Emma Barreca aka @hypoison

Emma Barreca aka @hypoison

Collater.al Contributors · 10 anni fa · Photography

Emma Barreca ha 31 anni, si occupa di marketing e comunicazione come freelance e su Instagram è @hypoison. Con i suoi oltre 100.000 follower è una delle utenti più seguite in Italia pur essendo, per fortuna sua, una perfetta sconosciuta. “Ho un debole – dice di sé – per tutto quello che riguarda l’espressione visiva (e quindi cinema, fotografia, graphic design, illustrazione): la vista è un senso di cui abuso decisamente”.

Emma Barreca - Intervista all'Instagram User @hypoison

– Ho studiato il tuo profilo e la prima foto risulta essere il 10 novembre 2010. Un mese dopo la nascita di Instagram. Dunque quando apri @hypoison e come hai scoperto ig. Inoltre è proprio quella la tua prima foto?

– Ho scaricato e installato Instagram diversi giorni prima di caricare e condividere la prima foto, per cui l’app è rimasta un po’ in stand-by sul mio iPhone, “in attesa di giudizio”. L’ho scaricata perché continuavo a vederla segnalata sull’App Store, e mi sono detta: “Vediamo come mai piace così tanto”. In realtà pensavo fosse una semplice app di editing fotografico, e quando invece mi sono resa conto che serviva più che altro per la condivisione di foto ho avuto qualche esitazione. Per questo motivo ci ho ragionato un po’ prima di registrarmi e cominciare a utilizzarla effettivamente. Riguardo alla mia prima foto, sì, è proprio quella! Un chiaro “test”, quasi anticipatore del trend degli autoscatti davanti allo specchio del bagno poi diventati così popolari su Instagram.

– Hai uno stream con 433 foto: o scatti poco o hai cancellato le foto. Confessa?

– Confesso. Scherzi a parte: credo di aver cancellato una manciata di foto, quindi non così tante da stravolgerne il totale. Come avrai visto ci sono stati anche periodi in cui sono stata decisamente poco attiva. In realtà scatto moltissimo, ma diciamo che non ho la “smania” di condividere. Evidentemente funziono al contrario, scatto a raffica ma condivido su Instagram solo quando sono ispirata.

– In generale hai un gran seguito: quando è avvenuto il momento di passaggio da comune mortale a essere una delle utenti italiane con più follower su Instagram?

– C’è stata una vera e propria “esplosione” nel momento in cui sono stata inserita da Instagram nella pagina degli “utenti suggeriti”, dove sono rimasta ininterrottamente dal lancio della funzione (credo fosse l’inizio del 2011) fino a pochi mesi fa. In poco tempo – ovviamente prima dello “sbarco” delle star e dei grandi brand su Instagram – mi sono ritrovata anche nella classifica internazionale dei Top 100 instagramers, che è una bella soddisfazione. Ad ogni modo, prima di essere suggerita direttamente da Instagram avevo già raggiunto circa 15 mila followers (tutti conquistati con il sudore della fronte). Numeri che all’epoca rappresentavano già un bel traguardo. Inizialmente hanno giocato a mio favore le molte segnalazioni (o shoutout, come vengono spesso definiti) ricevute da parte di utenti già molto influenti, e anche la visibilità offerta dalla Popular Page (recentemente rinominata “Esplora”) dove sono arrivate molte delle mie foto.

Emma Barreca - Intervista all'Instagram User @hypoison
Emma Barreca - Intervista all'Instagram User @hypoison
Emma Barreca - Intervista all'Instagram User @hypoison

– Ho visto, come dicevo prima, che pubblichi poche foto, ma ti ho visto però scattarne tante. Parliamo un momento della differenza scattare e pubblicare: come scegli, qual è la tua linea editoriale, quali sono le motivazioni che ti portano a dire “pubblico?”

