Art Le “histories” di Kerry James Marshall 
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Le “histories” di Kerry James Marshall 

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Articolo di Floriana Savino

Inseguendo storie, piuttosto che Storia, le grandi tele dagli intensi e sfaccettati spazi pittorici di Kerry James Marshall (Birmingham, Alabama, 1955) approdano alla Kunsthaus di Zurigo, in Svizzera. 

È il 2022 quando, facendo un piccolo passo a ritroso nel tempo, per la Biennale della Sharjah Art Foundation negli Emirati Arabi Uniti, l’artista statunitense di fama internazionale dà vita all’intervento per l’arte Pensare storicamente nel presente. In quel titolo si ritrovano, in fondo, tutte le coordinate di un percorso artistico votato alla riflessione più vigile sullo stato delle cose, passate e presenti. 

Come Marshall ha confidato nell’intervista rilasciata a Emily Watlington per la testata Art in America nel 2023: Mi definisco un pittore storico. […] Osservo la storia e cerco di far emergere connessioni che le persone non colgono automaticamente. […] Voglio minare questa tendenza a proiettare nel mondo una certa immagine di chi siamo e mettere in discussione il nostro rapporto con la lotta e con la storia della schiavitù. Niente è così semplice come sembra. […] Persone di ogni genere hanno tratto profitto da transazioni imperialiste, colonialiste e commerciali […] Oggi abbiamo l’NBA e tutti quei giocatori di basket che volano in campo e schiacciano a canestro: tutto ciò accade sulla scia di quella storia. La storia non è sempre tragica, ma è sempre complessa. I miei dipinti affrontano la storia nella sua forma più complessa. Nessuno ne uscirà indenne. 

Sulla scia di tutto ciò, anche la personale svizzera The Histories si inserisce entro il medesimo filone di ricerca, accordando alla possibilità di richiamare «storie contenute nella Storia» tutta l’energia e la necessità di leggere gli eventi del tempo coraggiosamente contropelo

In un fondamentale saggio sulla storia afroamericana lo studioso Jonathan Scott Holloway domanda più volte a se stesso e al lettore: «Chi merita di avere una Storia, una sua storia?». Spingendo la materia tendenzialmente amorfa dell’arte verso una presa in carico consapevole del contesto, delle lotte e dei fardelli che accompagnano il millenario itinerario dell’umano, Kerry James Marshall restituisce in pittura le memorie e la significanza stratificata di un sentirsi nero al cospetto dell’immaginario autoreferenziale per secoli intessuto dagli antichi conquistadores e dai coloni dalle fattezze bianco latte

«Cerco di rendere i colori neri che utilizzo complessi come qualsiasi altro colore della tavolozza» – è, forse, il più schietto manifesto a proposito della volontà di restituire l’immagine di una ricca e variegata molteplicità di presenze afro da non poter certo ricondurre all’immagine riduttiva, e altresì stereotipata, passante per un semplicistico dualismo: i buoni neri, i cattivi bianchi. 

Entro le maglie di quella che fu l’avventura secolare e criminale delle più grandi potenze europee alla conquista di porzioni d’America, Africa e Asia, le restituzioni d’arte firmate Marshall conducono l’attenzione verso le singolari, rare ma pur sempre esistenti scelte di quanti, all’interno della medesima comunità di schiavizzati e sfruttati, scelsero di tramutarsi interessatamente nell’attiva manovalanza dello sfruttamento conducendo, a loro volta, campagne e viaggi di raccolta di merci e schiavi da vendere sul mercato europeo (Haul, 2025). 

Ricusando il tentativo di leggere la storia e il suo più triste e diffuso rimaneggiamento nell’ottica di un’anestetizzante memoria unica e pacificata, le histories di Kerry James Marshall rifulgono della vitalità e del colore denso di eventi che, nella specificità del quotidiano, non trovano consolazione alcuna nell’immagine binaria al suon di angeli o demoni mirando, differentemente, alla chiamata in causa senza attenuanti dell’agire peculiare di ogni individuo al cospetto delle singole vicende, che solo in un secondo momento costituiranno quanto chiamiamo aleatoriamente Storia. Tanto alla Beauty Queen di un mirabile dipinto del 2014, quanto alla figura femminile addolcita alla vista di una bella e «decisamente borghese» piscina domestica, Marshall sembra allora domandare: «Tu nei giorni dell’espropriazione, delle violenze, dei furti coloniali dov’eri? E qualora ci fossi stata, da che parte ti saresti schierata?» 

Ha così puntualizzato a Emily Watlington: 

Per quanto mi riguarda, faccio semplicemente ciò che ritengo necessario. Scatto le foto che voglio. L’ho sempre fatto. Se poi hanno un impatto sulle persone, tanto meglio. […] Creo opere perché voglio vedere che aspetto hanno. Creo opere perché voglio capire come funzionano le immagini, in che modo poter utilizzare al meglio quei meccanismi per fare ciò che ritengo necessario. Non mi limito a fare una sola cosa, perché una sola cosa non copre mai tutti gli aspetti. Quando Jackson Pollock arrivò alla fine della strada, quando non riusciva più a immaginarsi [nella realizzazione] di quei dipinti a goccia, si schiantò con la macchina. Anche Mark Rothko [si tolse la vita]. Non si possono creare rettangoli effimeri per tutta la vita. 

Per poi aggiungere: 

Puoi dimostrare quanto tieni alla rappresentazione delle persone nere non trattandole come plastilina da modellare a piacimento. Se “squisito” ha significato, significa fare le cose bene, con eleganza. Non creerò mostri; sarebbe troppo facile. 

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Scritto da Collater.al Contributors

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