Era la notte tra il 14 e il 15 gennaio 1968 quando la terra tremò nella Valle del Belice, nella Sicilia occidentale. Interi paesi crollarono e con loro un modo di abitare i luoghi costruito in generazioni. Da questa frattura nasce Belice 1968, il progetto fotografico di Alessandro Greco e Giulia Mancuso.
Alla distruzione seguì una ricostruzione affidata a modelli urbanistici e architettonici sperimentali, con artisti e architetti chiamati a immaginare un futuro per il territorio. Gibellina e Poggioreale, entrambe ricostruite lontano dagli insediamenti originari, diventarono laboratori di sperimentazione culturale. Eppure rifare gli edifici e tracciare nuove strade non bastava a restituire relazioni, abitudini e senso di appartenenza. Lo spostamento degli abitanti e la distanza dai centri storici resero evidente quanto sia difficile ricomporre una comunità attraverso la sola architettura.


A distanza di decenni, il paesaggio conserva i segni di questa trasformazione. Le architetture della nuova Gibellina, il Grande Cretto di Alberto Burri che ricopre le macerie dell’antico abitato, le strade silenziose di Poggioreale vecchia e nuova restituiscono immagini diverse di una stessa ferita. Da un lato il tentativo di costruire un futuro attraverso forme urbane e artistiche, dall’altro la permanenza di ciò che è andato perduto, affidata a rovine, vuoti e tracce di una vita interrotta.
Le fotografie di Greco e Mancuso attraversano questi luoghi osservando il rapporto tra architettura, paesaggio e memoria. Gli spazi costruiti, quelli abbandonati e i segni lasciati dal tempo diventano un modo per leggere le conseguenze di un evento che continua a plasmare l’identità del territorio. Lo sguardo si ferma sulle contraddizioni, sulla distanza tra le intenzioni progettuali e la vita quotidiana, tra la volontà di ricominciare e la fatica di ritrovare un legame con ciò che è stato.


Non si tratta di fissare una storia definitiva né di dare un giudizio univoco, ma di interrogare ciò che rimane, ciò che è cambiato e ciò che sembra non aver mai trovato una nuova forma. Ricostruire un luogo non significa restituirgli la vita, e conservarne le rovine non significa soltanto custodire il passato. In mezzo resta uno spazio di tensione, dove memoria e trasformazione si sovrappongono senza sempre trovare una sintesi, e dove la Valle del Belice continua a raccontare un passato che non scompare e un futuro in parte ancora incompiuto.





















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