– Per me Instagram è sempre stato un mezzo, e non un fine. Io scatto a prescindere, perché riesco ad esprimermi e trovo interessante e utile fermare pensieri e momenti in una fotografia?. La condivisione è una fase diversa, dove entrano in gioco altri fattori. Probabilmente mi sono abituata a usare Instagram come un “Flickr per foto con smartphone”, quindi sono poche le occasioni in cui scatto proprio con la finalità di condividere le foto in tempo reale. Spesso sono assorbita da altri impegni, e non riesco a dedicarmi al processo di selezione che trasforma una foto in una “foto postata su Instagram”; oppure scatto foto che hanno un valore personale, che non nascono per essere pubblicate. In generale, diciamo che condivido le foto che mi piacciono di più, quando penso che abbiano qualcosa a livello estetico o comunicativo che può interessare anche agli altri. Magari, sfogliando il mio camera roll (sempre straripante), l’occhio mi cade su una particolare foto che in quel momento mi colpisce. Sono convinta, infatti, che le foto assumano sfumature diverse quando “l’emozione” legata al momento dello scatto viene meno; quindi pubblicando subito rischio di rivedere la foto dopo qualche giorno e quasi non riconoscerla, o non apprezzarla allo stesso modo al di fuori del contesto in cui è stata scattata. Oppure accade il contrario, e magari una foto scattata e “dimenticata” ti dice qualcosa di nuovo in un momento successivo. Diciamo che per me il momento dello scatto è molto istintivo, all’opposto della condivisione (salvo rari casi).

– I titoli che ruolo hanno nelle tue foto ora e in passato?

– All’inizio non li mettevo mai. Un titolo indubbiamente completa la foto, di solito ne suggerisce una chiave di lettura. Per questo li omettevo, per vedere che tipo di impressioni spontanee suscitavano negli altri utenti, cercando proprio un confronto tra il titolo “immaginario” che le foto avevano nella mia testa e quello che realmente la foto comunicava agli altri. Adesso, invece, metto un titolo o almeno una didascalia per ogni foto che condivido, e devo dire che quando vedo immagini prive di qualsiasi descrizione mi sembra che manchi effettivamente qualcosa. Ma è solo una questione di abitudine, probabilmente.

– Fase di “scatto” e fase di “editing”: come scatti, come editi, come decidi cosa usare?

– Confesso di essere un po’ pigra e, come dicevo, preferisco scattare senza perdermi in troppe impostazioni e settaggi (è anche per questo che mi sono trovata subito a mio agio con l’iPhone). Per cui, molto semplicemente, scatto con l’applicazione nativa dell’iPhone, edito al massimo con Snapseed e poi carico su Instagram. Ogni tanto faccio esperimenti con altre app (in pratica colleziono quelle per il fotoediting, che regolarmente scarico e alla fine non utilizzo), ma diciamo che questo tipo di postproduzione non rientra nel mio workflow abituale.

Emma Barreca - Intervista all'Instagram User @hypoison
Emma Barreca - Intervista all'Instagram User @hypoison
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– Come è cambiata la tua “produzione”: ad esempio le cornici, prima c’erano ora mi pare meno. Le usi, non le usi?

– In un certo senso, la mia “produzione”, è cambiata come è cambiata Instagram. Una volta c’erano solo filtri con i bordi, per cui la scelta era obbligata. Ora che posso scegliere di non usarli, invece, tendenzialmente ne faccio a meno. C’è stato un cambiamento anche nell’uso dei filtri da applicare alle foto: prima mi piacevano gli effetti saturi e contrastati, ora mi trovo meglio con con filtri più delicati (che sono stati introdotti dopo).

– Nelle tue foto ci sono molti paesaggi che però sembrano essere dei non-luoghi: concordi? E come mai pochi “umani”?

– Dipende come sempre da una combinazione di fattori. In effetti mi hanno sempre affascinato le atmosfere un po’ estranianti di certi quadri surrealisti e metafisici, e forse inconsapevolmente tendo a replicare quelle sensazioni con ciò che ho a disposizione tutti i giorni. Credo infatti che molto dipenda dal contesto “ambientale” in cui si producono le foto: voglio dire, se abitassi in una grande città forse istintivamente mi sarei avvicinata alla street-photography, ma visto che vivo in una posizione piuttosto decentrata, in cui la componente paesaggistica è di grande interesse, mi viene più facile rivolgere lo sguardo alla natura, cogliendo soprattutto il senso di tranquillità e pace che mi trasmette. Il silenzio, l’assenza di movimento, sono dettagli che mi piace mettere in evidenza. In realtà mi piacciono molto anche i ritratti, ma in quel caso mi sento più a mio agio con una reflex, che grazie ad ottiche diverse, rispetto a quelle dell’iPhone, permette di cogliere espressioni e volti con discrezione, senza avvicinarsi troppo al soggetto.

