Sembra sempre più difficile trovare eventi ai quali partecipare che non lascino l’amaro in bocca, che non siano una banale e vuota photo opportunity o che spesso non raccontino nulla. Nell’infinito caos di eventi milanesi, c’è qualcuno che punta tutto sul contenuto. È il caso di FAROUT, il festival di arti performative di BASE Milano, che quest’anno lavora attorno al tema, Hello Darkness, da leggere come un invito a rovesciare lo sguardo, a trattare l’oscurità non come assenza di visione ma come condizione da abitare, un terreno dove si formano immaginari che in piena luce restano invisibili.
Il festival, in scena da settembre e che farà compagnia al pubblico meneghino fino a inizio dicembre, si costruisce come un ecosistema diffuso di performance, installazioni e pratiche partecipative che interrogano il rapporto tra visibilità e potere, corpo e trasformazione, sapere e mistero.
Tre appuntamenti, tra i molti in programma, rendono bene la profondità di questa indagine.
Il 1° e 2 ottobre va in scena NON + ULTRAS di Moritz Ostruschnjak, dove il buio non è quiete ma esplosione. Otto performer attraversano l’immaginario delle tifoserie, tra cori da stadio, fumogeni e mascotte, per interrogare il confine sempre più sottile tra appartenenza, protesta e spettacolo. Cultura ultras, politica e social media si sovrappongono in un flusso continuo di riferimenti, restituendo il ritratto di una società polarizzata che si riconosce, e si perde, nei propri simboli collettivi.
Il 9 ottobre, nella Ground Hall di BASE, arriva Relay di Ula Sickle, che mette in scena una bandiera nera passata di mano in mano senza mai fermarsi, per quattro ore. Il gesto richiama il Czarny Protest polacco e le mobilitazioni a difesa dei diritti delle donne, ma la coreografa canadese-polacca lo spoglia di ogni retorica diretta, lasciando che sia la ripetizione del movimento a costruire significato. La bandiera diventa un oggetto che attraversa lotte diverse senza appartenere a nessuna in modo esclusivo, e la resistenza si misura nella capacità dei corpi di restare in azione insieme, senza interruzione.


Il 21 novembre, invece, Sognare, forse dormire del Collettivo EFFE spinge ancora oltre la domanda su cosa significhi essere presenti nel buio. Per otto ore il pubblico è invitato a sdraiarsi in Room 1400 e ad attraversare la notte tra veglia e sonno, accompagnato da una voce guida, una composizione sonora e apparizioni discrete di performer e musicisti. Non è una performance da guardare ma da attraversare col corpo addormentato, un esperimento collettivo sul sogno lucido che trasforma il riposo, gesto solitamente privato, in una pratica condivisa e vulnerabile.
Messi in fila, questi lavori raccontano lo stesso festival da angolazioni opposte, il corpo che resiste, il corpo che si abbandona, il corpo che si identifica in una folla. È così che Hello Darkness diventa un metodo, un modo per chiedere al pubblico di stare dentro l’incertezza invece di risolverla, e di scoprire che proprio lì, dove sembra non esserci luce, si può ancora vedere qualcosa.
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