Art Il miraggio visivo di Helena Minginowicz
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Il miraggio visivo di Helena Minginowicz

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Giorgia Massari

Le opere dell’artista Helena Minginowicz (1984, Poznań), a un primo sguardo, non sono facili da decifrare. L’elemento disturbante crea come un filtro che va dapprima a interagire con l’area inconscia della mente dello spettatore. Quella parte che costudisce traumi, talvolta coincidenti con iconografie ben specifiche che il nostro cervello attinge dalla cultura popolare. Penso a quella bocca urlante i cui denti sono nascosti da un gregge di pecore che prendono il volo – parlo dell’opera intitolata YOUR TEETH ARE LIKE A FLOCK OF SHEEP… – che senza dubbio vuole dire qualcosa di inquietante. La stessa Minginowicz, parlando delle sue opere, menziona questo “filtro”, quello che in filosofia viene chiamato “velo di Maya”. Quello strato tra la realtà e la percezione che cambia da soggetto a soggetto. Ecco che Minginowicz ne cerca sempre uno nuovo, interessata a capire quali punti in comune abbiano i nostri filtri. «Uso l’impressione di un miraggio visivo—un’illusione—come strumento per esplorare i confini tra ciò che è visibile e ciò che è percepito», spiega l’artista che per farlo rivolge la sua attenzione alle relazioni con l’altro e con il sé.

Un altro aspetto interessante delle opere di Helena Minginowicz è la tecnica. Gli evidenti strati appaiono come una sorta di collage, ma l’artista svela l’utilizzo dell’aerografo, mezzo che le permette di costruire piani prospettici. «L’aerografo mi consente di creare transizioni tonali morbide e contorni sottili, così come bordi netti, quasi chirurgicamente “tagliati”, conferendo alle immagini profondità visiva e complessità stratificata, in contrasto con un effetto estetico che ricorda i banner pubblicitari, le GIF e i filtri che riempiono la realtà contemporanea». Ecco che qui, l’immagine della contemporaneità diventa codificata. Un espediente visivo che tenta di coinvolgere un ampio pubblico che, seppur afflitto da traumi diversi e costruito da storie altrettanto differenti, davanti alle opere di Minginowicz si trova figlio della stessa società, deviata e incoerente. Dunque, forse, quei punti in comune tanto ricercati dall’artista appaiono nitidi nei riferimenti alla pop culture, in quelle simbologie veicolate dai mass media che tutti, in modi diversi, facciamo nostri.

Il simbolismo animale è immortale ed è la voce della verità

Le fragilità e le debolezze, nascoste con una cura che cela dietro di sé la vergogna, emergono a mio avviso negli animali – spesso da fattoria – che Helena Minginowicz dipinge in modo altrettanto celato. Di questo dettaglio ho voluto saperne di più e quando le ho chiesto cosa c’è dietro la scelta di questi animali, Helena mi ha risposto che in realtà viene tutto dalla tradizione, soprattutto pittorica. «Mi piace l’idea di approfondire il simbolismo degli animali, che ha accompagnato da sempre la storia dell’arte, dalle pitture rupestri fino ai giorni nostri», spiega l’artista. «Il simbolismo animale è assolutamente immortale; è come un sussurro silenzioso della verità della natura su noi stessi e, allo stesso tempo, si collega alle opere degli antichi maestri e alla storia della pittura nel suo complesso. Tutte queste creature, che qui appaiono simbolicamente, rivelano ciò che spesso non vogliamo rivelare, portando alla luce tutto ciò che è falsificato e nascosto. Sono la voce della verità, che completa il paesaggio delle situazioni rappresentate. Inoltre, le figure animali sono molto vicine a me, in modo molto personale. Ho sempre avuto una profonda sensibilità nei loro confronti e una stretta connessione con loro.»

Courtesy Helena Minginowicz

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Scritto da Giorgia Massari

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