– Quanto c’è di Emma nelle tue foto?

– Che rispondere? Ti riporto un pezzo della citazione di F. Pessoa che occupa (non a caso) la mia bio su Instagram, rimasta immutata dal primo giorno: “I viaggi sono i viaggiatori. Quello che vediamo non è quello che vediamo, ma quello che siamo.” Una foto non è mai oggettiva, è sempre un’interpretazione della realtà, che viene filtrata dai sensi di chi osserva. Se una foto è “vera”, quindi non forzata, credo rispecchi al 100% il suo autore.

Emma Barreca - Intervista all'Instagram User @hypoison
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– Intorno ad Instagram c’è un gran parlare, tu come vedi tutti questi cambiamenti e inoltre quanto la tua produzione fotografica è legata ad Instagram. Voglio dire, potresti pensare mai di pubblicare quel che pubblichi su altri social?

– La percezione che posso avere io riguardo a Instagram è sicuramente diversa da quella che ha un utente appena iscritto: l’app è cambiata molto in questi due anni, e averne vissuto tutta l’evoluzione permette di avere un punto di vista molto più ampio sul fenomeno complessivo. A mio avviso ci si sofferma troppo sul presunto conflitto tra Instagram e la fotografia tradizionale, che è forse il modo più superficiale di vedere la questione, mentre molti altri aspetti del fenomeno, anche importanti, vengono trascurati. Come ti ho detto prima, per me Instagram rimane un mezzo, uno dei tanti a disposizione per la condivisione (più che per la produzione, che può essere fatta con molte altre applicazioni) di immagini, anche se oggi è il più conosciuto e apprezzato da diverse tipologie di utenti. Penso che potrei tranquillamente aprire un account su Flickr o altri servizi simili per raccogliere le mie foto, e probabilmente in futuro lo farò. Ciò che distingue Instagram dagli altri servizi è il senso di “community”, così sviluppato, percepibile dagli utenti fin dal primo momento.

– La fotografia esisteva prima di Instagram, e  in che forme?

– Esisteva anche prima: all’inizio con le fantastiche “usa e getta” (avevo 13 o 14 anni e non perdevo occasione di riempire rullini su rullini documentando qualsiasi esperienza), poi con fotocamere compatte a rullino e infine reflex a pellicola e dal 2005 digitali. La fase della fotografia “totalmente inconsapevole” dal punto di vista tecnico è finita intorno al primo anno di Università, quando mi sono iscritta a un corso di fotografia, frequentando per un po’ anche un circolo fotografico. Poi ho continuato ad approfondire da sola, soprattutto leggendo.

– Qual è la foto a cui sei più legata?

– Domanda difficilissima. In qualche modo sono legata a tutte, perché ognuna si porta dietro i ricordi del momento in cui è stata scattata; alcune hanno anche un valore particolare perché sono collegate a esperienze su Instagram che ricordo con affetto (amici conosciuti, contest a cui ho partecipato, commenti ricevuti che mi hanno fatto particolare piacere…). Non riesco a sceglierle, mi dispiace!

– Un Instagramers straniero a cui vorresti rubare le foto per pubblicarle tu?

– Potrei dire @komeda (Philip Park). Un maestro della composizione, che con grande delicatezza mette a confronto in ogni scatto la figura umana con l’ambiente circostante, dentro cui sembra quasi perdersi. Ma forse anche @koci (Koci Hernandez): mi piacciono le sue foto “scure”, con contrasti definiti e frequenti giochi con le ombre di persone e oggetti.

Emma Barreca - Intervista all'Instagram User @hypoison
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La fotografia stenopeica scattata dalla bocca di Justin Quinnell

La fotografia stenopeica scattata dalla bocca di Justin Quinnell

Tommaso Berra · 2 giorni fa · Photography

Che cos’è la fotografia stenopeica? Si tratta un’immagine scattata attraverso il procedimento fotografico della stenoscopia, una tecnica che come le fotocamere più moderne sfrutta il principio della camera oscura, utilizzando però un piccolo foro come obiettivo, che attraverso la diffrazione crea immagini.
Justin Quinnell è considerato tra i principali esperti di questa tecnica, sia per i suoi quasi trent’anni da docente in tutto il mondo sia per la sua produzione artistica di fotografie sperimentali.
Da Bristol, dove vive, realizza fotografia utilizzando camere stenopeiche, creando situazioni e punti di vista insoliti, grazie alle possibilità del mezzo e alle deformazioni dell’immagine.

