C’è un’India ben lontana dagli stereotipi esotici e dalle immagini da cartolina: è un Paese che corre a velocità doppia verso il futuro, guidato da un’urbanizzazione travolgente, cantieri infiniti e infrastrutture che ridisegnano il paesaggio ogni anno. È questa la realtà raccontata in “MY INDIA | GLORY”, il progetto fotografico che Rocco Rorandelli, tra i fondatori del collettivo TerraProject, porta avanti dal 2008 e che in questi mesi è approdato in Puglia, insinuandosi e fondendosi con il centro storico di Triggiano fino a gennaio.
La serie, focalizzata in particolare sulla sezione “Glory”, esplora la traiettoria di uno sviluppo che sembra muoversi in un’unica direzione. Rocco Rorandelli non fotografa solo le megalopoli come Delhi e Mumbai, ma spinge lo sguardo verso le periferie di Jaipur, i villaggi del Punjab e le griglie urbane di Chandigarh. Il suo formato è quadrato, frontale, coerente nel tempo: attraverso cantieri ciclopici, complessi di lusso ed edifici rimasti a metà, il fotografo documenta la vita di milioni di persone che inseguono la crescita economica, mettendone in luce i costi ambientali e sociali.


Ma la vera scoperta della mostra è fisica, e riguarda la luce e lo spazio.
Le immagini sono montate su supporti retroilluminati che, dopo il tramonto, diventano insieme ai lampioni l’unica superficie a emettere luce propria nei vicoli. La differenza cromatica è netta e violenta: la pietra degli edifici storici sta nel giallo caldo dell’illuminazione pubblica, mentre le fotografie hanno una luminosità che taglia lo spazio. Camminando, il paese sembra il contenitore spento e l’India il contenuto acceso.


Il rapporto di scala fa il resto, trasformando la fruizione in un vero e proprio corpo a corpo. Se nel white cube di una galleria o di un museo lo sguardo gestisce liberamente le distanze, qui la possibilità di arretrare viene negata dalla conformazione stessa dell’architettura spontanea pugliese. I vicoli sono larghi appena due o tre metri: si guarda un’espansione urbana smisurata da un metro di distanza, senza poterne prendere le misure. Le fotografie di Rocco Rorandelli mostrano orizzonti aperti e periferie che dilagano, che qui vengono viste da dentro un imbuto di pietra. L’espansione illimitata dell’Asia viene costretta in un vicolo: la sensazione è quella di osservare una tempesta da dentro una crepa.


Il nucleo più denso del percorso è senza dubbio Chandigarh. È la città che Le Corbusier disegnò negli anni Cinquanta come capitale del Punjab: un piano unitario e funzionalista, concepito per settori rigidi e nato interamente sul tavolo da disegno. Rorandelli non fotografa l’architettura monumentale del Capitol Complex o i simboli del maestro, ma si sposta sui margini dove il piano sfilaccia e cede: cartelloni pubblicitari di liquori, ingressi improvvisati di scuole d’inglese, baraccopoli e abitazioni temporanee. È la pretesa del Novecento di imbrigliare l’esistenza in una griglia geometrica, travolta dalla realtà demografica e sociale indiana.

A Triggiano queste immagini stanno dentro il suo opposto speculare: un tessuto urbano nato senza un progetto demiurgico, cresciuto per stratificazione e sedimentato in secoli di storia dentro un recinto di mura. Una città disegnata in un colpo solo e una cresciuta per accumulo spontaneo, messe a contatto, finiscono per mostrare entrambe le proprie crepe: la prima incapacitata a contenere la vita che straripa, la seconda impegnata a gestire il vuoto e la trasformazione dei propri spazi.
Resta una domanda che la mostra non chiude, e fa bene a non chiudere. Annullando la classica distanza esotica con cui l’Occidente osserva il Sud del mondo, l’allestimento costringe a un cortocircuito etico ed estetico. Qualcuno, la sera, esce dalla propria abitazione e passa davanti a una baraccopoli di Chandigarh o a un cantiere di Mumbai illuminato a giorno sul muro accanto alla propria porta di casa. Cosa vede? Un altrove lontano e inafferrabile, o uno specchio?





Articolo di Roberta Ruggieri
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