In occasione dei Digital Design Days, in programma dal 7 al 9 maggio, abbiamo avuto modo di scambiare qualche battuta con Guillermo Flores Pacheco, designer e illustratore messicano che da oltre vent’anni costruisce immagini stratificate tra collage, art direction e cultura visiva contemporanea. Questa intervista è realizzata in collaborazione con Digital Design Days, dove Guillermo terrà un workshop che riporta il gesto manuale al centro del processo creativo.
Visualizza questo post su Instagram
Con un percorso che lo ha portato a collaborare con brand come Adobe, Apple, Nike e Wired Magazine, Flores Pacheco ha sviluppato un linguaggio visivo che mescola heritage culturale e immaginario contemporaneo, mantenendo sempre una forte componente materica anche nel digitale. E noi gli abbiamo chiesto proprio di partire da qui.
A Digital Design Days guiderai un workshop che rimette il lavoro manuale al centro. In un contesto così fortemente digitale può sembrare quasi controintuitivo: da dove nasce questa esigenza?
«Nel mio percorso alla ricerca di una voce creativa, ho scoperto una strada che si era costruita nel tempo senza che me ne rendessi conto. Questo mi ha portato a esplorare le mie radici, ad accettare il mio background e ad abbracciare il patrimonio culturale che fa parte della mia identità. Riconnettermi con l’essenziale mi ha ricordato come, all’inizio, il collage sia stata la scintilla che ha dato vita a una carriera a cui mi dedico da più di vent’anni. In un’epoca in cui tutto è così digitale, penso sia necessario ricordarci da dove veniamo per capire dove stiamo andando».


Il tuo approccio crea un dialogo tra analogico e digitale, invece di separarli. Perché secondo te questa distinzione è ancora così radicata?
«Vengo da una generazione cresciuta senza strumenti digitali: quando ero bambino non esisteva internet, e oggi siamo circondati dall’AI. Penso che l’analogico sia estremamente prezioso in questo momento. L’artigianalità e il lavoro fatto a mano risultano più interessanti rispetto a qualcosa creato solo digitalmente. Per le nuove generazioni, cresciute con la tecnologia sempre a disposizione, è affascinante scoprire e sperimentare processi analogici».

Nel tuo workshop errore, texture e gesto diventano parte integrante del processo. Che valore hanno rispetto alla precisione degli strumenti digitali?
«Rendono tutto umano e unico. Gli “errori” sono il segno che stai sperimentando, che stai cercando fino a trovare ciò che vuoi davvero. In un momento storico in cui la perfezione è messa sopra ogni cosa, è proprio l’imperfezione a fare la differenza e a dare autenticità».

In un panorama visivo sempre più levigato e automatizzato, il lavoro di Guillermo Flores Pacheco si inserisce come una frizione necessaria: un invito a rallentare, a sporcarsi le mani e a rimettere il processo – con tutte le sue imperfezioni – al centro dell’immagine.