Tra le serie fotografiche più bizzarre di Justin Quinnell c’è quella realizzata utilizzando una smileycam, una macchina fotografica che l’artista inserisce completamente dentro la propria bocca, sfruttando così la forza di un punto di osservazione – POV per utilizzare una definizione di moda – insolita e molto bizzarra. nell’inquadratura compaiono quindi tutti i denti di Quinnell, che l’osservatore finisce di conoscere meglio del dentista dello stesso artista. Oltre i denti di volta in volta si presentano diversi soggetti, che descrivono la quotidianità di Justin, si parte infatti con lo spazzolino alla mattina, passando per i pasti e il cocktail da condividere alla sera. Dalla bocca del fotografo teniamo traccia anche dei suo viaggi, così tra un incisivo e un canino spunta Piazza San Marco a Venezia e il Teatro dell’Opera di Sidney.

La stenoscopia non prevede nessuna particolare messa a fuoco, per questo le foto sembrano molto amatoriali. In passato ha rappresentato un punto alto per la tecnologia, ora, superata da obiettivi e lenti decisamente più performanti, viene utilizzata per progetti più sperimentali e artistici, grazie alla possibilità di poter creare punti di vista strani e risultati imprevedibili. Il lavoro di Quinnell ne è un esempio molto chiaro, se poi aveste voglia di scoprire cosa vede la vostra bocca, qui potete trovare anche la smileycam.

Justin Quinnell | Collater.al
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La fotografia stenopeica scattata dalla bocca di Justin Quinnell
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Come si fa ad aprire uno spazio espositivo? L’esperienza di Église Art

Come si fa ad aprire uno spazio espositivo? L’esperienza di Église Art

Laura Tota · 3 giorni fa · Photography

Quando si parla di professioni legate alla fotografia, se dovessimo fare un censimento delle attività legate a questo mondo, resteremmo sorpresi nello scoprire quanto è prolifico il settore lavorativo legato all’immagine.
Ogni mese, chiederemo a degli addetti ai lavori legati alla fotografia di raccontarci il dietro le quinte legato alla loro attività: scopriremo gioie e dolori di queste professioni contemporanee e daremo alcuni tips utili a chi vuole avvicinarsi a questo mondo.

Per questo primo appuntamento, abbiamo posto qualche domanda a Iole Carollo, una dei soci fondatori di Église Art, un luogo di formazione dedicato alla fotografia nonché uno spazio espositivo tra i più suggestivi non solo di Palermo, ma forse di tutta l’Italia. Come suggerisce il nome, Église Art è infatti ospitato all’interno di una chiesa seicentesca nel cuore della Kalsa del capoluogo siciliano, uno spazio ricco di suggestioni e caratteristiche peculiari che influenzano e determinano in maniera importante i contenuti di volta in volta ospitati. 

Eglise Art | Collater.al

Far nascere uno spazio dedicato alla fotografia vuol dire, sin da subito, definire le finalità: questa scelta, già decisiva di suo, determinerà poi tutte le attività dello spazio stesso: nel caso di Église Art, qual’è stata la sua mission e in che modo le attività/finalità si sono evolute nel tempo?

Église è un’associazione con finalità sociali e culturali, fondata nel 2016 da Alberto Gandolfo, Peppe Tornetta e me, tra il 2019 e il 2021 si sono uniti Simona Scaduto e Michele Vaccaro. Gli intenti iniziali erano quelli di creare un luogo di formazione alla fotografia e uno spazio espositivo. Nel 2018, in concomitanza con il progetto #18Esplorazioni curato da Benedetta Donato, abbiamo deciso che Église diventasse uno spazio indipendente con lo scopo di promuovere la cultura visiva, attraverso attività espositive, di formazione, di scambio e di collaborazione con operatori e professionisti del settore.

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Palermo è nell’immaginario italiano (e mi azzarderei a dire mondiale) un crocevia di culture, un melting pot vivo di istanze culturali che insistono, si incontrano e si scontrano su un territorio particolarmente complesso. Quali sono i vantaggi e gli svantaggi di questa impresa in una città così particolare come Palermo? Quanto è importante la relazione con il territorio in cui si vive e le altre realtà che si occupano di fotografia?

