visione che all’epoca forse non era stata capita del tutto. Ma che oggi, nell’era del consumo rapido e del desiderio istantaneo, risuona con una forza quasi profetica. Hawes non voleva distruggere la moda; voleva liberarla. E forse è proprio nel rifiuto – nel dire che non ci piacciono gli spinaci – che si può ricominciare a pensare al modo in cui ci vestiamo.

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Scritto da Anna Frattini

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