Photography Ribaltare la gerarchia con “Si disparas, disparo”
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Ribaltare la gerarchia con “Si disparas, disparo”

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È la fine degli anni ’80 quando Pablo Ortiz Monasterio inizia a lavorare alla serie fotografica La última ciudad, una rappresentazione in bianco e nero della Città del Messico di quegli anni turbolenti, segnata da difficoltà economiche e cambiamenti socio-politici profondi.

La realtà urbana della capitale che Monasterio immortala è il risultato della crisi politica che per la prima volta dagli anni ’30 affligge il partito al governo del Paese (nel 1988) – il Partido Revolucionario Institucional (PRI) – la cui autorità viene messa in discussione dall’opposizione di Cárdenas e dalla domanda di democratizzazione; è inoltre la conseguenza della disparità economica e sociale che si traduce nella presenza di quartieri ricchi e all’avanguardia e altri poverissimi e, per ultima ma non meno importante, della frattura provocata dal terremoto del 1985.

Proprio quest’ultimo è il punto di rottura che alimenta nella popolazione il desiderio di autonomia e di distacco dal partito, che si traduce in movimentazioni autonome per risollevarsi dalla catastrofe, formando un fronte comune e indipendente a quello del potere politico.

Lo scatto-emblema della serie è una fotografia dalla forte valenza simbolica, riscontrabile già nel suo titolo: Si disparas, disparo (1989). Il verbo “disparar” in spagnolo identifica infatti sia l’atto di sparare, che – nel linguaggio fotografico – quello di scattare una fotografia. Questo binomio mette fin da subito in stretta relazione il fotografo (chi guarda) e l’oggetto della rappresentazione (chi viene guardato). Ma è proprio questa combinazione che nella fotografia di Ortiz Monasterio viene ribaltata, così come lo è la gerarchia del potere: il fotografo qui viene tenuto letteralmente sotto tiro dal ragazzo che impugna la pistola, tanto quanto egli tiene metaforicamente sotto tiro il giovane, cancellando quella gerarchia di ruoli che intercorre tra artista e protagonista dello scatto, tra chi osserva e chi viene osservato.

Tutto nella composizione di questa fotografia contribuisce a renderla specchio del clima turbolento e rivoluzionario di quegli anni: il taglio dato allo scatto ferma nell’obbiettivo della macchina un gruppo di giovani mentre sovrasta da un’altura il quartiere alle loro spalle, dominandolo con la forza della loro giovinezza e della violenza rivoluzionaria rappresentata dalle armi che portano con sé. Sono spavaldi come la nuova ondata riformatrice che parte dalle classi più basse della società, quella fetta di popolazione che tiene a sottolineare che, ora, è lei ad avere in mano il potere, senza mostrare timore o esitazione. Il bianco e nero della fotografia conferisce maggiore tensione e incisività alla scena.

Pablo Ortiz Monasterio

Questa, come altri scatti appartenenti alla stessa serie del fotografo, parlano di un Messico in evoluzione, segnato dalla violenza e sofferenza, che sta però lottando per la costruzione di una nuova realtà e di una nuova fase della storia del proprio Paese. È per questo che, nonostante Pablo Ortiz Monasterio sia autore di numerose serie e fotografie diverse tra loro, viene riconosciuto come uno degli artisti più rappresentativi della fotografia messicana contemporanea. Ha saputo dare vita a una sequenza di scatti che costituisce uno dei momenti salienti della storia di Città del Messico, senza limitarsi a documentare i grandi eventi storici o le personalità politiche, ma partendo dal basso, dalla gente comune.

In tutte le fotografie della serie è presente quello spirito di ribellione, di lotta e rivoluzione che emerge con insistenza in Si disparas, disparo. Ne è un esempio Volando bajo, lo scatto che immortala un giovane in volo davanti a una parete, affiancato dal murales di una pistola: anche qui il filone comune è la triade povertà- lotta-cambiamento.

Questo articolo è stato realizzato in collaborazione con Luigi Falanga e Gaia Forlin aka @superottomag

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