Palermo è una città ricca di storia e cultura, in cui hanno convissuto persone di origini differenti che hanno facilitato lo scambio e il ricambio di idee e soluzioni che sono un valore aggiunto per chiunque si avvicini a Palermo; a questo si aggiunga il costo della vita, ancora conveniente, che si traduce in costi di gestione sostenibili per spazi come il nostro.
Nel corso degli anni abbiamo osservato l’avvio di splendide realtà, come PUSH, Minimum, Baco about Photographs, Maghweb, Booq, piccole case editrici, teatri e spazi indipendenti, gestiti spesso da artisti, e, a dispetto dei pochi lettori, anche librerie al cui interno sono organizzate diverse attività. Aspetto che conferma il grande fermento culturale che caratterizza la città.
Tuttavia, Palermo è una città dura, e questo fermento è di fatto legato alla crescita delle singole realtà e degli individui che le vivono e alle relazioni, più o meno buone, che si intessono. Palermo è di fatto un crocevia, ci sono tante persone che vi si trasferiscono, ci sono moltissimi artisti che vengono da ogni parte del mondo, si innescano rapporti e scambi utili per tutti, ma alla fine è quasi obbligatorio lasciare Palermo per poter crescere ancora e ancora. 

Ma fintanto che si decide di restare, la relazione con il territorio è fondamentale, direi. La rete di relazioni che si intessono è alla base del sistema comunità, e questo vale anche per gli spazi indipendenti, tutti, al di là del settore di interesse.
È importante espandere il tessuto sociale e culturale di riferimento, fare rete è utile affinché le cose funzionino, sia nella parte strettamente programmatica sia per creare nuove possibilità per se stessi.
Per noi fare rete è imprescindibile, oltre alle collaborazioni già avviate come quelle con Laboratorio Zen Insieme, Block Design e La Bandita, abbiamo fondato un distretto artistico, proprio nel periodo in cui è scoppiata la pandemia da Covid – 19 che ha rallentato e modificato le relazioni. KAD Kalsa Art District lo abbiamo fondato con altri spazi indipendenti, operatori culturali, artisti e curatori. Inoltre, portiamo avanti collaborazioni con fotografi/e, come Mimi Mollica (fondatore del Photo Meet London) che da anni organizza nella Valle del Belìce dei workshop fotografici, da 3 anni presso Église Art ne tiene uno dedicato proprio alla città con ospiti importanti come Bruce Gilden e Amber Terranova.

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Gestire uno spazio dedicato alla fotografia è sicuramente cosa complessa e suppongo richieda un impegno costante da parte di chi decide di gestirlo. Quali competenze è necessario che lo staff abbia per gestire uno spazio dedicato alla fotografia in maniera ottimale?

Quando si decide di avviare uno spazio dedito alla cultura, prima delle competenze è necessario avere delle specifiche propensioni, quali la curiosità, l’attitudine alla ricerca, la capacità di lavorare in gruppo e un forte interesse nel settore in cui si opera. Le competenze si possono acquisire in seguito, ma sono necessarie, senza dimenticare che non si smette mai di imparare e che è importante fare tesoro degli errori che si commettono.
Il nostro gruppo presenta competenze e interessi molto diversificati che dipendono anche dai singoli percorsi, Michele viene dal reportage, Simona utilizza la fotografia come pratica artistica, io sono archeologa e sono specializzata nel fotografare opere e allestimenti, gli altri due soci invece hanno lavori non legati alla fotografia, quindi con specifiche skills legate ai loro settori.

Facendo parte di Église siamo anche operatori culturali, organizzare e gestire attività utili alla promozione e alla diffusione della cultura comprende, anche, la gestione del project management, della produzione dei progetti, della comunicazione, a queste attività si deve affiancare l’analisi del contesto in cui si opera. Bisogna essere sempre aggiornati e in grado di approfondire le tematiche che si affrontano e, quindi, di contestualizzarle al tempo e allo spazio che si vivono, cogliendo tutte le opportunità di scambio e collaborazione con altri professionisti.

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Ho visitato Église Art in diverse occasioni, e devo dire che sono rimasta quasi stordita dalla bellezza di questo luogo: la possibilità di recuperare uno spazio pressoché abbandonato, di riportarlo in vita e vestirlo con cultura e arte è il sogno di chiunque lavori in questo settore. In più, l’estrema complessità architettonica credo costituisca una sfida davvero interessante per chi si occupa di fotografia e progettualità culturale.
Quanto lo spazio di Église Art influisce sulle scelte curatoriali della programmazione, considerando soprattutto i limiti espositivi e quindi quanto il fatto che non sia una classica galleria determina la selezione dei progetti?

A oggi, gli spazi di Église Art sono la piccola chiesa seicentesca e il Lab, subito adiacente alla prima, entrambi hanno delle connotazioni forti.
Il Lab di fatto è un piccolo appartamento, con un giardino nella parte posteriore, qui siamo riusciti a ricavare uno spazio in cui è possibile ospitare fotografi/e e altri due condivisi, in cui sono anche la nostra biblioteca a scaffale aperto e la fanzinoteca di Zines Palermo, il festival dedicata alle zine di cui siamo cofondatori con Block Design e Lino Ganci.
La chiesa, invece, è il luogo dedicato alle mostre fotografiche, è un luogo storico, in cui è necessario intervenire con dei lavori di restauro e ristrutturazione, la copertura momentanea è sorretta da un’impalcatura di tubi Innocenti, l’arco, che divide l’aula principale dallo spazio che era subito dietro l’altare, ha la chiave di volta rotta, così è sorretto da un’impalcatura di sicurezza. La chiesa è un luogo affascinante, di primo acchito visivamente tende a vincere su quanto è esposto, ma la presenza delle impalcature comporta un grande lavoro di progettazione curatoriale ed espositiva. Non basta un luogo per rendere un progetto culturale speciale, servono visioni e voglia di sperimentare ed è questo che, in questi anni, abbiamo messo in atto. 

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Aprire uno spazio fotografico è il coronamento di un sogno per chi vuole perseguire una propria linea di ricerca in maniera autonoma e sviluppare una proposta curatoriale indipendente. Ma tralasciando la variante del desiderio e del sogno e avvicinandoci più alla concretezza del reale, quali sono i fattori da tenere in considerazione nel momento in cui si vuole aprire uno spazio dedicato alla fotografia? Quali quelli da non sottovalutare?

I fattori da valutare e tenere in considerazione sono diversi, dipendenti tutti dalla strada che si vuole percorrere, mettendosi sempre in una posizione di ascolto e pronti a cambiare direzione se serve.
Come detto prima, lo studio e il mantenersi sempre aggiornati sono fattori imprescindibili, poi bisogna avere pazienza e forza di volontà per intraprendere un cammino lento ma funzionale alla crescita. È necessario porsi davanti una serie di traguardi, alcuni più semplici da raggiungere, così da riuscire a fronteggiare inevitabili frustrazioni, altri più irti di ostacoli, sapendo anche che molti dei risultati che si otterranno saranno intangibili. Bisogna focalizzarsi su quello che si ritiene essere utile e stimolante, senza guardare necessariamente al nome di tendenza.
Gli spazi indipendenti sono luoghi stimolanti, fedeli a se stessi ma mai uguali, tuttavia sono tra i più vulnerabili dal punto di vista economico, perché non hanno la forza economica utile alla continuità di programmazione delle attività. È necessario tenere conto dell’aspetto economico, viviamo in un periodo storico in cui il denaro è utile per crescere, migliorarsi, per essere davvero indipendenti e, quindi, non scendere a compromessi, mantenendo salda la propria identità: è necessario investire e reinvestire, davvero, sia su stessi, sul gruppo che sullo spazio. 

Credo che uno dei fattori che spesso si sottovaluta sia l’impatto della burocrazia, ma ovviamente vale per ogni settore del nostro paese, non solo in ambito culturale. Altro fattore da non sottovalutare è il passare del  tempo: cambia tutto, fattori macroeconomici, società, le persone che si hanno intorno, gli obiettivi personali e comuni, i gusti del pubblico e le sue esigenze. Bisogna avere una visione molto chiara e una buona dose di intuito per arginare i cambiamenti. 

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Ultimamente, si assiste alla chiusura di numerose realtà dedicate all’arte e alla fotografia. Spesso la causa è prettamente finanziaria.
Ti chiedo dunque: come può sostenersi da un punto di vista economico uno spazio che non è finalizzato alla vendita?

I primi anni ci siamo autofinanziati, situazione a lungo andare diventata insostenibile, così abbiamo iniziato a collaborare con altre realtà locali, offrendo loro servizi e collaborando a progetti finanziati. L’unione fa davvero la forza, la collaborazione e la condivisione sono aspetti molto importanti.
Bisogna avere prontezza di spirito e trovare soluzioni differenti per i singoli progetti. Da qualche mese, stiamo lavorando anche con un paio di professionisti per l’ideazione e la realizzazione di progetti, nonché per la partecipazione a bandi nazionali e internazionali.
Certo, sarebbe maggiormente utile il riconoscimento da parte delle istituzioni, specialmente dopo la pandemia si è generato uno sconforto diffuso, alcuni spazi o hanno chiuso o sono destinati alla chiusura, noi stessi ci siamo ritrovati a discutere sul da farsi: un sostegno economico a merito sarebbe davvero importante, così come avviene in altri paesi europei.

Come si fa ad aprire uno spazio espositivo? L’esperienza di Église Art
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Corpi in caduta libera negli scatti di Kerry Skarbakka

Corpi in caduta libera negli scatti di Kerry Skarbakka

Tommaso Berra · 4 giorni fa · Photography

Nato e cresciuto tra Minnesota e Tennessee, il fotografo Kerry Skarbakka dal 2001 al 2014 ha realizzato un progetto che sembra una base per possibili meme – provateci comunque – ma in realtà affronta tematiche profonde, unendo la ricerca fotografica al concetto di performance.
“The Struggle to Right Oneself” è una serie che impatta in modo aggressivo l’osservatore, grazie a uno strano contrasto di soggetti, da un lato un paesaggio statico, stranamente immobile e che non da nessuna idea di movimento, dall’altro corpi di uomini che cadono, sospesi in aria e pronti a schiantarsi al suolo.

I contrasti e la capacità Kerry Skarbakka di saper cogliere un momento così precario riempiono di elettricità le fotografie. I temi trattati negli scatti e rappresentati visivamente attraverso le cadute sono quelli dell’instabilità, della confusione, dell’ansia e la perdita di controllo esistenziale. Tutti i temi infatti approfondiscono una condizione esistenziale interiore, che Skarbakka rappresenta attraverso l’abbandono dei corpi, pesi morti abbandonati alla gravità, come fossero manichini.
Ogni soggetto è privato di forza e peso, una leggerezza che diventa subito strana perché in un meccanismo immediato l’osservatore è portato a pensare subito alla conseguenza di quella mancanza di sostegno.

Corpi in caduta libera negli scatti di Kerry Skarbakka
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Corpi in caduta libera negli scatti di Kerry Skarbakka
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Corpo e cenere nei ritratti di Olivier Valsecchi

Corpo e cenere nei ritratti di Olivier Valsecchi

Tommaso Berra · 1 settimana fa · Photography

La serie BlackDust realizzata dal fotografo parigino Olivier Valsecchi continua i suoi precedenti lavori che hanno come elemento centrale l’azione dei corpi e della polvere. La scelta di Valsecchi è quella di uniformare la composizione attraverso un monocromo nero che toglie identità di genere ai soggetti, uniformando corpi e sfondo senza far perdere risalto alla plasticità dei soggetti e alle forme dei muscoli in tensione.
BlackDust è una ricerca di tre anni sul corpo umano, l’ultilizzo della cenere e del carbone si allaccia al tema dei cicli della vita, molto caro a Olivier Valsecchi. Le pose scelte dall’artista, che in questo caso svolge la funzione di coreografo e direttore d’orchestra, sono tutte di tensione ed esplosività. Le braccia si contorcono e i tendini tirano le fibre, trasformando un ammasso di carne in una montagna su cui franano detriti vulcanici lanciati in cielo e pronti a sedimentarsi. Valsecchi ha scelto di concentrarsi sul momento di azione, in una narrazione che prima di voler vedere i sedimenti si gode lo spettacolo dell’esplosione.

Olivier Valsecchi | Collater.al
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Corpo e cenere nei ritratti di Olivier Valsecchi
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